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Pensioni novità e ultime notizie tante e continue indicazioni Ministri e politici e prospettive attese questa settimana

Dopo una settimana ricca di nuove discussioni sulle pensioni, si attendono le novità della Manovra Finanziaria ma nulla dovrebbe essere previsto per le pensioni. Cosa è successo e prospettive




Si è conclusa una settimana cruciale per la discussione della questione previdenziale: giovedì prossimo 15 ottobre, infatti, verrà presentata la nuova Manovra Finanziaria e sarà l’ultima occasione di capire se e quali novità potrebbero essere effettivamente contenuti in materia di pensioni. Le ultime notizie fanno ben capire che non si sarà assolutamente nulla e l’approvazione dell’aggiornamento del Def da parte del Parlamento lo conferma, visto che, esattamente come accaduto già lo scorso anno, impegna il governo a risolvere questioni previdenziali urgenti e a dare risposte su piani capaci di garantire una maggiore flessibilità.

Ciò che avrebbe potuto fa ben sperare sono gli ultimi dati sull’andamento economico dell’Italia, che confermano un miglioramento della fiducia di imprese e consumatori nel mese di settembre: secondo le novità Istat, infatti, l'indice del clima di fiducia dei consumatori aumenta a 112,7 da 109,3 di agosto, mentre l'indice composito del clima di fiducia delle imprese (Iesi), sale a 106,2 da 103,9 e mostra progressi in tutti i settori. Migliorano anche i giudizi e le attese dei consumatori sull'attuale situazione economica del Paese: molti ritengono ‘migliorata’ l'economia italiana (al 19,2% dal 15,5%) e diminuiscono quelli che la giudicano ‘peggiorata’ e ‘molto peggiorata’.

E sale anche la fiducia delle imprese. Il Pil avrebbe inoltre registrato un nuovo aumento mentre è notevolmente calato il debito pubblico. Sembra, dunque, essersi definita quella situazione ideale auspicata dal ministro dell’Economia, ma dai tecnici tutti, in cui lavorare sulle pensioni. Da sempre, infatti, si dice che eventuali novità concrete sarebbero state possibili solo a fronte di un miglioramento costante della situazione economica interna del Paese. Eppure, ora che questa condizione sembra essersi realizzata, comunque non vi è alcuna intenzione concreta di agire sulle pensioni.

Continuano, infatti, a susseguirsi annunci e affermazioni di tutti gli autorevoli esponenti del governo pronti a lavorare sul capitolo pensioni, pronti a definire soluzioni di maggiore flessibilità per tutti, ma, in pratica, non si fa nulla, tanto che sembra essere stato rimandato tutto all’anno prossimo, preferendo concentrarsi al momento su misure considerate prioritarie. E la conferma arriva dalle ultime novità presentate da Renzi stesso: dopo aver annunciato l’intenzione di cancellare Imu e Tasi a partire dal prossimo 2016, ha anche parlato della possibilità di cancellare l’eliminazione dell’Ires per tutte le imprese sempre dal 2016 e non più dal 2017, nonostante si tratti di misure che non porterebbero, come sostenuto anche dall’Ue, benefici diretti come quelli che invece porterebbero tagli del costo del lavoro e modifiche flessibili per le pensioni che sosterebbero non soltanto il ricambio generazionale, ma anche possibilità di accumulare risparmi nel lungo periodo.

Nonostante sia chiaro che nulla sulle pensioni ci sarà nella Manovra, è sempre più urgente agire in tal senso, soprattutto alla luce delle diverse questioni e dei problemi causati dallo’attuale legge e che meritano di essere risolti, dai continui scatti dell’età pensionabile, che già dal primo gennaio 2016 salirà passando da 66 anni e tre mesi a 66 anni e sette mesi per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita Istat, alla questione dei rimborsi ai pensionati, imposti dalla sentenza della Corte Costituzionale, al problema delle ricongiunzioni onerose, che si vorrebbero cancellare, alle possibili discriminazioni su tempi e modalità di pensione per diverse fasce di lavoratori.

A rischio anche la proroga del contributivo donna, che fino a qualche settimana fa, sembrava ormai di certa approvazione, perché probabilmente i fondi destinati a questa misura, circa 4 miliardi di euro, potrebbero essere impiegati per l’istituzione del nuovo fondo solidarietà, un bonus minimo da destinare a famiglie meno abbienti, oltre che per i rimborsi ai pensionati. Si cerca, dunque, una soluzione diversa che non tocchi propriamente il sistema pensioni ma che dia un segnale della volontà concreta di impegnarsi a mettere a punto novità.

E l’unica misura  potrebbe essere l’approvazione dell’assegno universale. Il problema è capire come strutturarlo e a chi destinarlo. Sono, infatti, diverse le posizioni in merito: il presidente dell’Inps Boeri, come ormai tutti sanno, lo ha presentato per gli over 55 che perdono il lavoro ma non possono ancora andare in pensione perché ben lontani dal raggiungimento dei requisiti richiesti; il ministro del Lavoro Poletti condivide questa impostazione ma vorrebbe limitare l’erogazione dell’assegno a due anni e riservarlo esclusivamente a coloro che rimasti senza lavoro dimostrano di essere concretamente alla ricerca di un’altra occupazione.

Premier Renzi e ministro dell’Economia Padoan pensano invece di approvarlo secondo il modello europeo: forma di sostegno alle famiglie che si ritrovano in particolari situazioni di difficoltà economica a patto che si dimostri di essere inseriti in programmi di formazione e specializzazione o alla ricerca di nuovi impieghi. L’assegno universale sarebbe, tra l’altro, l’unica novità pensioni che l’Ue approverebbe, da sempre contraria a qualsiasi cambiamento pensionistico in Italia ma favorevole all’assegno universale, perché si tratta di una misura esistente già in quasi tutti gli altri Paesi europei.

Non è, dunque, mai cambiata la posizione dell’Ue nei confronti delle richieste di novità pensioni nel nostro Paese, nonostante sia evidente che qualche cambiamento sarebbe necessario. Il nostro sistema previdenziale, come attestato dagli ultimi dati, risulta tra i più rigidi d’Europa, si andrà in pensione a quasi 70 fino al 2025, soglia decisamente impossibile da raggiungere per la maggior parte dei lavoratori, il valore degli assegno resta basso, eppure, secondo un nuovo studio dell'Unione europea, per riuscire ad avere una pensione finale dignitosa sarà necessario raggiungere continuare a lavorare a lungo, fino a raggiungere i 40-45 anni di contribuzione, secondo il principio che più si lavora, più si va in pensione più tardi e più si potrà percepire.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il