Nicolas Sarkozy non cerca i voti del centro in Francia. E Ségolène Royal recupera di qualche punto

Sembra aver deciso di andare dritto per la sua strada, Nicolas Sarkozy



Sembra aver deciso di andare dritto per la sua strada, Nicolas Sarkozy. Sicuro di quei milioni di francesi che mai, dal 1974 ad oggi, erano stati così tanti nello scegliere un candidato di centrodestra, Sarkozy sceglie di non sedurre i voti dei centristi e di prepararsi al ballottaggio del 6 maggio continuando a sbandierare ai quattro venti le sue parole preferite: ordine, sicurezza, autorità. Anzi, rincara la dose. Nel palazzetto dello sport di Bercy, dove il leader dell’Ump ha tenuto il suo comizio domenica scorsa, si è scagliato contro il Sessantotto, presunta origine di quel declino francese che i cittadini d’oltralpe sentono incontrastato da troppo tempo. “Da allora – ha affermato con orgoglio Sarkozy – non si può più parlare di morale in politica, ci ha imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno imposto che non c’è nessuna differenza tra bene e male, tra bello e laico, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori”. E ancora: “Guardate come l’eredità del ’68 indebolisce l’autorità dello Stato!”. Insomma, il coacervo di tutti i mali sarebbe ancora lì, nonostante quelle barricate siano state seppellite da quasi quarant’anni di storia, da una globalizzazione che ha cambiato il volto del mondo, dalla fine di tutti gli ideali politici e civili e da tanto altro ancora.

Abile mossa, questa, per sviare da un dato di fatto ineludibile: Nicolas Sarkozy, che fa di tutto per mostrarsi uomo nuovo per una nuova Francia, in realtà ha fatto parte del governo che ha guidato il Paese negli ultimi cinque anni, ricoprendo ruoli non certo secondari. In particolare da ministro dell’Interno, grazie alla sua definizione di “teppisti”, era riuscito a buttare benzina sul fuoco delle banlieues, originando gli scontri che rischiarono di trasformarsi in una vera e propria guerra civile.

La risposta di Ségolène Royal è stata netta nel rivendicare l’importanza del maggio francese. Il Sessantotto, secondo la candidata socialista, va considerato come una ventata d’aria libera, una forza di rinnovamento arrivata una società troppo chiusa e tradizionalista, che ha portato nuovi diritti e libertà per le donne e i lavoratori. Parole con cui la Royal cerca di sottolineare l’anima fortemente conservatrice del suo sfidante, nonostante il suo tentativo di mostrarsi come il vero riformatore della Francia.

Per il candidato neogollista scagliarsi contro il Sessantotto significa ottenere due obiettivi: attaccare in modo forte tutta la sinistra francese e sviare il dibattito dalle questioni concrete. Il problema non è più il tasso di disoccupazione al 10 per cento, ma la mancanza di una gerarchia di valore; i conflitti tipici di una società multietnica non si risolvono lavorando sull’integrazione ma puntando i piedi sulla differenza, su quell’identità nazionale a cui Sarkozy vuole dedicare un ministero.
Che il candidato di centrodestra punti sull’aggressività per raccattare qualche voto in più sembra chiaro, anche ascoltando le parole “dedicate” alla sua sfidante Ségolène Royal: “Difende i trasporti pubblici ma non li prende mai, ama la scuola pubblica e non ci manda i suoi figli, adora le banlieues ma non ci vive”. Al di là della debolezza, delle contraddizioni, del “vuoto di fondo” (usando le parole del filosofo Michel Onfray) che caratterizzano la candidata socialista, usare quasi un intero comizio per dimostrare quanto l’avversario rappresenti il male supremo rende palese la paura di Nicolas Sarkozy di perdere le presidenziali perché considerato il male peggiore tra i due candidati.

Poi, ci sono gli immancabili sondaggi, che lo vedono ancora in testa al 52 per cento, ma che lo danno in calo di 2 punti rispetto alla Royal. Una preoccupazione che aumenta nel giorno in cui il leader dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen, invece di appoggiare Sarkozy, esorta i suoi elettori a non votare né per lui né per Ségolène Royal e ad “astenersi in massa” domenica prossima. In questi giorni i vari sondaggi hanno sottolineato come oltre l’80 per cento dei voti andati al primo turno a Le Pen dovrebbe confluire sul leader del centrodestra. Difficile prevedere come reagiranno a queste nuove indicazioni di voto, ma la forte affluenza alle urne del primo turno lascia pensare che difficilmente i francesi preferiranno stare a casa in un momento che considerano così importante per il loro Paese.

La Ségolène, da parte sua, dopo aver registrato l’appoggio della cosiddetta “sinistra della sinistra” ( una forza molto frammentata che però potrebbe garantire fino al 10 per cento dei voti in più), cerca adesso di lavorare per sedurre uno dopo l’altro quei 6,8 milioni di francesi che al primo turno hanno scelto di votare per François Bayrou. Per questo, a differenza di Sarkozy, la candidata socialista non ha rifiutato il confronto televisivo con il “terzo incomodo” di queste presidenziali. Per questo, in un’intervista, non ha escluso la possibilità di dare a Bayrou un ruolo di primo piano nel nuovo governo.

Già, François Bayrou, l’uomo che tutti definiscono il vero ago degli equilibri finali delle presidenziali francesi. Lui dimostra di essere perfettamente consapevole di quanto pesi essere passati dal 6,8 per cento al 18,6 in cinque anni e cerca di giocarsela al meglio. Sceglie di non dare indicazioni di voto ai suoi elettori, ma lavora di “cerchiobottismo” (usando un felice neologismo ideato da Filippo Ceccarelli per Paolo Mieli): si dichiara più vicino alla Royal per le riforme istituzionali, preferisce Sarkozy per le sue proposte in campo sociale ed economico, ma rivendica il suo disaccordo con entrambi sulle finanze pubbliche. È questo il suo modo di lavorare alla creazione di un Partito democratico francese, a un nuovo grande centro “capace di guardare sia a sinistra sia a destra”.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, alla domanda pungente di Massimo Nava - Come pensa di rimanere sempre seduto fra due sedie? Prima o poi si rischia di cadere in mezzo… - François Bayrou risponde così: “Ho il mio posto e la mia sedia. E intendo conservarla così”.
Scontati i parallelismi con la situazione italiana. Per niente scontato, invece, il risultato del secondo turno alle presidenziali francesi.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il