Bush userà il potere di veto per continuare la guerra in Iraq

George Bush rivendica il diritto di decidere sul conflitto in quanto comandante in capo dell'esercito per Costituzione



Quattro anni fa, il 1° maggio del 2003, era una bella giornata di sole quando George W. Bush arrivò a bordo di un caccia sulla portaerei Lincoln ormeggiata al largo delle coste degli Stati Uniti. Aveva il casco e il giubbotto da aviatore per ricordare che anche lui era un pilota (anche se prudentemente a condurre il caccia era stato un pilota militare) perché trentacinque anni prima si era arruolato nell'aviazione della guardia nazionale, evitando così di andare a combattere in Vietnam.
Ad attenderlo sulla portaerei c'era tutto l'equipaggio schierato e festante; alle spalle un gigantesco striscione con la scritta "Mission Accomplished", la missione è compiuta. Fu il discorso dell'orgoglio e della vittoria: dopo un mese e mezzo di combattimenti le truppe dell'operazione Iraqi Freedom, libertà per l'Iraq, avevano sbaragliato l'esercito di Saddam Hussein, occupato Baghdad e rovesciato il regime. "E' la fine dei combattimenti principali" proclamò trionfalmente il presidente tra gli applausi dei marinai e dei dignitari accorsi a fare da sfondo ad una riuscitissima manifestazione di propaganda.

Solo che la guerra non era finita e tanto meno i combattimenti principali. A quella data i soldati americani caduti erano 140 (più 33 britannici); il 1° maggio di quattro anni dopo sono 3352 (più 272 di altre nazionalità, di cui 33 italiani). E non diminuiscono: nell'aprile dell'anno scorso erano stati 82, nell'aprile di quest'anno sono stati 117; il numero totale dei feriti (spesso in modo grave per perdita di arti o ferite alla testa) ha superato i 26.000.
A maggio del 2003 gli insorti venivano calcolati in poche migliaia di ex sostenitori di Saddam, che sarebbero stati spazzati via rapidamente; oggi si stima che siano almeno 10.000 guerriglieri ben addestrati e determinati a continuare la lotta. Delle milizie sciite allora non si parlava molto e si riteneva che contassero circa 5000 uomini; oggi sono stimate a dieci volte tanto.

Quanto al resto, come riferiva ieri la National Public Radio, la rete pubblica radiofonica americana, a Baghdad l'elettricità viene erogata solo alcune ore al giorno, l'acqua potabile manca e le fogne riversano i loro liquami nelle strade. Il paese è distrutto, ma non è vinto. La guerra di occupazione si è trasformata in un conflitto strisciante con 3-4 americani morti al giorno e centinaia di iracheni uccisi negli scontri e nei regolamenti di conti tra sunniti e sciiti, mentre all'orizzonte si profila il ben peggiore e più sanguinoso conflitto tra le milizie sciite e l'esercito americano.

Anche ieri era una bella giornata di sole a Washington e le rose erano già fiorite nel giardino della Casa bianca, quando il presidente ha pronunciato un altro discorso sulla guerra. Questa volta non per dire che era finita, ma che continuerà indefinitamente, fino alla vittoria totale, per quanto ancora avvolta nelle nebbie. L'occasione era per annunciare che ha posto il veto sulla legge appena approvata dal Congresso che rifinanzia la missione militare fino a settembre, ma richiede che dopo inizi il ritiro delle truppe, che dovrebbe essere completato entro il mese di marzo del 2008. Per Bush "indicare una data per il ritiro vuol dire fissare una data per la sconfitta, e questo è da irresponsabili"; lasciare l'Iraq adesso significherebbe "fare piombare tutta la regione nel caos".

E' il secondo veto del suo mandato (l'altro riguardava la legge di finanziamento della ricerca sulle cellule staminali, fortemente osteggiata dai gruppi integralisti religiosi). In precedenza non aveva avuto bisogno di opporre il suo veto perché dalla sua aveva un parlamento a maggioranza repubblicana che non osava contraddire il capo. Anche quando John McCain (un senatore repubblicano attualmente in corsa per la presidenza) riuscì a fare approvare una proposta di legge contro la tortura dei prigionieri, bastò la minaccia del veto presidenziale per fargli fare marcia indietro.
Ma dopo le elezioni di novembre le cose sono cambiate. Il Congresso ha avviato una serie di indagini sulle malefatte e le inefficienze della amministrazione, e, soprattutto, ha deciso di "voltare pagina sulla guerra", come avevano chiesto gli elettori. Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei rappresentanti, non si è mostrata per nulla impressionata dal veto presidenziale e si è detta ben decisa ad andare avanti. Sa che la stragrande maggioranza degli americani non ne può più della guerra e dello stillicidio di morti, vuole che si fissi una data per il ritiro delle truppe e non crede più nelle promesse del presidente.

Bush sostiene che, dal momento che la Costituzione gli attribuisce le funzioni di comandante in capo, nessun altro se non lui può decidere sull'andamento della guerra. Con riferimento alla legge appena approvata ha parlato sprezzantemente di tentativo di "microgestione della guerra da parte dei politicanti di Washington".
Ma la Costituzione dice anche che solo il Congresso può dichiarare guerra e l'autorizzazione dell'ottobre 2002 che ha consentito l'avvio dell'operazione Iraqi Freedom per combattere il terrorismo non è una dichiarazione di guerra. In ogni caso, negli Stati Uniti come in ogni paese democratico, solo il Congresso controlla i cordoni della borsa e senza soldi Bush è un generale senza esercito, anzi un generale senza cavallo. Quella finanziaria tuttavia è un'arma a doppio taglio sfruttata propagandisticamente per sostenere che limitando i fondi il Congresso mette a rischio la sicurezza delle truppe.

Ma i democratici non si fermeranno e con loro anche diversi repubblicani, soprattutto quelli che dovranno ripresentarsi alle elezioni nel 2008 e che ogni settimana debbono rispondere alla preoccupazione e alla contrarietà dei propri elettori. Un'altra guerra si annuncia, per fortuna pacifica e parlamentare: non c'è soltanto il capitolo Iraq e Afghanistan, in ballo c'è tutto il bilancio della difesa e se i democratici faranno quello che hanno minacciato, cioè tagliare i fondi su tutte le spese militari, anche le potenti lobby degli armamenti non staranno a guardare e spingeranno l'amministrazione a cercare un compromesso. Dopotutto tra poco più di un anno George Bush non ci sarà più, mentre la politica e gli affari debbono continuare.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il