Le città e i cittadini abbandonati: i risultati della Ricerca della Caritas

Presentata l'indagine, durata due anni, nata dalla collaborazione tra la Caritas italiana e un gruppo di ricercatori di sociologia dell'università cattolica di Milano



Dai sobborghi di Scampia ai palazzoni dello Zen di Palermo, dall'Esquilino di Roma all'ex zona 13 di Milano. Un lungo itinerario che attraversa 10 periferie italiane (oltre a Napoli, Palermo, Roma e Milano, ci sono Genova-Begato; Bari-San Paolo; Catania-Librino; Firenze-Isolotto-Torri Cintoia; Bologna-Navile; Torino-Barriera di Milano). Di queste periferie 5 sono lontane dal centro delle rispettive città e sorte durante la grande stagione di pianificazione urbana degli anni 60 e 70, e 5 sono quartieri che non sono considerati in sé periferie ma ne presentano molte delle caratteristiche tipiche. E' questo il contenuto di un'indagine durata due anni e nata dalla collaborazione tra la Caritas italiana e un gruppo di ricercatori di sociologia dell'università cattolica di Milano, i cui risultati sono stati raccolti nel volume "La città abbandonata", presentato nella sede della Caritas italiana a Roma, alla presenza del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero.
Presenti anche Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia alla Cattolica di Milano, mons. Francesco Montenegro, presidente della Caritas italiana e Mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas.

Al centro dell'indagine, un quadro "scientifico" ma concreto delle realtà di disagio e di quotidianità che caratterizzano queste aree, che mette in crisi il tradizionale modello dicotomico centro-periferia, evidenzia la grande eterogeneità sociale che vi si trova, e il rapporto sempre più difficile che lega gli abitanti di queste zone ai mutamenti imposti dalla globalizzazione. Un vero e proprio laboratorio, in cui talvolta si ritrovano moltiplicati gli effetti più nefasti della rapida evoluzione dei flussi globalizzati, e che evidenzia in maniera tipica nel caso italiano, un'elevata immobilità sociale ed economica.

"Abbiamo voluto guardare alla realtà- spiega mons. Montenegro- con gli occhi del cuore, come dice Benedetto XVI. Le periferie sono spesso considerate solo bacini elettorali, discariche locali, luoghi di frontiera". Noi, aggiunge, "abbiamo tentato di dare a queste realtà uno sguardo diverso, individuando il disagio che le caratterizza e partendo dai nostri centri di ascolto e dalla nostra rete territoriale". Infatti, spiega Montenegro, "questi sono quartieri che diventano luoghi di esclusione e di disagio anche perché manca un vero e proprio progetto di città". E allora, continua il presidente di Caritas italiana, "c'è bisogno di ricominciare dalla polis e noi riteniamo validi tutti quegli interventi sociali che aiutano a emancipare i poveri".

"I quartieri esaminati non sono aree omogenee- precisa Magatti- hanno dentro un groviglio e un'aggregazione ricca di persone che produce diversi conflitti interni". Sono almeno tre i principali: "quello generazionale che oppone anziani e giovani, quello che caratterizza la convivenza tra immigrati e autoctoni, e la situazione di povertà che interessa alcune fasce che vivono in queste aree".

In questi quartieri, aggiunge il sociologo coautore dell'indagine Caritas, "spesso vige un ordine dovuto alla criminalità organizzata e chi lo rispetta vive abbastanza bene. Inoltre la violenza ha un grande significato simbolico".

Una nota positiva è, secondo Magatti, la realtà della scuola: "E' un'istituzione- conclude- che è presente e resiste. Nella maggior parte dei casi analizzati dalla nostra indagine rappresenta un luogo straordinario di contrasto al degrado".
Positivo il commento del ministro Ferrero: "Credo- dice- che il libro presentato chieda con tutta nettezza di riscrivere l'agenda della politica". Nel nostro Paese, aggiunge, "il rischio è quello di una guerra tra poveri di cui il conflitto tra immigrati e autoctoni potrebbe essere un esempio". Per questo, spiega Ferrero, "occorre ricostruire la soggettività della periferia contrastando la rifeudalizzazione del territorio e sviluppando un welfare universalistico che incoraggi anche le realtà dell'associazionismo e del volontariato".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il