Lavoro in Italia: per l'amianto si muore ancora. La storia di Duilio Castelli di Monfalcone

Duilio Castelli l’ho incontrato per la prima volta a Monfalcone la settimana scorsa nella sua stanza, al primo piano dell’ospedale San Polo dove ha sede l’A.E.A. (Associazione esposti amianto)



Duilio Castelli l’ho incontrato per la prima volta a Monfalcone la settimana scorsa nella sua stanza, al primo piano dell’ospedale San Polo dove ha sede l’A.E.A. (Associazione esposti amianto). Duilio, veneto di origine, pochi capelli rossi ancora in testa, piccolo di statura e coinvolgente nel dialogo, ne è il presidente. Ha 75 anni e ha lavorato in Fincantieri fino all’89, ma già dal ’71 gli avevano diagnosticato l’asbestosi, una malattia respiratoria cronica legata alle proprietà delle fibre di asbesto di provocare una cicatrizzazione (fibrosi) del tessuto polmonare. Non è mortale, l’asbestosi. Però causa un irrigidimento dei tessuti dei polmoni e, di conseguenza, la perdita di gran parte della funzionalità. A vederlo Duilio sta benone, ma in fondo è un sopravvissuto. A Monfalcone quando si chiede dell’ amianto ti rispondono che la “polvere” ha fatto almeno 600 morti accertati. E chissà quanti altri che sono rimasti nelle maglie delle statistiche quando ancora questo isolante veniva considerato un materiale prezioso e non mortale e per chi stava sulle navi era quasi considerato una benedizione. Lavorare nei “cantieri della morte”, come i socialisti dei primi anni del secolo definivano questo luogo, per molti qui ha rappresentato l’unica forma di sopravvivenza economica possibile. Anche per Duilio è stato così. “Cosa volete – commentava l’altro giorno- quando si ha bisogno ci si adatta ai lavori meschini”. Nessuno, all’epoca, sapeva di correre un pericolo, l’amianto per loro era solo un buon isolatore, un magnifico materiale insonorizzante, tanto per usare un termine tecnico, e lavoravano nella più beata ignoranza. Ma vivere nel ventre della balena per molti è stato fatale.

È bastata una esposizione di trenta giorni, e per le donne lavare le tute sporche dei mariti, o portare via “solo polvere” dai tavoli della mensa aziendale per ammalarsi e poi morire. Talvolta è stato anche un abbraccio a tradirle, quello che riservavano ai loro uomini quando tornavano a casa la sera. “Molte delle nostre donne – racconta ancora Duilio – sono morte perché baciavano i nostri capelli…”.
Capita così raramente di ascoltare persone appassionate che sembrava di stare in un’altra Italia, quella civile, democratica e solidale in cui tutti ci riconosciamo, dove il sindaco Ds di Monfalcone Pizzolitto è stato capace di dire ancora anche cose di sinistra: “La città è ferita, la città è indignata… il profitto dell’impresa non può essere fondato sullo sfruttamento e il non rispetto della salute dell’operaio”. Ma sono solo parole. A Monfalcone moriranno ancora.

L’amianto è un killer lento, si muove piano nel corpo e nell’aria. Una fibra di amianto ci mette 24 ore per scendere di un metro dall’alto, da dove la sparano le ciminiere. E anche quando ti è entrato dentro, nelle fibre della pleura, impiega anche trent’anni prima di risvegliarsi improvvisamente. Poi ti uccide in meno di un mese, ti uccide annegandoti nel liquido dei tuoi stessi polmoni che cresce a dismisura e non c’è catetere al mondo che te lo possa drenare via con la stessa rapidità con cui si forma. Lo sanno tutti che va così, a Monfalcone. Perché non c’è famiglia, in questa “company town”, nata e cresciuta nel progresso e nell’apparente benessere, che non conti almeno un morto in famiglia per colpa dell’amianto. E l’esser stati “canterini”, come qui chiamano i lavoratori della fabbrica che costruisce la navi più grandi e più belle del mondo, talvolta non è neppure il motivo principale.

L’amianto è ancora nell’aria, lo sanno tutti. Scende piano. E da qui al 2025 ne moriranno ancora a grappoli. Da quando l’amianto è stato messo al bando con la legge del ’92, da quando insomma si è smesso di usarlo, è stato calcolato a spanne un periodo di tempo entro il quale anche l’ultimo esposto al minerale killer avrà chiuso gli occhi ucciso dal mesotelioma, quel cancro al polmone che è provocato solo dalle fibre di amianto e da null’altro e che ti buca la pleura come un groviera fino a bloccare la respirazione. Dopo quell’anno che sarà il picco più alto, si dice, le morti cominceranno a scendere. Ma non è detto che finiscano lì.

Qualcuno dovrà pagare per tutto questo, si dice. Anche se tra la gente si respira aria di rassegnazione. Perché ormai quelli che potrebbero essere considerati colpevoli dell’accaduto, i dirigenti della Fincantieri di quarant’anni fa, oggi hanno tutti quasi ottant’anni. E forse anche loro non ne sapevano un granchè del pericolo che correvano gli operai. Erano i tre direttori dello stabilimento Fincantieri che hanno guidato l’azienda dal 1966 fino al 1984: Giorgio Tupini, Manlio Lippi, e Vittorio Veneto Fanfani, fratello di Amintore, rinviati a giudizio per il reato di omicidio colposo. Ma non si è mosso nulla. Diverso il discorso per le cause di risarcimento. Nel 2004 l’attivismo di alcune associazioni, a partire da quella fondata da Duilio Castelli, aveva fatto muovere la procura di Gorizia. Si pensava che gli oltre 600 fascicoli affastellati sulla scrivania del procuratore generale, Carmine Laudisio, potessero essere la base per un maxi processo contro la Fincantieri. C’era parecchio entusiasmo, molte aspettative intorno a questa possibilità. Poi anche Gorizia, come tanti altri tribunali italiani, si è rivelata un porto delle nebbie. I 600 fascicoli ci sono ancora, a prender polvere sulla scrivania di Laudisio. Solo 4 cause hanno visto la luce, ma i tempi dei processi fanno pensare più alla prescrizione che alla giustizia.

Eppure si continua a morire. Solo nell’ultimo mese sono stai celebrati ben 4 funerali di ex operai Fincantieri (alcuni di loro, come Mirko Yelen, giovani (51 anni, poi altri di 60 anni, 71 anni, etc…). Tutti con malattie riconducili, probabilmente, al lavoro svolto in fabbrica. Anche gli impiegati del settore contabilità o amministrazione hanno respirato l’amianto e sono morti, pensando magari che solo gli operai a diretto contatto col micidiale materiale fossero a rischio, ma così non è stato.

Certo, le opere di bonifica ci sono state, forse sono anche servite a limitare danni peggiori futuri. Ma la vergogna è un’altra, che per tutti gli operai caduti “per il lavoro” non c’è stato nessun risarcimento fino ad oggi. La legge del ’92 ha solo consentito a molti di loro esposti all’amianto di godere di uno scivolo previdenziale, un prepensionamento di un numero di anni corrispondenti a quelli a cui si è stati a contatto con il materiale. Sembra quasi una beffa. E’ come se lo Stato si mettesse l’anima in pace dando a questa gente la possibilità di vivere quel tempo che resta accanto ai loro cari, sapendo perfettamente come andrà a finire. Ne ho conosciuti una decina di questi “baby pensionati” e nessuno di loro guardava al futuro, alla pensione, come ad un traguardo raggiunto per vivere finalmente con serenità la propria vita.

Era la parola “vivere” a creare problemi al dialogo. “Se avremo ancora tempo di vivere…” mi ha salutato senza un sorriso Roberto Perrini, 50 anni circa, saldatore della Fincantieri, che dal 2009 avrà lo scivolo previdenziale dopo sei anni passati a contatto con l’amianto. Ma può anche darsi che a Roberto non succeda nulla. Ci sono stati anche casi in cui questi “dead men walking” hanno beffato la morte. Come Luigino Francovich, anni passati a dormire sulle balle d’amianto, che a cinquant’anni se n’è andato dalla fabbrica dopo aver permesso di laurearsi a tutte e tre le sue figlie. Oggi ha aperto un ristorante, si sottopone a controlli ogni tre mesi, ma pare proprio che ce l’abbia fatta. Lui non è come Duilio, o come tutte le altre storie che incroci al Bar Universo, il ritrovo ufficiale degli operai della grande fabbrica. E dove si racconta sempre lo stesso dramma.

“Già nel 71 cominciavo a sentire l’affanno – ci racconta ancora Castelli - lavoravo col cannellino con fiamma, tagliavo i pannelli isolanti per la coimbentazione della navi, poi mi occupavo degli isolanti per le caldaie delle cucine a bordo, un lavoro infernale a temperature infernali. La polvere di amianto che c’era negli ambienti a volte non ti permetteva neanche di farti vedere a pochi centimetri. Poi è cominciata la spossatezza, non riuscivo a fare una rampa di scale, a tenere in mano la fiamma ossidrica. Sono andato dal mio medico,è stato lui a mettere in relazione la mia malattia con l’amianto, è stata l’intuizione di questo mio ex compagno di giochi, colui che altri miei amici scartavano da bambini quando si giocava a pallone perché aveva un handicap. Lui ha capito che poteva esserci un nesso. Ma erano gli anni 70, troppo presto per capire la causalità. Poi nel 79/80 ci sono stati altri studi, ma si parlava ancora poco della pericolosità dell’amianto. Ma intanto notavamo, che ogni tanto qualcuno dei nostri colleghi si assentava dal lavoro per malattia o perché si ammalava. Solo del mio reparto eravamo in 125, moltissimi i coetanei, i sopravvissuti di quel gruppo, siamo solo in 4. Comunque dopo i primi disturbi sono andato al personale che mi ha cambiato reparto e sono stato assegnato alla mansione di Guardiafuochi, spegnere i principi di incendio se piccolo i avvisare i vigili del fuoco per quelli più grandi, ma anche lì ero a contatto con l’amianto, con le tute ignifughe contro gli incendi e altri materiali…e poi quella polvere sottilissima era ormai in circolo dappertutto. Poi sono arrivati gli studi del professor Bianchi e abbiamo cominciato a capire, ma la gente aveva il timore di denunciare, ma i morti c’erano, si veniva a sapere che tizio o caio se ne erano andati all’altro mondo dopo sofferenze atroci con tumori diagnosticati pochi mesi prima. Poi nel 1994, su input di un medico, fondo l’associazione, piccola, troppo giovane, molti sono arrivati col passaparola e molti altri me li sono andanti a capare da soli, i malati o i parenti delle vittime’.

Oggi secondo Diego Dotto – figlio di un operaio che lavorava in appalto per Fincantieri e morto nel 1997 per tumore ai polmoni – gli iscritti sono 160 circa. L’A.E.A. con la propria azione di volontariato porta avanti la battaglia di coloro che chiedono un riconoscimento anche in sede giudiziaria per le vittime dell’amianto. Sempre l’A.E.A. ha incontrato di recente il Procuratore Generale di Trieste, Deidda, che ha balenato l’ipotesi di avocare a se le indagini e le inchieste sui morti di amianto. Una speranza, per quanto flebile, di riprendere il filo di un discorso interrotto dalla giustizia e dallo Stato, che ancora oggi fa finta di non vedere. Per vergogna e per omertà.

L’amianto è fuorilegge, adesso si usano lana di vetro e lana di roccia, che sono cancerogeni lo stesso, ma finché la medicina ufficiale non lo dimostrerà le aziende potranno continuare a farli usare a una manodopera sempre più immigrata, del tutto ignara del proprio destino. A Monfalcone oggi ci lavorano i bengalesi. Li trovi a tutte le ore, addossati al muretto davanti al Bar Universo e in attesa dell’autobus 212, il loro unico mezzo di trasporto. Per loro anche una bicicletta, quella che usano tutti i canterini, così tante che sembra di stare in Cina in qualche momento, è qualcosa che non si possono permettere. Eppure hanno facce allegre, sorridenti. Ma sono per lo più lavoratori in affitto, vittime del meccanismo dei sub appalti che nella grande fabbrica ha caratteristiche feudali. Stentavo a crederci quando mi hanno detto che in cantiere i sub-appalti sono talmente complicati che un lavoratore in affitto poteva compiere un passaggio anche di cinque, sei mani, senza più alla fine capire per chi lavorasse.

E’ una città ferita, Monfalcone. E’ un microcosmo dove la sacralità del lavoro e l’eccellenza di una produzione di prestigio va a spasso a braccetto con una precarizzazione del lavoro di livello cosmico. E dove, ancora oggi e nonostante i morti, le regole della sicurezza sul lavoro sono le prime ad essere violate. Ma soprattutto, Monfalcone è il luogo dove la giustizia ha preso il largo da tempo insieme con le navi da crociera più belle del mondo e che non importa quanto sono costate, anche in termini di vite umane, perché le ragioni del mercato hanno in questo luogo radici più profonde del dolore delle vittime dell’amianto.

Quella di Monfalcone è una storia da continuare a raccontare, una delle tante pagine nere d’Italia, che non deve andare a finire come Porto Marghera o come tante altre faccende, dove alla fine la colpa non è di nessuno e dopo un po’ il grido dei morti e il pianto delle vedove diventa un suono di sottofondo che non ascolta più nessuno. Nel profondo nord est operoso d’Italia c’è un’intera città che chiede, oggi come ieri, verità e giustizia.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il