Scontro tra Israeliani e Palestinesi: si celebrano i 40 anni di questo triste conflitto

A 40 anni dal conflitto dei sei giorni del 1967, un rapporto di Amnesty International chiede agli israeliani di smantellare gli insediamenti e i checkpoint in Cisgiordania, ai palestinesi di porre fine agli attacchi contro i civili israeliani e all



Gli scontri tra israeliani e palestinesi sembrano non conoscere sosta. A nuovi lanci di razzi in direzione della cittadina di Sderot - "strumenti di autodifesa", secondo il leader politico di Hamas in esilio a Damasco Khaled Meshaal -, l'esercito di Tel Aviv risponde con i carri armati: una quindicina di tank - stando ad un portavoce israeliano che ha definito l'incursione una semplice "attività di routine" - sarebbero penetrati in mattinata nella Striscia di Gaza con la copertura di elicotteri da combattimento e accompagnati dalle forze di terra.

Parallelamente, le trattative per un possibile scambio di prigionieri, in vista della liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, nelle mani dei miliziani di Hamas dal 25 giugno scorso, sono ancora in fase di stallo, dopo che Israele, come riportato dal quotidiano Haaretz, ha respinto una lista di 350 reclusi la cui scarcerazione è stata richiesta nelle settimane scorse da Hamas, come contropartita per la liberazione del caporale Shalit. I mediatori egiziani hanno chiesto alle fazioni armate palestinesi di presentare proposte scritte su come intendono superare la crisi che ha già prodotto una cinquantina di morti in meno di un mese.

Intanto, in occasione del quarantesimo anniversario dell'occupazione di Cisgiordania e Gaza nella Guerra dei sei giorni del 1967, Amnesty International chiede al governo israeliano di porre fine alle confische di terreni, ai blocchi e alle altre violazioni del diritto internazionale umanitario che avvengono sotto l'occupazione. Azioni, scrive l'organizzazione in un rapporto lungo 45 pagine e intitolato "Occupazione permanente: i palestinesi sotto assedio in Cisgiordania", che hanno solo dato luogo a massicce violazioni dei diritti umani e non hanno portato sicurezza alla popolazione civile israeliana e palestinese.

Il dossier illustra con dovizia di particolare i devastanti risultati causati da quattro decenni di occupazione: dall'incessante espansione degli insediamenti illegali sulle terre occupate - che priva la popolazione palestinese di risorse determinanti - alla pletora di misure che confinano i palestinesi in enclavi frammentate e ostacolano il loro accesso al lavoro e ai servizi sanitari ed educativi. Misure che comprendono l'innalzamento di un muro lungo 700 chilometri e oltre 500 tra checkpoint e posti di blocco regolati da un complicatissimo sistema di permessi.

Quasi mezzo secolo di occupazione hanno fatto sprofondare i palestinesi nella disperazione e nella povertà: "I palestinesi della Cisgiordania vengono bloccati a ogni curva", ha spiegato Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Non si tratta semplicemente di un fastidio, può essere questione di vita o di morte. È inaccettabile che le donne in travaglio, i bambini malati o le vittime di incidenti che si stanno recando in ospedale siano costretti a fare lunghe deviazioni e ad affrontare ritardi che possono costar loro la vita".

 "Da quarant'anni la comunità internazionale non riesce a rispondere in maniera adeguata al problema israelo-palestinese - ha proseguito il direttore regionale della Ong - le dure restrizioni israeliane hanno provocato il collasso dell'economia palestinese e aggravano le condizioni sempre più fragili nelle quali i Palestinesi vivono e lavorano con conseguenti disperazione, povertà e insicurezza alimentare mai viste fino ad ora".

Le ricorrenze di eventi storici di grande portata dovrebbero essere occasioni per avviare riflessioni approfondite. Allo stesso modo, l'anniversario della Guerra dei sei giorni - che portò nel 1967 Israele ad occupare il Sinai egiziano, il Golan siriano, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est - potrebbe rappresentare un momento per rimettere in discussione i rapporti di forza nella regione, e costituire uno spunto per considerare iniziative di pace volte a mettere una volta per tutte la parola fine all'interminabile conflitto tra i due popoli. Iniziative come il dispiegamento urgente di un efficace meccanismo internazionale di controllo sui diritti umani, come chiesto da Amnesty nel suo rapporto, che verifichi il rispetto di entrambe le parti degli obblighi di diritto internazionale. O l'impegno a indagare e incriminare, attraverso l'esercizio della giurisdizione universale, coloro che commettono crimini di guerra o altri crimini previsti dal diritto internazionale.

Eppure, il clima di guerra che perdura da quarant'anni, e in particolare gli ultimi sette anni di Intifada palestinese, di attentati suicidi e di razzi Qassam, hanno creato un callo nell'opinione pubblica israeliana, che appare disinteressata a cogliere questo quarantesimo anniversario per riflettere sulle sue priorità. La gente d'Israele, d'altronde, ha già commemorato quel giorno del '67 a modo proprio, e lo ha fatto il mese scorso, secondo il calendario ebraico, celebrando la "riunificazione" di Gerusalemme sotto la sovranità ebraica. Sono aumentati, rispetto a qualche anno fa, gli israeliani inclini a non riconoscere la persistenza di un abuso, di una costante violazione dei diritti del popolo palestinese. Una reazione alla "involuzione" della classe politica che guida il Paese, che anche nelle sue espressioni più progressiste - e nonostante le dichiarazioni di intenti -appare incapace di sedersi ad un tavolo negoziale serio con i leader palestinesi più moderati come il presidente dell'Anp Abu Mazen. "I dirigenti dei partiti più importanti - ha riferito il pacifista israeliano Meir Margalit ad Apcom - si limitano ad invocare misure restrittive contro i palestinesi o nel migliore dei casi a prendere tempo sperando che qualcosa cambi in meglio mentre dovrebbero dire chiaramente alla gente che Israele occupa territori di un altro popolo e che la pace sarà possibile solo con la nascita di uno Stato palestinese sovrano, accanto a Israele".

Al contrario, le due parti in causa continuano imperterrite a rilanciarsi la palla avvelenata delle accuse, e a rifiutare reciprocamente le proprie responsabilità. Così, le critiche rivolte allo Stato ebraico da Amnesty - per l'occupazione dei Territori e la costruzione del muro in Cisgiordania - sono state immediatamente rispedite al mittente dal vicepremier e premio Nobel per la Pace Shimon Peres: "I problemi causati dalla barriera sono la conseguenza dell'Intifada e degli autobus che gli attentatori suicidi palestinesi facevano esplodere in Israele", è stata la sua replica.

È quindi con una vena di amarezza che il quotidiano Haaretz ricorda questo anniversario: "Quaranta anni fa - ricorda il giornale - furono gli ultimi giorni in cui i cittadini di Israele poterono essere liberi nella loro terra. Furono gli ultimi giorni in cui avemmo modo di vivere qui senza interferire nella vita di un altro popolo. La nostra vittoria sul campo di battaglia, volta a rendere la nostra esistenza più sicura e migliore, invece ha reso miserabili le nostre vite e quelle degli altri". Se è vero - conclude l'articolo - che in molte occasioni l'altra parte si è rifiutata di negoziare, "oggi ventidue Stati membri della Lega Araba hanno dichiarato la linea del 4 giugno 1967 come base per la pace (con Israele), un risultato che nemmeno sognavamo 40 anni fa. Israele sta perdendo la possibilità di trasformare quella vittoria militare nel suo più grande risultato di sempre".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il