Festival dell'innovazione di Roma: parlano gli imprenditori italiani dei settori interessati

Al Festival dell'Innovazione in corso a Roma si è parlato di come stimolare l'innovazione e sfruttare le occasioni della nuova economia



Rigidità dei mercati. Eccessiva pressione fiscale. Assenza di spirito imprenditoriale. Mancanza di apertura all'innovazione. Occasioni perse. Chi l'avrebbe detto che per avere un'altra desolante fotografia dei ritardi dell'Italia bisognava andare al Festival dell'Innovazione in corso in questi giorni a Roma? E invece, paradosso ma fino a un certo punto, accade anche questo.

Tra l'ologramma di Edoardo Sanguineti e l'eccellente mostra sulla storia del computer, la Tavola Rotonda intitolata "Innovazione e nuova economia" di venerdì 8 maggio ha infatti offerto l'ennesima illustrazione delle ragioni che frenano lo sviluppo del nostro Paese. Solo che a recitare un soggetto ormai consolidato, questa volta, sono stati alcuni dei più illustri esponenti della new economy italica.

Ha cominciato Mario Luzzi, presidente di Zero9, mobile company nostrana da 40 milioni di fatturato l'anno lamentando la pressione fiscale che pesa su imprese e dipendenti in Italia e le rigidità della burocrazia. "In Irlanda, a parità di salario lordo, il dipendente incassa di più e l'azienda spende di meno. In Sudafrica è possibile sottoscrivere le azioni di un'azienda via internet e riceverle per posta dopo tre giorni", ha raccontato l'imprenditore senza lasciare molte speranze. "Il futuro è così nero che presto potremmo anche spostare tutto a Dublino".

Nemmeno il tempo di meditare sulle meraviglie della patria di Joyce che Antonello Martini di Reply puntava il dito sull'assenza di politiche strategiche e di investimenti in R&D per dipingere un avvenire egualmente fosco: "Non ci sono investimenti in ricerca, non ci sono aziende leader, non c'è industria. Cina e India eroderanno le nostre quote di mercato nel manifatturiero. Mentre nell'hi-tech, senza finanziamenti, ci limiteremo a fare i consumatori".
 

Rincarava poi la dose Giandomenico Celata, presidente di Roma Wireless, lamentando gli scarsi investimenti per il miglioramento della produttività del settore dei servizi, mentre il ventottenne Davide D'Atri di BeatPick, sevizio che offre modelli creativi e innovativi di gestione e di pagamento dei diritti d'autore, allietava amaramente l'uditorio con gustosi paragoni tra Italia e Gran Bretagna. Come sull'accesso al credito. "Appena arrivato in Inghilterra, dopo due giorni avevo un conto corrente business. In Italia sono dovuto andare allo sportello accompagnato da mio padre".

E dire che la giornata si era aperta su toni molto più ottimistici con la presentazione di Dale Kutnick di Gartner che ha cercato di delineare gli orizzonti della rivoluzione elettronica con le aziende che devono abituarsi a ragionare all'interno di una cornice incentrata sui partner. "Un processo – ha spiegato Kutnick – che farà sì che la competizione si svolgerà sempre meno tra singole imprese e sempre di più tra ecosistemi". Network, per intenderci, come quelli proposti da Procter & Gamble per la produzione di nuove idee, Novartis per la ricerca scientifica, e eBay per lo sviluppo delle piattaforme e i servizi agli utenti.

Ci sarebbe stato molto da ragionare sulle prospettive di questi nuovi modelli, in effetti. Ma quando la parola è passata agli italiani, il tono generale della discussione ha preso ad incupirsi. Fino a contagiare l'uditorio, se è vero che un ulteriore sintomo di mancanza di innovazione del nostro Paese è stato riscontrato persino nella composizione dei relatori. Tra gli 11 speaker presenti sul palco c'era solo una donna, hanno fatto notare sottovoce alcune signore presenti in sala. Ed era pure straniera, aggiungiamo noi.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il