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Pensioni ultime notizie statistiche e rapporti che indicano novità necessarie per quota 100, assegno universale, mini pensioni

Statistiche, ultimi dati e recenti studi che dimostrano le necessità di cambiare l’attuale legge pensioni: le ultime notizie e quali possibili prospettive




Da mesi ormai studi e recenti statistiche indicano la necessità di cambiare l’attuale legge pensioni in Italia: nonostante, infatti, riesca a garantire sostenibilità economica al nostro Paese, si tratta di norme troppo rigide per i lavoratori e che impediscono il rilancio dell’occupazione. Il principio è semplice: la legge pensioni italiana prevede che, vivendo più a lungo, si può anche lavorare più a lungo e questo significa mantenere a lavoro le persone già impiegate per più tempo e impedire la creazione di nuovi posti di lavoro per i lavoratori più giovani, meccanismo che certo non giova all’economia. Senza considerare la necessità di dividere, come proposto nel corso di questi mesi, spesa assistenziale da spesa prettamente pensionistica.

Gran parte, infatti, della spesa previdenziale italiana è di tipo assistenziale e ridurla significherebbe spendere di meno. Basti pensare che da un recente Rapporto sugli ammortizzatori sociali della Uil, è emerso che nel 2014 sono stati spesi 23,9 miliardi per ammortizzatori sociali, tra cassa integrazione, Aspi, mini Aspi e disoccupazione, con un saldo negativo di 14,6 miliardi di euro, cifra che invece avrebbe potuto permettere di agire sulle pensioni con l’approvazione, per esempio, dell’assegno universale.

I numeri hanno poi confermato un boom di pensioni anticipate, ben 109mila primi 9 mesi del 2015: nonostante le penalizzazioni cui i lavoratori sanno di andare incontro decidendo di lasciare prima il lavoro rispetto alla soglia di uscita fissata, sono aumentate le richieste di poter andare in pensione prima, prima dello scatto verificatosi che porta l’età pensionabile a salire ancora di quattro mesi, passando da 66 anni e tre mesi a 66 anni e sette mesi. A questa situazione si aggiunge quella di un tasso di disoccupazione giovanile ancora alto, nonostante l’aumento dei contratti a tempo indeterminato risultato delle novità del Jobs Act.

Secondo un recente rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), inoltre, il valore degli assegni previdenziali è pari al 79,7% del salario netto contro un 63% della media Ocse, il peso dei contributi è al 33%, il massimo nell'area, e anche la spesa pubblica per la previdenza è il doppio alla media e questo non fa certo preludere ad un futuro roseo. Le pensioni italiane risultano, inoltre, le più tassate d'Europa e secondo Carla Cantone, segretario del sindacato europeo dei pensionati, su un assegno da 1.500 euro nel nostro Paese si pagano 600 euro di tasse, in Germania 60. A Parigi, Berlino, Londra e Madrid sono esentati dalle imposte tutti quelli che ricevono meno di 9mila euro l'anno, in Italia il tetto è a 7.750: evidente dunque una disparità che deve essere sanata e una pressione fiscale che merita di essere rivista per non arrivare a diventare del tutto insostenibile per i pensionati.

I cambiamenti per le pensioni potrebbero essere sostenuti da un rialzo del Pil italiano, che nel 2016 è dato in crescita e dalla necessità di rivedere i conti dell’Istituto di Previdenza, a rischio, come dichiarato dallo stesso presidente. Secondo il rapporto annuale dell'Istituto, che si riferisce al 2014, l’anno si è chiuso con un risultato economico negativo per 12,7 miliardi di euro e un disavanzo finanziario di competenza di 7,8 miliardi di euro e sottolinea che oltre 6,6 milioni di pensionati in Italia (42,5% del totale) percepiscono assegni inferiori a 1.000 euro mensili. E’ chiara, dunque, l’urgenza di attuare cambiamenti, sia per quanto riguarda i requisiti di uscita, sia per quanto riguarda il valore degli assegni.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il