Che cosa fare dopo essersi laureati?

Ho letto di recente in un blog che il sistema retributivo italiano è inversamente proporzionale al titolo di studio



Alcuni di noi, approfittando della sessione di giugno, hanno finito gli esami. Tesi (quasi) nel cassetto e tutto pronto per il grande giorno... e poi?
 
La domanda che mi pongo è comunune a quella di molti miei colleghi, lo faccio in stile totalmente ottimista evitando quelle lagne senza fine (nel senso di infinite e inutili) che dicono che "non c'è lavoro", "i giovani stanno male", "si stava meglio quando si stava peggio". Bene, preso atto della situazione socio-congiunturale, che si fa? Ho letto di recente in un blog che il sistema retributivo italiano è inversamente proporzionale al titolo di studio, la cosa mi ha fatto sorridere ma anche pensare, non è poi cosi falso.. va anche detto che per la legge della domanda e dell'offerta se tutti ci laureiamo e nessuno monta più le caldaie, viene da se che la ferrari la compra il caldaista..
 
Le possibilità concrete per un giovane neolaureato sono le seguenti:
 
- il dottorato: poco pagato, si rincorre una borsa di studio, si sceglie di rinunciare al denaro, almeno per un pò di anni, ma la vita non è malvagia e il futuro può essere roseo. Paradossalmente i problemi nella ricerca sembrano essere più legati a facoltà come medicina e biologia che alla nostra economia che non se la passerà al top, ma campa.
 
- il master: docenti responsabili di master costosi presentano le proprie proposte di alta specializzazione agli studenti che bramano il diciannovesimo anno di formazione: titoli accattivanti, operatività paventata. Guardando però piani di studi e docenti ci si rende conto che ciò che si compra è un discreto servizio placement in aziende dai nomi altisonanti, ovviamente si compra uno stage, se poi ti assumono dipende da te.. ma non solo.
 
- la grande azienda: un mio amico, abnegazione ed intelligenza, laurea in bocconi e cultura importante, inizia il suo secondo stage di sei mesi. Dopo la multinazionale, la banca d'affari. Lui è al settimo cielo e lo capisco, ma perchè lo stage non è come la patente? Una volta fatto abbiamo capito come funziona, fateci lavorare. Sarebbe molto carino se ogni auto che guidiamo richiedesse una patente specifica, no?
 
- un business proprio: sembra una follia ma l'economia della conoscenza, l'ho sempre creduto, ci permette di aprire un sito e una postazione di lavoro virtuale oltre ad un piccolo workplace fisico, ipotizzando un business proprio, di tipo ovviamente nanoconsulenziale. Servono di certo i giusti indotti relazionali (che non vuol dire raccomandazioni) e le spalle larghe, ma io la vedo meno nera rispetto a molti che pensano che senza due anni sottopagato nella multinazionale non sei nessuno.
 
- la pmi: b2b o consumo, le nostre zone (triveneto) sono molto ricettive e le medio-piccole aziende si aprono al marketing. Per questione di costi e amicizie col parente del parente riusciamo ad avere contatti con queste realtà. Se nella grande azienda però si impara, nella pmi si insegna e si prova a portare un approccio diverso. Questo compito è forse molto complesso per chi, a 23 anni, prova ad imporre la propria filosofia al 55enne col cayenne che ha imparato dal padre ed è piuttosto arrabbiato per la concorrenza cinese. Non abbiamo in mano la verità, soprattutto alla nostra età, se possibile questo compito si configura come uno dei più complessi.
 
il modello ibrido: è quello in cui credo di più, ma non sarà facile da realizzare. Serve dinamismo, voglia di cercare e di girare un pò per parlare con le persone. Questo modello prevede un piccolo lavoro part-time, magari a distanza, e alcune collaborazioni con enti istituzionali (ricerche per la regione, ad esempio) ed altre con aziende private. Con una partita iva, un pò di coraggio e voglia, potrebbe funzionare.
 
Il problema più grande, per concludere, è la necessità di una guida che apra una porta: il manager della grande azienda, l'amico di famiglia, il professore. Tutte queste figure non fanno un lavoro sporco, semplicemente si sostituiscono alla figura del facilitatore che si presenta come totalmente assente nelle nostre università. Gli incontri dei vari servizi placement sono interessanti ma ricalcano in piccolo quelli che sono i "job meeting", probabilmente dovrebbe essere la personalizzazione il driver del servizio placement universitario, alla terza mail di incontri per revisori che ricevo io, markettaro, cestino tutto e spedisco i miei curriculum.
 
Altre proposte?
 
Giorgio

Ti è piaciuto questo articolo?





Vuoi rimanere aggiornato su argomenti simili?

Inserisci la tua email qui:

Accetto la Privacy Policy

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione



Commenta la notizia
di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il