Trattato Unione Europea: trovato l'accordo dopo estenuanti trattative. Ecco cosa si è deciso

Trattato Unione Europea: trovato l'accordo dopo estenuanti trattative. Ecco cosa si è deciso



"Ce l'abbiamo fatta", dicono più o meno tutti i protagonisti della difficile trattativa conclusasi al termine di una lunga notte, ove il fallimento era il più pericoloso fantasma da fugare: il vertice dei Capi di Stato e di Governo dell'Europa dei Ventisette, convocato a Bruxelles negli ultimi due giorni sotto la Presidenza della Cancelliera tedesca Angela Merkel, ha unanimemente risolto il mandato della prossima Conferenza Intergovernativa che dovrebbe iniziare i suoi lavori prima dell'estate, per la redazione di un nuovo Trattato europeo.
A due anni dal voto negativo nei referendum popolari di Francia e Olanda sul testo di Costituzione, l'Europa sembra essersi riscossa, pur tra molti limiti e difficoltà. Un accordo che, come è stato osservato, concede molto ai cosiddetti euro-scettici e non soddisfa pienamente le ambizioni dei paesi più convintamene europeisti. Senza il quale, però, la disfatta del progetto europeo sarebbe stata certa.

Si rimette in marcia, ha detto Nicolas Sarkozy, neo-Presidente francese al suo debutto internazionale che, per l'occasione, ha fatto fronte comune con i paesi "amici" della Costituzione ed, in particolare, con quelli dell'area del Mediterraneo. Spagna, Francia e Italia sono state infatti molto attive nel corso delle trattative a sostegno di un'ipotesi di Trattato che, pur liberato dei valori simbolici costituzionali, salvaguardasse comunque le innovazioni istituzionali introdotte nel testo di Costituzione. E quando è parso evidente che la Merkel, pur di recuperare il consenso dei più recalcitranti, stesse annacquando in maniera insostenibile la nuova ipotesi, hanno - su impulso del Governo italiano - capeggiato la protesta di un nutrito gruppo di paesi. Un gioco di squadra prezioso, che non ha impedito, però, una soluzione particolarmente attenta alle ragioni degli euro-scettici.
Tanto che il Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, a conclusione della trattativa, nell'affermare che l'Europa sarebbe ora più forte con l'accordo, non ha potuto fare a meno di additare la Gran Bretagna come "il grande frenatore dell'Europa".

Gli inglesi, infatti, avevano contestato l'insieme del progetto europeo con le famose "quattro linee rosse" e realizzano, ora - sia per quanto riguarda l'istituzione del Ministro degli Esteri europeo, che la cogenza della Carta dei Diritti Fondamentali - un risultato importante. Ed è singolare come le dichiarazioni conclusive di Tony Blair si assomiglino a quelle della vigilia del futuro avversario di Gordon Brown, il conservatore David Cameron, laddove sposta tutta l'attenzione su un'Europa che - sgombrato il campo dall'ipotesi di volerne fare qualcosa di simile ad un super-Stato - sarebbe finalmente in grado di concentrarsi sui problemi che preoccupano i cittadini.
I polacchi, d'altro canto, sono riusciti a tenere in scacco fino all'ultimo la possibilità di un'intesa, rimettendo in discussione il sistema del doppio voto (paesi e popolazione) nelle decisioni a maggioranza; fino a che la Merkel non ha fatto valere la minaccia di estrometterli dalla convocazione della futura Conferenza Intergovernativa. Ed al termine del negoziato, che ha loro concesso un'ampia dilazione di tempo per l'entrata in vigore del sistema, i fratelli Lech e Jaroslaw Kaczynski hanno potuto affermare, a buon diritto, che la posizione della Polonia ne esce rafforzata.

L'accordo, in sintesi, conferma, a partire dal 2009, la figura di un Presidente della UE stabile, in carica per due anni e mezzo, e l'istituzione di una figura unica per la politica estera dell'Unione che, pur non chiamandosi Ministro, ma Alto Rappresentante - secondo la proposta presentata da José Luis Rodríguez Zapatero a Tony Blair - presiederà le riunioni dei Ministri degli Eteri dei diversi paesi europei, durerà in carica cinque anni e sarà anche il Vice-Presidente della Commissione; riconosce la Carta dei Diritti Fondamentali come parte del nuovo Trattato, ma gli inglesi hanno preteso l'applicazione della clausola "opt out" (che consente di chiamarsi fuori da un accordo) e, perciò, risulterà vincolante solo nelle aree coperte dalla legislazione europea e non si applicherà alla legislazione britannica; fissa l'entrata in vigore del sistema del doppio voto rinviandola al 2017 (teoricamente nel 2014, ma con l'aggiunta di un periodo di transizione di tre anni), contro l'ipotesi iniziale del 2009 e la richiesta polacca di uno slittamento fino al 2020; riconosce alla UE personalità per firmare Trattati con altre parti del mondo; stabilisce la riduzione dei Commissari (dagli attuali 27 a 17, a rotazione tra i paesi aderenti); prevede il sostegno al mercato comune, ma anche ai mercati interni (il riferimento alla libera concorrenza verrà spostato in un protocollo aggiuntivo).

L'Europa, dunque, riparte da qui ed è già un bene che sia uscita dall'immobilismo degli ultimi due anni. Con un mezzo successo, però, che rivela le difficoltà nell'avanzare del processo d'integrazione, le diffidenze ed i rapporti di forza tra i paesi, le diverse concezioni di modello sociale che convivono al suo interno.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il