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Pensioni novità perfino le norme ufficiali e le decisioni magistratura si cambiano in modo negativo senza

I problemi e gli ostacoli che impediscono ancora di andare avanti sulla strada di miglioramenti e novità pensioni: quali sono e cosa prevedono




L’esecutivo lavora per la definizione di novità pensioni che finalmente potrebbero essere approvate per modificare l’attuale legge e tra le misure privilegiate, al momento, come riportano le ultime notizie, ci sono assegno universale e piano di quota 41. Ma ancora diversi ostacoli e problemi, che non sono rappresentati solo dalla scarsa disponibilità di risorse economiche e da soluzioni condivise ancora da mettere a punto, stanno rendendo sempre più tortuosa la strada verso i cambiamenti pensionistici auspicati. Nonostante la ricerca di equità sociale e sostenibilità, esistono ancora troppe norme che consentono di rivedere sentenze dei tribunali e decisioni istituzionali già prese.

L’ultimo paradosso deriva infatti proprio dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla perequazione delle pensioni che stabiliva il rimborso da parte dell’esecutivo ai pensionati che non avevano goduto della rivalutazione pensionistica per gli assegni superiori a tre volte il minimo, spettante  per gli anni 2012, 2013 a causa del blocco imposto dall’allora esecutivo Monti e a partire dallo scorso mese di agosto, l’Istituto di Previdenza ha iniziato a rimborsare, una tantum, ma l’applicazione del cosiddetto bonus Poletti, trattamento pensionistico di importo pari 3 volte il minimo rivalutato nel 2012 e 2013 e dal 2014 passato ad un importo inferiore a 3 volte il minimo rivalutato, molti dei beneficiari potrebbero risultare esclusi da tale rimborso.

E, infatti, numerosi pensionati stanno ricevendo dall’Istituto di Previdenza indebiti, cioè somme che l’Istituto previdenziale pubblico chiede di restituire perché pagate in più rispetto al dovuto. Significa, in poche parole, che i pensionati che avevano diritto al rimborso delle pensioni per una mancata rivalutazione, ricevendo il bonus, hanno superato la soglia del limite fissato a tre volte il minimo per la rivalutazione, motivo per il quale non ne avrebbero più diritto. Ma la sentenza, a prescindere dalla somma con l’importo del bonus, stabiliva comunque che le pensioni superiori tre volte il minimo Inps avrebbero dovuto essere obbligatoriamente rimborsate della rivalutazione saltata negli anni scorsi.

E l’Istituto non può interpretare la  sentenza colpendo, di nuovo, coloro che dovevano essere salvaguardati, proprio perché titolari di bassi redditi. Altro problema quello sollevato per una circolare dell’Istituto di Previdenza che prevede che i lavoratori dipendenti del settore privato che maturano entro il 31 dicembre 2012 i vecchi requisiti per il pensionamento di anzianità possono andare in pensione a 64 anni di età e che le lavoratrici dipendenti del settore privato possono andare in pensione di vecchiaia a 64 anni se entro il 31 dicembre 2012 abbiano maturato almeno 20 anni di contribuzione e 60 anni di età.

Si tratta di una disposizione che permette ad una platea di lavoratori, prossimi alla pensione, nel momento dell’entrata di vigore dell’attuale legge, di andare in pensione prima evitando l’aumento dell’età pensionabile previsto, visto che vi erano quasi arrivati.  Ora, però, il sottosegretario Cassano ha chiuso all'ipotesi di pensionamento a 64 anni per gli assicurati che non si trovavano in costanza di attività lavorativa al 28 dicembre 2011, mantenendo il vincolo secondo il quale i lavoratori che vogliono uscire a 64 anni debbano trovarsi in costanza di attività lavorativa subordinata al 28 dicembre 2011. Ma, secondo la Gnecchi, la legge non contempla il requisito dello svolgimento di un'attività lavorativa alla data del 28 dicembre 2011, al contrario di quanto previsto dalla circolare dell’Istituto del 2012.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il