Pensioni: lo scalone non è corretto neppure economicamente. Perchè si dovrebbe mantenerlo?

Oltre ad essere ingiusto, oltre ad essere vessatorio, oltre a dover essere eliminato per gli impegni scritti (e sottoscritti) nel Programma, è anche economicamente ingiustificato (quando si facciano i conti in modo corretto)



Forse la principale delle ragioni che vengono addotte per presentare il mantenimento dello scalone come necessario per l'equilibrio dei conti della previdenza (senza mai entrare nel merito di questi conti, cosa che sarebbe invece indispensabile, come si è più volte scritto anche su Aprileonline) è l'asserito "costo" dell'abbattimento dello scalone stesso, cioè l'aggravio che deriverebbe ai conti dell'Inps se, a partire dal 2008, gli almeno cinquantasettenni con anche solo 35 anni di contributi (non si dimentichi che, secondo la riforma Dini, occorrono almeno 35 anni di versamenti contributivi e 57 anni di età anagrafica) avessero la facoltà (che non è un obbligo) di andare in pensione. Perfino il ministro e vicepresidente del Consiglio D'Alema si è prodotto nell'affermazione che "i soldi per l'abbattimento dello scalone non ci sono, e se anche ci fossero sarebbe ingiusto dedicarli a quello scopo" (testuale. Chissà qual è il metro di giustizia ed ingiustizia dell'on. D'Alema: sarebbe interessante che lo chiarisse, e che poi andasse a confrontarlo con le opinioni di chi lavora da 35 anni, e non certo facendo il parlamentare).

Cerchiamo allora di fare un po' di conti, chiedendo a chi legge un po' di pazienza, per capire se veramente il non-mantenimento dello scalone comporti un esborso senza ritorno per l'Inps (tralasciando, in prima battuta, ogni altro aspetto della questione).

Ricordiamo che, secondo la già citata riforma Dini, chi si trovava, al 31 Dicembre 1995, ad avere già al suo attivo almeno 18 anni di versamenti contributivi avrebbe ottenuto la pensione totalmente con il metodo di calcolo cosiddetto "retributivo", che, alla grossa, assegna(va) al pensionato circa il 2% dell'ultimo stipendio (non è esattamente così, ma è molto prossimo a questo) per ogni anno di versamento (sì che, grosso modo, dopo 35 anni di contributi la pensione corrispondeva al 70% dell'ultimo stipendio, e dopo 40 anni all'80%). Per chi, a quella data, aveva meno di 18 anni di contributi, il metodo di calcolo è "misto" nel periodo di transizione e diviene totalmente "contributivo" per tutti gli altri.

Ora, se un lavoratore nel 2008 si trova nelle condizioni minime previste dalla riforma Dini (57 anni di età e 35 anni di contributi), ciò vuol dire che nel 1995 (anno di riferimento per la riforma Dini), cioè tredici anni prima, aveva almeno 22 anni di contributi (i 35 attuali nel 2008 meno i tredici trascorsi dal 1995 al 2008). Ma se aveva, nel 1995, almeno 22 anni di contributi, ciò vuol dire che l'entità della sua pensione discenderà totalmente dal metodo "retributivo", per quanto ricordato prima. Perciò, se andasse in pensione nel 2008 con 35 anni di contributi, la sua pensione sarebbe circa il 70% del suo ultimo stipendio.

Se invece questo lavoratore viene "bloccato", e trattenuto al lavoro per altri tre anni (come lo "scalone" di Maroni farebbe avvenire), quel lavoratore continuerà ad accumulare anzianità, e di conseguenza ad aumentare il proprio "coefficiente", per cui, andando in pensione tre anni più tardi, la sua pensione non sarà più il 70% del suo ultimo stipendio (come sarebbe avvenuto se fosse andato in quiescenza nel 2008), ma sarà - essendo passati altri tre anni, ed accumulando lui il 2% in più ogni anno - il 76% (settantasei, per gli anni di anzianità divenuti 38, da 35 che erano nel 2008, per la sua mancata uscita). Ciò vuol dire che la pensione di quel lavoratore sarà di circa il 9% più alta (e forse anche di più, se per esempio in quei tre anni intervengono aumenti contrattuali). E' del tutto evidente che in pochi anni (tranne che quel lavoratore non passi "a miglior vita" e, se questo avviene, se non c'è un coniuge che percepisce la "pensione di reversibilità") l'Inps - che nel 2008 e poi nei tre anni successivi ha "risparmiato", perché non ha versato la pensione a quel lavoratore (che, in ipotesi, è rimasto al lavoro), in pochi anni quello stesso Inps si "mangerà" quel risparmio (e di più), perché verserà a quel lavoratore una pensione più alta di come sarebbe stata se quel medesimo lavoratore fosse andato in pensione nel 2008. Chiaro, no? Lo "scalone" conviene all'Inps (che brutta parola, trattandosi della vita delle persone!) solo se si guarda alla punta del proprio naso; mentre invece, se si fanno i conti - come è giusto fare - "a regime" (come si usa dire tecnicamente), l'Inps, con lo scalone, ci rimette. Ci ri-mette: su ognuno di quei lavoratori che sopravviva anche solo di dieci anni alla pensione, l'Inps, mantenendo lo scalone, ci ri-mette circa il 10% all'anno, e perciò dopo circa 10 anni va in pari (al 10% all'anno), poi comincia a perdere in assoluto. Più quel lavoratore vive (proprio quel lavoratore, quello che ha fatto lo "scalone" invece di andarsene), più l'Inps ci rimette (e visto che le statistiche di vita sono, per fortuna, quelle che sono, è statisticamente sicuro che l'Inps ci rimetta). Quindi lo "scalone" oltre ad essere ingiusto, oltre ad essere vessatorio, oltre a dover essere eliminato per gli impegni scritti (e sottoscritti) nel Programma, è anche economicamente ingiustificato (quando si facciano i conti in modo corretto).

Per quale ragione, allora, non dovrebbe essere cancellato? E perché si mente sapendo di mentire, dicendo cose false ed inesatte? Perché quello a cui realmente si punta è l'aumento della vita contributiva, tramite l'innalzamento dell'età minima pensionabile.

Chiarito questo - e, pare evidente, in modo del tutto incontrovertibile. Ma perché questi sedicenti "rigoristi" non scendono nel merito delle discussioni, invece di sparare cifre a scopo intimidatorio? - facciamo qualche altra considerazione che esula dal piano puramente contabile. Perché l'equità e l'umanità non sono mai superflue, nemmeno (anzi, specialmente) per un Governo.

Ci si può chiedere: ma quelli giovani oggi, anno 2007 o anche anno 2008 e seguenti (cioè quelli che avranno la pensione basata tutta sul "metodo contributivo" della riforma Dini), quando mai ci andranno, in pensione, anche a 60 anni, avendo solo 35 anni di contributi? Dovrebbero iniziare a lavorare a 25 anni, il che pare proprio che, statisticamente, non succeda o succeda pochissimo. E quando succede, vuol dire che quello al quale succede è un povero disgraziato che ha avuto la ventura (positiva? negativa? dipende) di cominciare a lavorare prima di molti altri.

Per andare in pensione, per esempio, a 57 anni (caso specifico del quale si discute in questi giorni), occorre aver iniziato a lavorare a 22 anni (sempre perché, ripetiamolo ancora una volta, ci vogliono ALMENO 35 anni di contributi, anche oggi, secondo il metodo Dini). Qualcuno sa dire chi, oggi, inizia a 22 anni? Solo se fa il muratore o il garzone di bottega o lavori analoghi. E a costui vogliamo anche impedirgli, se lo vorrà (ma quasi certamente NON lo vorrà, perché non riuscirebbe a vivere con la miseria dell'assegno pensionistico), di andare in pensione? Vogliamo ancora obbligarlo a lavorare? Che poi, se appena appena ce la farà fisicamente, quel lavoratore non ci andrà nemmeno in pensione, perché con i coefficienti di oggi (che alcuni vorrebbero addirittura abbassare ancora!) prenderà, di pensione, meno del 50% dell'ultimo stipendio. Cioè, pensiamo ad un lavoratore medio, diciamo 1400 euro netti al mese a fine carriera (e molti stanno peggio) che va in pensione con meno di 700 euro. Bella la vita, in queste condizioni!

La verità è che, col passare degli anni e con l'andamento del "mercato" del lavoro, in pensione si andrà "naturalmente" ad un'età sempre più elevata, da un lato; e con coefficienti vicini alla fame dall'altro, se non si interviene opportunamente (cioè modificandoli al rialzo).

Allora, per concludere, c'è una sola cosa da fare: ed è discutere seriamente e con onestà di intenti e di argomenti. La si smetta, una volta per tutte, di sparare cifre prive di fondamento. Per lo meno, non lo facciano coloro che amano presentarsi come pensosi dell'equità, oltre che del rigore.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il