Base Missilistica russa tra Polonia e Lituania: così Putin risponde allo scudo spaziale degli Usa

Agli scudi della Nato il Cremlino risponde con una nuova proposta di escalation. E precisamente con la realizzazione di una base missilistica russa nel cuore del Nord europeo



Agli scudi della Nato il Cremlino risponde con una nuova proposta di escalation. E precisamente con la realizzazione di una base missilistica russa nel cuore del Nord europeo, sulle rive di quel mare Baltico un tempo dominato dall’Ordine Teutonico. La scelta di Putin – resa nota dal suo primo vice premier Sergej Ivanov - cade sulla città di Kaliningrad, che è una enclave della Federazione situata tra Polonia e Lituania e, quindi, con accesso diretto al Baltico. Una località strategica (circondata ora da due paesi della Nato) che fu pesantemente bombardata durante la Seconda guerra mondiale, e totalmente rasa al suolo finché non fu conquistata dai soldati dell'Armata Rossa. Da quel tempo la tedesca Königsberg (in polacco Królewiec, in lituano Karaliaučius) è divenuta la russa Kaliningrad restando nota per aver dato i natali ad un grande filosofo: Immanuel Kant. Ed ora è destinata a passare dalle cronache storiche e filosofiche a quelle militari di questa nuova guerra fredda che soffia sul Cremlino.

La proposta di Putin consiste nella completa ristrutturazione della base militare che l’attuale Armata della Russia ha nei pressi di Kaliningrad. E qui, ora, dovrebbe essere dislocata una unità missilistica che Mosca considera come una “risposta” allo scudo di Bush. Senza parlare di un’altra postazione radar che Mosca sta costruendo nella periferia di Armadir, nella regione sud-occidentale di Krasnodar.

Sono così queste, per ora, le prime risposte “concrete” che vengono dal Cremlino dopo l'incontro informale con Bush, a Kennebunkport, nel Maine. Mosca, comunque, non dimentica che il piano antimissilistico di Washington prevede l'installazione di un impianto radar nella Repubblica Ceka e di dieci mis¬sili intercettori in Polonia. E quindi la portata della risposta di Mosca potrebbe essere ancor più forte.

Sul tavolo delle trattative, comunque, c’è sempre l’idea russa di installare un'unica stazione radar in Azerbaigian (a Gabala) creando anche un unico sistema antimissile nel quale coinvolgere l'Europa e la Nato, con centri di raccolta dati a Mosca e a Bruxelles (o in un altro Paese europeo). Ma qui la domanda che avanza negli ambienti della Nato è quella relativa alla scelta fatta dal Cremlino. Perché proprio l’Azerbaigian? L’ottica geopolitica fornisce alcune risposte.

Sono chiari, ad esempio, gli aspetti strategico-logistici di Mosca, tenendo conto che la presenza di una rafforzata base militare (accettata e sponsorizzata dalla Nato) rappresenterebbe per i russi un ben preciso ritorno nell’intera area caucasica. Una posizione privilegiata, quindi, che metterebbe all’angolo la politica antirussa perseguita dal filoamericano Saakasvili, dominatore della Georgia.

Con una presenza militare autorevole e condivisa dall’Ovest, Mosca farebbe capire ai dirigenti dei paesi limitrofi – Georgia ed Armenia – che la Russia non può essere considerata fuori del grande gioco del Caucaso. Non solo, ma otterrebbe una consacrazione a livello internazionale. Sul piano delle reazioni c’è da registrate quella del portavoce della Nato, James Appathurai: “Se la proposta sarà portata sul tavolo – ha fatto notare - sarà certamente discussa”. Ma per ora – ha aggiunto – non c’è niente di concreto su cui discutere. E così sembra di essere ancora una volta agli schemi della guerra fredda di un tempo.

C’è comunque uno spiraglio distensivo. Ed è che da parte della Nato si fa sapere alla stampa che il desiderio della Russia di coinvolgere la Nato “è una buona cosa”, pur se resta “estremamente improbabile” un impegno diretto del Consiglio Nato-Russia nella gestione del sistema di difesa missilistico. Ribadita questa posizione l’esponente atlantico ha detto anche di essere convinto del fatto “che la proposta di Putin sarà discussa con grande attenzione anche dagli Usa”.

Nessun commento dalla Nato, invece, sulle affermazioni del vice Premier russo Ivanov, che ha annunciato “misure adeguate” nel caso in cui gli Stati Uniti e i partner della Nato respingessero le controproposte russe sullo scudo antimissile, tra cui, appunto, l'installazione di missili nell'enclave di Kaliningrad. Appathurai ha risposto con un semplice “no comment”.

Il pragmatismo dei russi torna a sorprendere le diplomazie occidentali. E si ripresenta sulla stampa di Mosca il tema di un possibile ritorno alla guerra fredda. Ma lo stile di questi nuovi interventi è di segno più o meno distensivo. C’è il ministro degli Esteri del Cremlino, Sergei Lavrov, che dalle colonne delle Izvestija – per alleggerire il clima e renderlo in qualche misura più civile - manda a dire che la complessità del dialogo tra la Russia e l’Ue “è dovuta alla sua natura eterogenea e al morbo dell’ampliamento. Tuttavia - ritiene il diplomatico - non ci sono motivi per un ritorno alla guerra fredda del passato”. E argomentando la posizione scrive che dopo l’ammissione dei nuovi membri l’Ue è diventata meno omogenea il che ha impresso la sua impronta sulle decisioni più recenti di questa Organizzazione regionale e ha assunto una certa dimensione di valori.

Lavrov si riferisce alla necessità di elaborare, all’interno dell’Ue, un sistema ben equilibrato di adozione di decisioni sul suo ulteriore sviluppo. Solo in questo caso si potrà parlare del superamento della divisione dell’Europa in due parti – vecchi membri e nuovi venuti. Ancora, Lavrov scrive che "in seno all’Ue sono in corso complicati processi di adattamento alla nuova composizione anche se è già in fase di elaborazione un nuovo Accordo costituzionale. Ma sono processi assai dolorosi. Li stiamo seguendo con attenzione e con simpatia. Vogliamo che la fase di ampliamento si concluda quanto prima e l’Ue possa concentrare la sua attenzione sull’assetto delle sue strutture nella direzione in cui la maggioranza dei paesi partecipanti vogliono farlo. Un’Unione Europea forte ed efficace, che non consente una deviazione al passato nazionalistico e populista risponderebbe agli interessi di tutti i suoi partner, compresa la Russia. Al tempo stesso, la tenacia, la coerenza e la pazienza nei rapporti della Russia con l’Europa unificata non hanno un’altra alternativa".

"E infine – sono sempre le tesi del ministro russo - comprendendo le difficoltà dei partner, è necessario vedere anche gli interessi comuni che consentono di creare le basi per la cooperazione. Ed ora che la Russia e l’Ue si sono scontrate con i problemi della conclusione di un nuovo accordo sul partenariato è importante non imboccare la via della ripetizione del passato – la guerra fredda". La Russia – nota Ivanov - "non è affatto interessata ad un simile sviluppo degli avvenimenti. Tocca ai suoi partner europei decidere se vogliano tornare al passato. E così si riapre un tavolo di “scontro”. Ma questa volta con la Russia che getta nella bilancia il peso delle sue nuove basi a Kaliningrad e nella regione di Krasnodar.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il