Costi conti correnti, prestiti e servizi bancari: non scendono nonostante le fusioni secondo Draghi

Anche il Governatore della banca D'Italia il bravo Draghi sottolinea come le banche italiane offrano i servizi più cari in europa e non favoriscano lo sviluppo delle imprese e nemmeno aiutino i cittadini. Nonostante le fusioni e il sostegno del



A volte l'ovvio è dirompente, se non rivoluzionario: basta avere il coraggio di dirlo dove è meno opportuno, per ottenere gli stessi risultati del famoso bambino della favola, che faceva notare la nudità del re.

È accaduto più o meno lo stesso all'Abi, quando il governatore di Bankitalia Mario Draghi, dopo aver richiamato la positiva congiuntura economica, ha fatto notare che i tassi degli interessi bancari sui mutui e sul credito al consumo sono i più elevati della zona euro; per dirla meglio, che in Italia si registra il maggior divario tra il tasso ufficiale della Bce e quelli reali praticati dalle banche ai consumatori.

Il governatore, per motivi di eleganza istituzionale, non si è potuto soffermare su una circostanza particolarmente significativa: oltre a questo differenziale di costo, immotivato sotto qualsiasi profilo di mercato, visto che il tasso di rischiosità dei prestiti alle famiglie italiane è ai minimi europei, c'è anche la pratica frequente di uno di quei tipici trucchetti italiani, vale a dire il prontissimo adeguamento dei tassi debitori (quelli che determinano gli interessi che i clienti devono pagare alla banca) e quello decisamente più lento dei tassi creditori (gli interessi sui depositi).

Queste tecniche un po' cialtronesche, se fanno sistema con gli stereotipi più classicamente veri sugli italiani, sembrano difficilmente compatibili con l'immagine di efficienza e rigore che il sistema bancario vuole dare di sé, specie con l'ultima ondata di aggregazioni.

Non è un caso, allora, se Draghi ha voluto ricordare che i benefici delle aggregazioni devono essere estesi anche ai clienti, e che tutta la gran partita del Risiko bancario non può ridursi a realizzare economie interne per vendere, allo stesso prezzo di prima, prodotti e servizi divenuti decisamente meno cari per chi li eroga.

Al di là dei richiami e degli auspici serve però una capacità di intervento e di indirizzo di cui la banca centrale sembra priva, nonostante tutta la sua buona volontà: insomma, non è sufficiente auspicare migliori regole per la governance, chiedere la riforma delle popolari e pretendere maggiore trasparenza, se da un lato non si ha la forza di imporre nulla e, dall'altro, si favorisce quel processo di consolidamento del sistema che, se in sé è teoricamente positivo, finisce per rafforzare ulteriormente, e non di poco, quei soggetti che la Banca d'Italia dovrebbe poter controllare.

Né sembra praticabile il richiamo alla politica: l'attuale maggioranza ha notoriamente ottimi rapporti con le banche e, anzi, cerca di favorirne in ogni modo gli affari, come mostra anche il nuovo provvedimento sul credito al consumo, presentato in questi giorni in Parlamento, che apre nuove autostrade all'indebitamento degli italiani.

Come spesso accade nelle relazioni del cosiddetto centrosinistra con le stanze e i salotti del potere, anche in questo caso sembra che ci si sia fatti un po' prendere la mano, nell'illusione che i soggetti in questione siano obbligati, per i favori ricevuti, a dare qualcosa in cambio, quando i poteri forti non sono certo tali a caso: favorirli significa essere obbligati ad appoggiarli ancora e ancora di nuovo, se non si vuole che facciano lo sgambetto a chi si è dato tanto da fare per loro.

Il governo più vicino alle banche rischia così di essere quello meno capace di dirigerle e governarle: di fatto, ci si limita ad invocare le fantomatiche virtù del mercato e a recepire ogni indicazione europea che non dispiaccia agli istituti di credito, felicitandosi per gli straordinari utili prodotti dalle banche, prova definitiva della loro stupefacente capacità e non della loro forza preponderante nei confronti dei consumatori.

Resterebbe da sperare nelle diverse autorità europee, che in effetti hanno spesso fatto bene, ma anche a Bruxelles le banche possono fare la voce grossa, e le nuove dimensioni degli istituti italiani li mettono immediatamente in condizione di pesare sulla scena europea. A queste condizioni, il discorso di Draghi sembra sempre più un'invocazione di soccorso.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il