Referendum per legge elettorale: raggiunte le firme necessarie ?

La raccolta delle firme, a sentire gli organizzatori, procede spedita. Segni è prudente ma soddisfatto. Decisive sembrano essere state le 'notti bianche'.



Con buona pace del lavoro del ministro delle Riforme Vannino Chiti, delle consultazioni e delle bozze architettate, limate e rifatte per tentare di non scontentare nessuno o, almeno, quasi nessuno, la partita sulla legge elettorale comincia a definirsi fuori dall'accordo parlamentare universale. E, come in tutte le partite, prendono forma gli schieramenti in campo.

Il presidente di Alleanza nazionale Gianfranco Fini, si sapeva, è per il referendum e da mesi sparge disillusione sulla possibilità di un accordo soddisfacente tra le forze politiche.

Più in chiaroscuro era la posizione dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Ora è ufficiale: il partito dell'ex pm di Mani Pulite è per la consultazione popolare. Il fronte trasversale si è schierato in una conferenza stampa a Roma. Presenti Fini, Di Pietro e uno dei leader del comitato promotore del referendum, Mario Segni. Veniva presentato un gruppo interparlamentare sui costi della politica, che dovrebbe cominciare a lavorare dopo il 24 luglio, giorno di chiusura della raccolta della firme. Si punta a raccogliere adesioni tra deputati e senatori per legiferare contro gli sprechi e, in subordine, si sostiene il referendum.

La raccolta delle firme, a sentire gli organizzatori, procede spedita. Segni è prudente ma soddisfatto: "Sta andando bene. Ci riteniamo vicini al traguardo senza però averlo ancora tagliato".

Decisive sembrano essere state le "notti bianche", le iniziative delle scorso weekend per incrementare il monte - adesioni. Banchetti in molte città, Segni ha citato alcuni dati: "'A Roma sono state raggiunte le 6000 adesioni, a Firenze più di 800, a Verona e a Torino 1000". Quanto ai numeri ufficiali, si è fermi alle 421mila firme di qualche giorno fa. Occorre arrivare a mezzo milione, a 550 - 560mila per passare la convalida della Cassazione senza patemi.

Il Comitato promotore non si sbilancia, ma sembra che i numeri ci siano, tenendo conto che ci sarà un "rush finale" sino al 22 luglio, a Roma sino al 23.

Fini ormai ha messo da parte tutte le cautele di sorta. Ha raccontato pure di un colloquio con Silvio Berlusconi, dove il leader di An ha criticato le dichiarazioni dell'ex premier contro la consultazione: "Gli ho chiesto, ma non ho avuto risposta: ‘se dici no al referendum, a cosa dici sì?' Pensare che passi in Parlamento la legge elettorale con lo sbarramento del 5% significa confondere i desideri con la realtà. Il referendum non è una panacea, ma l'unico strumento per invertire la tendenza".

Fini si riferisce alle novità degli ultimi giorni, alla dichiarata disponibilità del segretario dei Ds Piero Fassino a un accordo tra le maggiori forze politiche di entrambi gli schieramenti per arrivare a una legge elettorale ricalcata sul cosiddetto modello tedesco, un proporzionale con soglia di sbarramento al cinque per cento. La Lega Nord pare disponibile: un proporzionale le consentirebbe (parole di Roberto Maroni) di muoversi più liberamente tra le forze in campo, stringere e sciogliere alleanze a seconda delle necessità e e delle leggi da approvare.

Berlusconi nicchia, non può schierarsi pubblicamente per il referendum perché sa che scatenerebbe l'ira del Carroccio. Ma sotto sotto sostiene i referendari e la posizione di alcuni suoi fedelissimi, l'ex ministro della Difesa Antonio Martino su tutti, ne sono la prova.

Una legge elettorale che consegnerebbe la maggioranza parlamentare al partito che ottiene la maggioranza relativa dei voti farebbe, è evidente, sia il gioco di Fini, che da anni lavora a una "destra ampia e moderna" e da mesi fa pressioni sull'ex premier per creare un partito unico di centrodestra, sia quello di Berlusconi, il cui principale cruccio del quinquennio al governo è stato quello di non avere a disposizione una maggioranza "prendi e approva".

Quanto al modello tedesco che si intravede all'orizzonte come ultimissima spiaggia per scongiurare il referendum, Fini non sembra gradire: "Da tempo ci battiamo per il bipolarismo e per un sistema in cui i partiti dichiarino le alleanze prima delle elezioni. Per questo, se si pensa al modello tedesco in cui i partiti si presentano al voto e non dicono con chi intendono governare, noi non ci stiamo perché significherebbe tornare indietro".

Inutile ricordare, per completare il giro del centrodestra, che il proporzionale alla germanica è invece la soluzione a cui lavora (da mesi, con indefessa costanza), l'Udc.

Il segretario Lorenzo Cesa ha confermato l'opposizione alla consultazione referendaria: "Bisognerebbe evitare che la legge elettorale sia riformata dal referendum perché porterebbe ad una situazione non chiara che non cambierebbe le cose". In Italia, ritiene il leader dello scudo crociato, "il bipolarismo sarebbe allucinante: il giorno dopo le elezioni i partiti si ricomporrebbero immediatamente".

All'interno dell'Unione si registra l'appoggio del ministro degli Esteri Massimo D'Alema all'iniziativa del suo segretario: "'Vi rimando all'intervista di quattro mesi fa al Riformista, la mia posizione non e' cambiata". Frugando negli archivi del quotidiano, si scopre che in quell'intervista D'Alema indicava la sua preferenza per il doppio turno alla francese e, in subordine, dichiarava di essere disponibile ad appoggiare il modello tedesco.

Rifondazione comunista vede di buon occhio il sistema tedesco, e attacca Fini attraverso il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena: "Se l'ostilità di Fini al sistema tedesco fosse davvero motivata solo dal timore di tornare a un sistema nel quale le alleanze vengono strette dopo le elezioni e non dichiarate prima del voto, il problema sarebbe facilmente superato. Infatti la proposta in campo, come Fini sa perfettamente, è quella di un sistema proporzionale su modello tedesco ma interno alla logica bipolarista, dunque con alleanze dichiarate pima del voto e indicazione del candidato premier sia pur senza modifiche costituzionali".

Ma, ha aggiunto Russo Spena, "Il presidente di An si attacca a una scusa palesemente falsa perché non può ammettere di volere il referendum perché guarda agli interessi del suo partito assai più che non a quelli del Paese o alla stabilità dei governi.

E' invece più che possibile varare la legge in Palamento. Le aperture di Fassino, e prima ancora quelle del forzista Bondi, confermano che il sistema tedesco è quello sul quale si possono registrare le più ampie convergenze e che più degli altri garantisce il giusto equilibrio tra le esigenze della rappresentanza democratica e quelle della stabilità dei governi".

Il Pdci, invece, vuole tornare alla bozza Chiti, ispirata al modello delle regionali, un proporzionale con schieramenti dichiarati in anticipo e premio di maggioranza. Lo ha dichiarato il capogruppo alla Camera Pino Sgobio: "E' il Parlamento e non il referendum il tramite idoneo per una nuova legge elettorale.

In questo senso, l'Unione trovi una quadra collegiale al suo interno e torni alla bozza Chiti. La proposta di riforma Chiti garantisce in egual misura partecipazione democratica, stabilità e bipolarismo certo.

Non si capisce perché quella proposta, studiata sul modello regionale e con indubbi successi su tutti e tre i fronti, sia stata ora scavalcata". Sempre per l'intesa in Parlamento l'Udeur, scettica sulla funzionalità della legge che verrebbe fuori dal successo del referendum.

Il capogruppo alla Camera del partito di Mastella, Mauro Fabris, ritiene che "nel caso di svolgimento del referendum e vittoria dei sì, il Parlamento dovrebbe intervenire per trasformare i quesiti referendari (pensati da chi, come il prof. Guzzetta e altri, ha in mente una legge capace di favorire la nascita del partito unico a destra come a sinistra) in un meccanismo legislativo che funzioni".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il