Riforma Pensioni: confronto fra le riforme Prodi, Maroni e Dini

Con tre riforme in dodici anni, diversi governi italiani hanno provato ad indirizzare la spesa pensionistica su binari sostenibili per le finanze pubbliche. Vediamone, in sintesi, i punti principali



Con tre riforme in dodici anni, diversi governi italiani hanno provato ad indirizzare la spesa pensionistica su binari sostenibili per le finanze pubbliche.
Dapprima la riforma Dini, con il passaggio al sistema contributivo, quindi la Maroni, con l'introduzione dello scalone, ed infine l'ultima versione che il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, vede come "l'ultimo capitolo della riforma pensionistica".
Ecco in estrema sintesi i punti principali delle tre riforme.

DINI: varata nell'estate del 1995, introduce il metodo di calcolo del trattamento pensionistico basato sui contributi versati, e non sulle ultime retribuzioni, per tutti quei lavoratori con meno di diciotto anni di anzianità. Si può andare in pensione in un'età compresa fra i 57 e i 65 anni (e con 5 anni di contribuzione minima, purche' l'importo della pensione superi un minimo prestabilito) e siano decorsi 35 anni di attività. Chi ha 40 anni di contribuzione può ritirarsi a qualsiasi età. Si inizia a stimolare l'adesione a forme pensionistiche complementari e vengono introdotte nuove finestre per l'uscita dal mondo del lavoro.

MARONI: con questa riforma del 2004 arriva lo scalone. Dal primo gennaio 2008, viene cancellata la fascia flessibile 57-65 anni e l'età pensionistica minima si alza a 60 anni, fermo restando il requisito di un periodo contributivo di almeno 35 anni. In pratica, spiegava l'allora ministro del Welfare, Roberto Maroni, "dal 2008 la regola generale sarà che in pensione si potrà andare solo con 40 anni di contributi oppure con 65 anni di età, 60 per le donne".

Vengono introdotti disincentivi per chi va in pensione "solo" a 57 anni e con 35 di contributi, ma anche incentivi per proseguire l'attività pari a circa un terzo della busta paga.

Il lavoratore può scegliere di riceverli tutti in busta o continuare a versarli per aumentare la propria pensione. Si mette mano anche al trattamento di fine rapporto, con la regola del silenzio-assenso, secondo la quale, in assenza di un'indicazione da parte del lavoratore in merito alla destinazione del proprio Tfr, questo viene trasferito alla forma di previdenza complementare prevista dai contratti collettivi.

PRODI: nasce dalla mediazione del presidente del consiglio fra chi voleva l'abolizione tout-court dello scalone e chi ne chiedeva una dilazione negli anni, l'ultima riforma pensionistica in ordine cronologico. Si è arrivati ad un aumento graduale dell'età pensionabile, attraverso un mix di scalini e quote dal 2008, con l'introduzione di nuovi coefficienti a partire dal 2010 ed l'esclusione dei lavori usuranti. Dal primo gennaio 2008 si potrà andare in pensione a 58 anni di età e 35 di contributi, mentre dall'anno successivo si introducono le quote, date dalla somma di età e anni lavorati: la prima è 95 (con almeno 59 anni di età), poi, dal 2011, si passa a 96 (con almeno 60 anni), mentre dal 2013 si potrebbe salire a 97 (con almeno 61 anni). Per chi ha maturato i 40 anni di età, inoltre, nessuna riduzione da quattro a due finestre, prevista invece dalla legge Maroni

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il
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