Tony Blair mediatotore fra Palestinesi e Israele: non piace alle nazioni mediorientali

Perplessità, indignazione, rassegnazione: questo lo spettro delle reazioni suscitate nell'opinione pubblica palestinese e dei vicini paesi arabi dalla nomina di Blair a inviato del Quartetto (USA, UE, Russia e ONU) per la pace in Medioriente



Perplessità, indignazione, rassegnazione: questo lo spettro delle reazioni suscitate nell'opinione pubblica palestinese e dei vicini paesi arabi dalla nomina di Blair a inviato del Quartetto (USA, UE, Russia e ONU) per la pace in Medioriente. La grande sfida che Blair si trova ad affrontare, infatti, è la normalizzazione dell'Occupazione militare dei Territori Palestinesi agli occhi del mondo. Il nuovo corso diplomatico si potrebbe riassumere nello slogan “due popoli, uno stato e mezzo”, ovvero la creazione accanto dello Stato Ebraico di una sorta di Repubblica di Vichy, in cui la polizia palestinese di Fatah dovrebbere smantellare la resistenza in West Bank per conto degli israeliani. Così come le menzogne e l'aiuto militare di Blair sono state decisive per creare un consenso occidentale attorno alla guerra in Iraq, questa volta gli Stati Uniti chiedono all'ex premier britannico un ultimo sforzo per rimuovere dai media occidentali la tragedia palestinese. L'unica voce fuori dal coro è quella del Ministro degli Esteri italiano D'Alema, che ha chiamato le diplomazie occidentali a rompere l'isolamento nei confronti di Hamas. Nel frattempo, dall'altra parte dello scacchiere, il vertice di questa settimana a Damasco tra Iran, Siria, Hezbollah e Hamas fa invece presagire un imminente inasprimento dello scontro.

Negli ultimi mesi, si sono susseguiti con sempre maggior frequenza gli incontri a quattro tra il premier israeliano Olmert, il re giordano Abdullah, il dittatore egiziano Mubarak e il presidente palestinese Abbas. L'esito ufficiale di ogni vertice si riassume invariabilmente nella “generosa offerta” da parte israeliana di rimuovere alcuni checkpoint, poi puntualmente smentita dall'IDF, e nella promessa di liberare un certo numero di prigionieri palestinesi (finalmente mantenuta la scorsa settimana, con la liberazione di circa duecentocinquanti militanti di Fatah), per rafforzare la vacillante leadership di Abbas.

Lo scopo reale degli incontri, ormai evidente, è stata la preparazione militare e diplomatica del “colpo di stato” di Fatah contro Hamas. Il progetto è in parte fallito, dopo che le truppe di Fatah, finanziate e armate da americani e israeliani, sono state sconfitte da Hamas nella sanguinosa guerra civile nella Striscia di Gaza. A questo punto, persa la Striscia, la posta in gioco è diventata il controllo della West Bank, vero obiettivo della strategia israeliana. La circostanza veramente tragica e quasi surreale di questa partita diplomatica è la totale scomparsa della parola “Occupazione” dai documenti ufficiali e dal discorso politico.

Se può sembrare plausibile che il governo di Tel Aviv consideri i Territori come parte della Grande Israele, la novità riguarda invece il nuovo atteggiamento dei paesi arabi. L'unica preoccupazione di questi regimi autoritari è ormai arginare l'espansione dei movimenti islamici, in primo luogo Hamas. Il conflitto israelo-palestinese è quindi stato velocemente derubricato dalla voce “occupazione militare” alla voce “governance delle istituzioni palestinesi”, ovvero come isolare Hamas e le fazioni militanti e ristabilire l'“ordine pubblico” minacciato dai gruppi islamici.

In questo paradossale rovesciamento della realtà si inserisce l'arrivo (o meglio, il ritorno) di Tony Blair in Medioriente e la rinnovata iniziativa diplomatica di Bush. Il mandato ufficiale dell'ex premier britannico non è, come si potrebbe immaginare, risolvere il conflitto, avviare un dialogo tra israeliani e palestinesi o almeno resuscitare l'ormai defunta Road Map. Niente di tutto questo: il primo punto all'ordine del giorno è la ricostruzione delle istituzioni palestinesi. Il motivo ufficiale è sempre lo stesso: senza un apparato burocratico funzionante e amichevole sul versante palestinese, il governo israeliano non avrebbe alcun partner affidabile con cui dialogare.

Forse però può essere utile ricordare gli ultimi eventi che hanno portato alla effettiva dissoluzione dell'Autorità Nazionale Palestinese. Alla fine del 2005, gli Stati Uniti premono per le elezioni nei Territori Occupati, con lo scopo di confermare Fatah a Abbas alla guida dell'ANP e marginalizzare la crescente popolarità di Hamas. Il risultato delle elezioni tuttavia è l'inaspettata vittoria del movimento islamico, in seguito alla quale i paesi occidentali impongono un embargo che porta al collasso economico i Territori, mentre l'esercito israeliano arresta gran parte dei parlamentari palestinesi, impedendo dunque il funzionamento dell'ANP.

Nei mesi successivi, americani e israeliani trasferiscono ingenti quantità di soldi e armi alle milizie di Fatah, con lo scopo di rovesciare manu militari il governo Hamas, che tuttavia accetta di entrare un governo di unità nazionale insieme a Fatah. Fallito il tentativo militare con la sconfitta di Gaza, sotto le insistenti pressioni americane, Abbas decide di destituire il premier Haniyeh e creare un governo di emergenza filo-israeliano, in sostanza cancellando gli accordi di Oslo. In questo totale caos istituzionale, fortemente auspicato dalle diplomazie occidentali, Blair dovrebbe riuscire a creare un meccanismo che assicuri ad Abbas il controllo formale e sostanziale della West Bank, aggirando lo spettro delle elezioni che, secondo i sondaggi, confermerebbero ancora una volta Hamas.

Avendo finalmente distolto l'attenzione internazionale dall'Occupazione, il governo israeliano è nel frattempo libero di ampliare le colonie in West Bank e finire la costruzione del Muro. In una recente dichiarazione, infatti, Olmert ha ammesso che il “piano di convergenza”, che prevedeva il ritiro parziale da alcune zone della West Bank, grazie al quale il suo partito ha vinto le scorse elezioni, è stato definitivamente accantonato. Al contrario, nemmeno l'evacuazione degli avamposti più estremi e radicali è più all'ordine del giorno, mentre la priorità israeliana è fare in modo che Abbas disarmi tutte le milizie palestinesi. Il formidabile compito di Blair, dunque, è di creare un accettabile involucro istituzionale per legittimare questo stato di occupazione permanente.

Nel campo palestinese ha preso consistenza un dibattito sul metodo più efficace per contrastare questa disintegrazione della resistenza. Dal momento che l'ANP è completamente paralizzata e le sue istituzioni sono controllate da un gruppo di potere corrotto e filo-israeliano, alcuni chiedono ad Abbas che, con un ultimo segno di vita, dissolva ufficialmente l'ANP e gli accordi di Oslo e rimetta tutto il potere nelle mani dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L'OLP, che rappresenta tutti i palestinesi, compresi i milioni di profughi sparsi per i paesi arabi, dovrebbe essere rifondata, accogliendo al suo interno anche Hamas, ormai il principale soggetto della resistenza. In questo modo, si riuscirebbe ad evitare la trappola israeliana di trasformare il conflitto nei Territori Occupati in un problema intra-palestinese, scopo evidente della missione di Blair.

Il nodo cruciale di questa disputa è all'interno della leadership di Hamas, stretto tra la lotta per la causa nazionale e le crescenti pressioni iraniane per arruolare Gaza nella guerra regionale tra Iran, Siria ed Hizbullah da un lato e i regimi arabi “moderati”, Israele e USA dall'altro. Nei prossimi mesi, il movimento islamico dovrà decidere se concentrarsi sulla resistenza palestinese ed elaborare una nuova strategia di lotta all'occupazione (dopo il fallimento della Seconda Intifada e dell'esperienza di governo), oppure accettare le cospicue offerte iraniane e fare di Gaza un nuovo fronte libanese, condannando la popolazione della Striscia ad un perenne isolamento.

La proposta di D'Alema, di agganciare Hamas ad una prospettiva di dialogo, è l'unica voce fuori dal coro della “guerra globale al terrorismo” e tale da invertire la crescente tendenza al “caos creativo” mediorientale. Un'apertura ad Hamas eserciterebbe infatti un'influenza decisiva sulle scelte del movimento islamico. Già l'anno scorso, durante la guerra in Libano, il titolare della Farnesina aveva lanciato l'idea di una forza di pace a Gaza, per evitare quella guerra civile che poi si è puntualmente verificata. Quell'idea, respinta da Israele ed Egitto (che avevano ben altri piani come ormai è noto), è infine divenuta irrealizzabile. Perché anche quest'ultimo appello non si riveli una proposta vuota, tuttavia, dovrebbe essere accolto seriamente da altri paesi europei e concretizzato in qualche iniziativa politica.

Sperando che non ci si trovi già fuori tempo massimo, come il vertice di Damasco tra Ahmadinejah, Assad, Nasrallah e Meshal, quest'ultimo il leader di Hamas, potrebbe far pensare. Se Hamas entrasse organicamente a far parte dell'alleanza Iran-Siria, infatti, la questione palestinese perderebbe il carattere di lotta di liberazione nazionale per diventare l'ennesima faccia della guerra americana all'asse del Male, con grande soddisfazione dell'establishment israeliano che vedrebbe definitivamente giustificata l'Occupazione dei Territori come baluardo contro la jihad internazionale.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il