Kosovo: non sarà indipendente secondo la Russia e Putin

Con le dichiarazioni di oggi il premier russo dà una precisa risposta ai vari tentativi della comunità internazionale di propendere per l'autodeterminazione del territorio a maggioranza albanese



Non si può dire che Putin non abbia il senso della tempistica. Ieri pomeriggio a Vienna, presso l'ambasciata tedesca, è iniziato il primo round di "colloqui" sul futuro del Kosovo tra i rappresentanti di Usa, Russia, Germania, Gran Bretagna Francia e Italia, il cosiddetto gruppo di contatto.

Nonostante ne faccia parte anche Mosca, la stampa russa, tra il sarcastico e lo sprezzante, ha titolato che il destino della regione è nelle mani di intermediari. In russo il termine di mediatore e intermediario coincidono, ma l'accento posto da vari commentatori voleva precisamente rendere il significato di intermediatore o magari mezzano di loschi affari.

Oggi, ricevendo alcuni nuovi ambasciatori accreditati presso il Cremlino per la presentazione delle credenziali, il presidente Russo Vladimir Putin ha dichiarato che bisogna costruire l'Europa rispettando le norme del diritto internazionale. "'Attualmente - sono le parole del presidente russo - il popolo della Serbia difende la sovranità e l'integrità del proprio Paese. Bisogna tener conto delle norme fondamentali del diritto internazionale, compresi i principi dell'Atto Finale di Helsinki".

La dichiarazione di Putin è una precisa risposta ai vari tentativi della comunità internazionale e principalmente dell'Unione Europea, della Nato e degli Usa di propendere per l'autodeterminazione del Kosovo, la cui popolazione è composta per l'80 per cento da etnia albanese e per il 20 da serbi, ma ciononostante inquadrato nella compagine amministrativa della Yugoslavia, o meglio di ciò che ne rimane, cioè la Serbia e basta, dopo la decisione referendaria del Montenegro, avvenuta il 21 giugno 2006, di staccarsi.

Ieri il ministro degli esteri russo aveva anticipato le posizioni odierne di Putin dichiarando che ogni decisione deve essere accettabile per il governo di Belgrado.

La Russia, che ricalca le orme più dell'epoca zarista che della Unione Sovietica, si erge sistematicamente a difensore dei popoli slavo ortodossi, senza badare troppo al fatto che il diritto internazionale sia o meno rispettato. Mosca (anche se allora il trono del Cremlino era occupato da Boris Eltsin) non prese mai posizione contro i fratelli minori serbi, nemmeno dinnanzi a genocidi, efferatezze e crimini contro l'umanità.

Ai tempi di Eltsin si trattava quasi principalmente di panslavismo ereditario. Ora invece Mosca tenta di riacquistare un ruolo di primo piano nei processi decisionali, non importa quanto le cause abbracciate possano essere sbagliate. E vuole riappropriarsi di un suo affaccio sul Mar Adriatico, avendo sempre più bisogno di sbocchi per la travolgente forza finanziaria che si è trovata tra le mani grazie agli alti pezzi del petrolio e conseguentemente del gas.

Il distacco del Kosovo sarebbe una menomazione della Yugoslavia, che è il più fedele alleato dopo la Bielorussia, e Mosca non può permettere che gli si appioppi un simile ceffone in politica estera.

La presa di posizione di Putin è la punta dell'iceberg del lavoro delle diplomazie di Belgrado e Mosca che spingono affinché la decisione della questione kosovara sia deferita al consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove la Russia può facilmente esercitare il diritto di veto e pertanto rimandare sine die l'indipendenza della regione.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il