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Referendum Trivelle 2016: spiegazioni chiare e semplici su cosa si vota e sapere se votare sì o votare no e motivi

Abrogare o mantenere in vigore le attuali norme sulle concessioni per le trivellazioni a mare: il referendum di domenica prossima divide. Vantaggi e problemi in caso di vittoria dei sì o dei no




Sì per abrogare le norme attuali che prevedono le trivellazioni a mare per l’estrazione di idrocarburi, no per lasciare che le opere di estrazione di petrolio e gas dai nostri mari continuino fino ad esaurimento giacimento: il referendum sulle trivelle che domenica prossima 17 aprile chiamerà milioni di italiani al voto divide fortemente il nostro Paese, tra coloro che sostengono i sì, da associazioni ambientaliste, ad alcune forze politiche a Comitati no tav; e coloro schierati sul fronte del no, dagli industriali, a sindacati, ad alcuni partiti, a società petrolifere. Si tratta tuttavia di un referendum effettivamente controverso e che lascia diversi punti in sospeso. Partiamo da cosa chiede il quesito referendario: il testo chiede se si vogliono abrogare le norme attualmente in vigore che prevedono la possibilità di trivellare a mare entro le 12 miglia marine per estrarre petrolio e gas fino a quando essi saranno disponibili nei rispettivi giacimenti.

Se si vota sì all’abrogazione e si dovesse raggiungere il quorum del 50% più 1, le piattaforme oggi operanti smetterebbero di lavorare al termine delle concessioni avute e verrebbero smantellate; se invece dovessero vincere i no, le trivellazioni continuerebbero fino a quando le risorse di idrocarburi disponibili non saranno esaurite. Di quanto tempo si parla? Secondo le stime, le riserve di petrolio dovrebbero esaurirsi in un periodo di tempo compreso tra i 15 e i 40 anni, mentre quelle di gas tra 7 e 19 anni, con il gas naturale usato soprattutto per riscaldamento e produzione di elettricità e il petrolio soprattutto nei trasporti. Ci si chiede dunque quali sarebbero i vantaggi nello stop alle trivelle o se dovessero continuare a lavorare.

Se dovesse imporsi la vittoria dei sì sarebbe certamente una conquista per la difesa del nostro patrimonio paesaggistico e naturale, considerando che i mari verrebbero liberati di piattaforme che li distruggono pian piano e che potrebbero essere causa di disastri ambientali causati dalle operazioni di estrazione del petrolio. Senza considerare che, una volta detto stop all’estrazione di idrocarburi, ci si potrebbe concentrare sempre più sulla produzione di energia pulita, puntando su rinnovabili e fonti pulite, tanto per la fornitura di elettricità quanto per la produzione di auto ibride, elettrica o a biometano.

Di contro, si tratterebbe di un percorso che implicherebbe costi decisamente elevati e talmente lungo che, comunque, per un determinato periodo di tempo porterebbe il nostro Paese ad essere dipendente da impostazioni di petrolio e gas dall’estero. Anche in questo caso i costi sarebbero alti, per cui bisognerebbe effettivamente valutare la convenienza di questo processo. A questi problemi si aggiungono anche quelli lavorativi e di rischi ambientali: dicendo stop alle trivelle a mare, infatti, migliaia di lavorati italiani rischiano di rimanere senza lavoro, perché nonostante l’aver indetto il referendum non sono stati definiti piani B nel caso di vittoria del sì né per programmi di ricollocamento dei lavoratori sulle piattaforme né per piani di smantellamento e dismissione delle piattaforme stesse che, se dovessero fare la stessa fine delle nostre centrali nucleari spente ma ancora lì sui loro siti, potrebbero comunque inquinare il mare a causa di un deterioramento delle strutture. Manca, dunque, ancora una volta quella organizzazione tale da permettere che si vada a votare in piena consapevolezza e sicurezza: i problemi e i rischi connessi all’esito del voto, provocano infatti incertezza negli italiani e questo è il motivo per cui, secondo alcune stime, saranno pochissimi coloro che domenica andranno a votare.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il