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Referendum Trivelle: perchè votare sì e perchè votare no. Spiegazioni ed esempi in Norvegia cosa hanno deciso

Cosa votare al referendum sulle trivelle di domenica prossima e gli esempi dei casi esteri: cosa fare e cosa chiede il quesito




Domenica prossima 17 aprile è fissato in Italia il referendum sulle trivelle per dire stop all'estrazione di petrolio e gas in mare. I nove consigli regionali promotori del referendum chiedono di votare sì per l'abrogazione delle norme attualmente in vigore che consentono l'estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine. Il referendum riguarda il futuro di 88 piattaforme situate entro le 12 miglia dalla costa, la maggior parte delle quali si trovano nel Mare Adriatico e nello Ionio. Il quesito chiede di cancellare la norma che consente di continuare le trivellazioni fino ad esaurimento del giacimento e se si dovesse raggiungere il quorum, cioè il 50% dei voti più uno, scatterà lo stop alle trivellazioni. In caso contrario si continuerà a trivellare per estrarre petrolio e gas fino a quando saranno disponibili.

Ci si potrà recare al voto solo domenica, dalle 7 alle 23, preso il seggio della propria zona, presentando carta di identità e tessera elettorale. Italiani e partiti politici sono piuttosto divisi sul voto e c'è chi, addirittura, tra le forze politiche, chiede di astenersi dall'andare a votare. Ma cosa provoca questa spaccatura sul referendum sulle trivelle e perché gli italiani sono dubbiosi e indecisi sul voto? La spiegazione sta, chiaramente, nei motivi per il sì o il no. Se, infatti, ambientalisti, parte dei tecnici del settore e alcuni partiti sono dalla parte della tutela dell’ambiente, spingendo verso l’accelerazione per la produzione di energia esclusivamente da fonti rinnovabili, e scongiurano il rischio inquinamento, dall’altra vi sarebbero motivi occupazionali ed economici su cui il fronte del no al referendum batte.

Dalla parte del sì partiti politici diversissimi tra loro, che vanno dalla sinistra ecologista al M5S alla Lega; dalla parte del no industriali, società petrolifere, ma anche lo stesso premier sostenuto da diversi altri esponenti dell’esecutivo e forze politiche. Stoppando, infatti, le trivelle si spenderebbero soldi ingenti in dismissione e smantellamento delle piattaforme nonché per l’acquisto di petrolio e gas dall’estero e si lascerebbero migliaia di persone, circa  sette mila, senza lavoro, perché non è stato messo a punto un piano di ricollocamento per queste persone. Probabilmente per arrivare ad una conclusione, fermo restando il dubbio forte dell’astensionismo, si potrebbe guardare gli esempi d’oltreconfine, a partire dalla Norvegia, Paese particolarmente attento all’ambiente, ma che è il principale produttore europeo di petrolio, le cui estrazioni avvengono in piena sicurezza, e tra i maggiori esportatore al mondo.

La Norvegia è ben consapevole del fatto che bisognerà abbandonare prima o poi la produzione di energia da fonti fossili e passare alle energie rinnovabili, ma sa anche che non è un processo semplice e rapido, motivo per il quale continua ad affidarsi agli idrocarburi. E’ la stessa consapevolezza che dovremmo acquisire anche in Italia, considerando che la strada verso l’energia rinnovabile è ancora tortuosa.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il