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Referendum Trivelle: perchè votare no o perchè votare sì o non andare a votare. Motivi politici, finanziari, ambientali

Cosa chiede il referendum sulle trivelle per cui si vota domenica 17, cosa votare e motivi per sostenere il sì o il no: ultimi chiarimenti




Si fa sempre più acceso il dibattito sul referendum di domenica che chiede agli italiani se vogliono che le trivellazioni a mare entro le 12 miglia marine per l’estrazione di gas e petrolio continuino fino ad esaurimento giacimento o vogliono invece che vengano stoppate una volta scadute le concessioni già date. Si tratta di un referendum abrogativo per cui, ricordiamo, che per votare no alle trivelle bisogna segnare la casella del Sì. In caso contrario, invece, volendo cioè che le trivellazioni continuino, bisogna votare No. Questo referendum divide il nostro Paese per diversi motivi che non sono solo puramente ambientali, ma anche per motivi economici e politici. Se, infatti, la domanda referendaria potrebbe sembrare solo banalmente di carattere ambientale, cioè volta a tutelare paesaggio, fondali e fauna marina nonché, chiaramente, i nostri mari, dall’inquinamento, in realtà la questione posta è ben più profonda.

Non sono stati considerati infatti i temi di soldi e lavoro: il referendum sulle trivelle a mare, infatti, implica una riflessione economica, sotto vari punti di vista. Innanzitutto pensando ai costi che dovrebbero essere impiegati, nel caso di raggiungimento del quorum e di vittoria dei sì, per dismettere le piattaforme a mare, quindi a quelli che servirebbero per importare dall’estero petrolio e gas di cui il nostro Paese avrebbe comunque bisogno, per finire a quelli da impiegare per la definizione di piani e progetti per il passaggio, come auspicato dagli ambientalisti, dalla produzione di energia da fonti fossili all’energia rinnovabile.

Si tratta infatti di un percorso che richiede notevoli investimenti. E questi problemi di natura economica, in un momento in cui il nostro Paese, come ben si sa, risorse economiche da investire non ne ha, si affiancano a quelli occupazionali che nascerebbero se fossero stoppate le trivelle a mare: la domanda che ci si sta ponendo è se l’esecutivo abbia un piano di rioccupazione per le circa sette mila persone impegnate ad oggi sulle piattaforme che estraggono idrocarburi dal mare. La risposta ce l’abbiamo noi ed è no, perché il referendum è stato indetto senza pensare, dall’altro lato, di fornire risposte certe ad ogni soluzione nel caso di vittoria sia dei sì che dei no, per cui migliaia di persone rischierebbero di ritrovarsi senza occupazione.

Sarebbe stato preferibile se prima di indire il referendum fossero state risolte tutte le questioni conseguenti ad ogni eventuale esito del voto, considerando anche che gran parte dei problemi ambientali sollevati da associazioni e comitati schierati a favore del sì non si risolverebbero certo con lo stop alle trivelle entro le 12 miglia marine, perché oltre tale soglia, le trivellazioni continuerebbero continuano a mettere a rischio, come loro sostengono, l’ambiente marino. Tutte queste questioni ancora aperte sono il motivo dello scontro politico che sta derivando da questo referendum tra partiti che invitano addirittura all’astensione e schierati sul fronte del no, premier Renzi compreso, e partiti che invece ritengono che l’Italia debba passare alla produzione di energia esclusivamente rinnovabile stoppando, dunque, le trivelle mare, dopo il no già detto alle centrali nucleari.

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il