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Referendum trivelle: votare sì o no. Guida, spiegazioni motivi per scegliere cosa votare superando falsi miti

Inquinamento, problemi occupazionali ed economici: i pro e i contro del voto al referendum sulle trivelle di domenica




Il referendum sulle trivelle indetto per domenica prossima 17 aprile riguarda la richiesta di abrogazione della norma che prevede che l’estrazione di di idrocarburi per concessioni già rilasciate entro le dodici miglia marine di durata pari alla vita utile del giacimento, come previsto dalla legge di Stabilità 2016. Gli italiani dovranno, dunque, decidere se permettere che le trivelle continuino ad estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia marine anche una volta scadute le concessioni date, o se stopparle. Non cambierebbe comunque nulla per le trivelle poste oltre le 12 miglia marine. Le piattaforme entro le 12 miglia sono 92 e sono distribuite nei mari Adriatico, Ionio e di Sicilia e 82 piattaforme estraggono gas (contribuendo per il 3-4% ai consumi nazionali di gas), mentre 10 estraggono petrolio (contribuendo per l’1% ai consumi nazionali).

Se sarà raggiunto il quorum, cioè il 50% dei voti più uno, e vinceranno i sì, sarà abrogato l'articolo 6 coma 17, altrimenti non cambierà nulla e le trivellazioni a mare continueranno. Si vota solo domenica dalle 7 alle 23 e trattandosi di un referendum abrogativo per dire no alle trivelle bisogna votare sì. In caso di vittoria dei sì, però, le piattaforme non saranno chiuse subito, perchè le società petrolifere possono continuare l’attività di estrazione di idrocarburi fino a della concessione in essere, senza poter più avere proroghe.

Le società che al momento hanno le concessioni sono Edison, Eni, Shell Italia, Audax Energy, Po Valley Op, Apennine Energy, Rockhopper, Petroceltic Italia, Northern Petroleum Uk, Transunion Petroleum It e Petroceltic Elsa. Il fronte del sì sostiene il necessario stop delle trivelle a mare innanzitutto per tutelare l'ambiente e quindi per spingere il nostro Paese verso nuove strategie energetiche che superino lo sfruttamento delle fonti fossili per orientarsi verso la produzione di energia rinnovabile. E sarebbe certamente un ottimo proposito se non fosse per il fatto che richiederebbe tempi decisamente lunghi, considerando che non esistono di progetti di sviluppo di energia esclusivamente in tal senso, nè piani di costruzione di infrastrutture per la produzione di energia pulita, dalle pale eoliche a mega impianti fotovoltaici.  

Bisognerebbe, dunque, superare il mito dell’energia green e capire che per effettuare il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili servono innanzitutto soldi, che come sappiamo lo Stato non ha, ma anche piani di intervento certi e programmati, cosa che manca ancora. Così come mancano piani di impiego alternativi per le circa sette mila persone che oggi sono impiegate sulle piattaforme di estrazione di idrocarburi. E la domanda che ci si pone, per quanto banale, è decisamente lecita: una volta stoppate le trivellazioni a mare quale sarà il futuro lavorativo di queste persone, alcune delle quali grandi e difficili, come dimostrano i dati sulla nostra occupazione, da reimpiegare?

E’ bene valutare anche altre questioni: innanzitutto i costi di dismissione delle piattaforme per cui, anche in questo caso, non esiste un piano di smantellamento e quindi il rischio potrebbe essere che le piattaforme a mare facciano la stessa fine delle centrali nucleari, vale a dire spente ma ancora lì dov’erano. La permanenza delle piattaforme di trivellazione a mare, però, senza manutenzione, rischiano davvero di inquinare degradandosi i materiali di composizione e finendo nelle acque. E poi vien da chiedersi: se tra i principali rischi temuti dalle associazioni ambientaliste c’è quello dell’inquinamento per un possibile sversamento di greggio a mare durante i lavori di estrazione, se anche fossero stoppate le trivellazioni entro le 12 miglia, non persisterebbero gli stessi rischi per le piattaforme oltre le 12 miglia, anche appena 13 dalla costa? 

La risposta è sì: se il problema è quello dell’inquinamento, non avrebbe senso spegnere le trivelle entro le 12 miglia marine perché il rischio inquinamento persisterebbe, portando, allo stesso tempo, ad una diminuzione dell’estrazione di idrocarburi che, dovendo essere acquistati da altri Paese, implicherebbero ulteriori spese. Questo è uno dei principali motivi per cui alcune forze politiche sono schierate sul fronte del no per il voto al referendum. Così come strutturato, infatti, il referendum se anche passasse lascerebbe troppe questioni irrisolte, motivo per cui parte dell’esecutivo sta invitando i cittadini ad astenersi dal voto.  


 

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Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il