Rapporto Croce Rossa su torture commesse da Usa e alleati tenuto nascosto secondo The New Yorker

Ci sarebbe da discutere della legalità degli interventi, delle qualità di strategie che non hanno centrato gli obiettivi dichiarati



Abbandonati al loro destino i popoli di Iraq, Afghanistan e Somalia, la nostra opinione pubblica può tranquillamente dedicarsi al campionato di calcio appena iniziato, distraendosi al più con la guerra ai lavavetri e dimenticare la guerra al terrorismo senza che cattivi pensieri e sensi di colpa turbino una quotidianità imperniata sul consumo del superfluo. Il mondo dell’informazione nel nostro paese sembra aver dimenticato la War on Terror. Dimessa l’opera di Pio Pompa, di Renato Farina e delle altre betulle, nel nostro Paese è calato un silenzio impressionante sulle guerre che G. W. Bush ha iniziato e che non sa come finire. Se nel nostro paese esistesse un dibattito degno di questo nome, sarebbe invece interessante sentire il parere dei grandi sostenitori della guerra in Iraq (e quella dei genuflessi a Washington più in generale) sulla politica americana dopo il 9/11, perché molti sono i punti sui quali sarebbe interessante conoscere l’opinione attuale dei fan del presidente americano.

Ci sarebbe da discutere della legalità degli interventi, delle qualità di strategie che non hanno centrato gli obiettivi dichiarati (nemmeno Osama è stato catturato), ma che al contrario hanno incrementato l’instabilità internazionale, creato milioni di profughi e provocato la morte ed il ferimento di altri milioni di individui in nome di presupposti fallaci, inventati di sana pianta. Posto che anche se fossero state reali le “scuse” utilizzate per invadere l’Iraq (la minaccia delle armi di distruzione di massa) o la Somalia (la minaccia di una invasione islamo-somala dell’Etiopia) non avrebbero costituito titolo legale per scatenare quei conflitti, oggi sappiamo che si trattava di pretesti inventati; balle senza alcun riscontro. Ma gli amici di Bush tacciono.

Il punto più importante da discutere con i grandi sostenitori delle avventure belliche americane sarebbe però quello che riguarda la pratica della tortura e la commissione di crimini di guerra. Crimini e torture documentati da una discreta abbondanza di fonti, ma di cui non si parla per nulla e che di solito vengono accantonati con lo stesso fastidio e cinismo che dimostrano i tifosi del calcio quando un loro idolo spezza le gambe ad un avversario; così come “il calcio non è un gioco da signorine”, per gli amici italiani di Bush è scontato che in guerra sia tutto permesso; e di più non dimandare.

Invece non è così, i crimini di guerra sono codificati da lungo tempo e allo stesso modo lo è il reato di tortura, che non è ammessa in nessun caso. A portarne la responsabilità sono ovviamente coloro i quali ne dispongano la realizzazione e quanti si prestino a realizzarli, ma anche tutti quelli che ne sostengono la “necessità” o ne negano la natura criminale. Ben pochi, però, potranno dire di non aver saputo, come fecero tanti tedeschi al termine delle tragiche avventure hitleriane; tutti hanno saputo tutto quasi in tempo reale, scegliere di ignorare certe notizie o adoperarsi per nasconderle insieme alle responsabilità proprie e dell’alleato è sicuramente stato un atto cosciente, non dettato dall’ignoranza.

Secondo un articolo di Jane Mayer, apparso ai primi di Agosto sull’autorevole rivista The New Yorker, la Croce Rossa internazionale ha già redatto un dossier sui crimini americani che potrebbe ben figurare tra gli atti d’accusa per un prossimo processo a carico dell’attuale amministrazione statunitense. Il rapporto è ovviamente riservato (la Croce Rossa si impegna a non diffondere le notizie ottenute nei luoghi di detenzione, perché altrimenti i suoi inviati non vi sarebbero più ammessi), ma Mayer avrebbe ottenuto confidenze abbastanza dettagliate sul suo contenuto. La Croce Rossa mette sotto accusa gli americani per aver praticato estesamente la tortura, dai metodi impiegati ad Abu Ghraib, fino ai rapimenti (rendition) dei nemici e ai metodi per non lasciare segni sui prigionieri. La commissione della Croce Rossa che ha redatto il rapporto, ha concluso che tali metodi sono da considerarsi torture e che quindi contravvengono l’articolo 5 della “Convenzione ONU contro la Tortura” (recepita dagli Stati Uniti con il Torture Convention Implementation Act del 1994) e costituiscono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra sulle attività belliche, nonché del Torture Act e del War Crimes Act (1997) americani.

Il rapporto della Croce Rossa è stato trasmesso all’amministrazione americana l’anno scorso, ma solo poche persone hanno potuto leggerlo, visto che fino ad Agosto non se ne conosceva neppure l’esistenza. Una omissione comprensibile, visto che la sua diffusione avrebbe messo in difficoltà Bush e gli avrebbe impedito di definire, nel Luglio scorso, “umane e legali” le pratiche adottate dagli USA nella cattura, detenzione e gestione dei “detainees”; definizione artificiale, con la quale qualche azzeccagarbugli della Casa Bianca credeva di creare una nuova figura del diritto capace di sottrarre “prigionieri di guerra” e “criminali in arresto” alle tutele riconosciute loro da tutte le leggi e convenzioni internazionali.

Il rapporto della Croce Rossa si conclude dicendo che quasi tutti i detenuti interrogati hanno dichiarato di aver raccontato storie inventate, pur di sottrarsi alla tortura; che poi è il motivo per il quale nessun ordinamento serio prende in considerazione confessioni rilasciate in tali condizioni. Circostanza che dimostra l’inutilità oltre l’illegalità, delle scelte di Bush e compagnia.

Il rapporto della Croce Rossa è importante non solo per l’autorevolezza della fonte, ma anche e soprattutto per il fatto che sia stato tenuto nascosto. Esistono altri rapporti da parte di organizzazioni internazionali (non solo umanitarie) che già sarebbero più che sufficienti per avviare un processo contro l’amministrazione americana per crimini contro l’umanità e per una serie ulteriore di crimini gravissimi (tra i quali la pratica della rappresaglia e l’uso di armi chimiche o di distruzione di massa, pratiche ampiamente documentate) ma l’esistenza e l’occultamento del rapporto della Croce Rossa Internazionale dovrebbe cancellare ogni possibile scusa sollevata o sollevabile dai mastini messi a guardia delle opinioni pubbliche occidentali.

Purtroppo nessuno potrà, in concreto, portare Bush e i suoi complici alla sbarra senza il consenso del popolo americano; allo stesso modo nessuno udirà mai parole di contrizione o di scuse da parte di quanti, dalle loro postazioni nei media, si siano resi complici di questi crimini attraverso la diffusione di menzogne, la diffamazione di intere popolazioni, la creazione e diffusione del pregiudizio razzista, la creazione artificiale di “nemici” dai caratteri abbastanza barbari dalle intenzioni abbastanza crudeli da far sembrare “ragionevole” alle opinioni pubbliche occidentali la decisione di muovere in guerra contro di loro.

Sicuramente è preferibile voltare la testa altrove e dimenticare, dimenticare anche che a Nassirya nelle prigioni gestite da alleati iracheni, ma sotto responsabilità e controllo italiani, si praticava estesamente la tortura; dimenticare i milioni di morti, di feriti e di profughi; dimenticare la demolizione di intere nazioni. C’è da dare la caccia ai lavavetri. Armatevi e partite, l’Occidente ha ancora bisogno di voi; dopo l’esportazione di democrazia e civiltà è il momento di recapitare la legalità ai barbari che non l’hanno mai conosciuta e che credono di potersi impunemente guadagnar da vivere ai semafori. In fin dei conti in Italia c’è così tanta legalità che sarebbe egoistico tenerla tutta per noi e poi almeno questa volta non ammazzeremo nessuno. Per quelli che sono morti “in nostro nome”, una prece.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il