Cina: pena di morte sarà limitata ai casi più gravi. Lo annuncia la Corte Suprema

L'annuncio, da parte della Corte suprema, di una limitazione del ricorso all'esecuzione capitale non basta per credere in un vero cambio di rotta. Aleggia infatti il rischio che si tratti di un'operazione mediatica legata alle Olimpiadi e



di Riccardo Noury*

L'annuncio, da parte della Corte suprema cinese, di una riduzione del numero di reati capitali (attualmente sono 68) è un segnale apparentemente positivo, ma su cui il giudizio di Amnesty International rimane necessariamente sospeso. La "via cinese" al progresso in tema di pena di morte passa infatti attraverso un aggiustamento del sistema: maggiore controllo in ultimo grado di giudizio sulla procedura che ha determinato la pena capitale e limitazione della sua applicazione ai reati più efferati. Il punto interrogativo rimane quello dell'efficacia di tali misure e della verifica della loro applicazione. Fino a quando il governo cinese non renderà pubblici i dati sulla pena di morte, sarà impossibile determinare se siamo di fronte a reali passi avanti o a semplici operazioni di comunicazione, destinate a migliorare l'immagine del paese all'estero.

Del resto, quello della pena di morte è il tema di diritti umani su cui la Cina subisce maggiormente la pressione internazionale. Da un lato, perché la tendenza mondiale è verso l'abolizione e la Cina (coi suoi dati annuali a quattro cifre sulle esecuzioni: oltre 1700 registrate ufficialmente da Amnesty, ma secondo altre fonti potrebbero essere almeno 5000) presenta un'eccezione eclatante; dall'altro, perché è la violazione dei diritti umani di cui si parla di più.

In occasione dell'assegnazione a Pechino dei Giochi Olimpici 2008, il comitato promotore cinese promise al Comitato olimpico internazionale che, se la competizione si fosse svolta in Cina, la situazione dei diritti umani sarebbe migliorata. L'annuncio odierno della Corte suprema cinese potrebbe andare in questa direzione. Rimane comunque la duplice interpretazione: gesto di buona volontà o di semplice immagine?

Nessuno, in ogni caso, né il Comitato olimpico internazionale né Amnesty International né soprattutto gli attivisti cinesi per i diritti umani, potrebbe accontentarsi dell'abolizione della pena di morte per reati economici e della sua limitazione ai casi di sangue più cruenti, come unico risultato conseguito in occasione delle Olimpiadi.

C'è ben altro ancora da fare: porre fine alla mostruosità delle varie forme di detenzione amministrativa (tra cui la rieducazione attraverso il lavoro), cessare di perseguitare i difensori dei diritti umani, consentire una piena libertà d'informazione, sia off line che on line. Su tutto questo, a parte alcune limitate garanzie concesse sulla libertà di movimento dei corrispondenti della stampa internazionale, Amnesty International non ha registrato passi avanti significativi.

Vedremo, nei prossimi mesi, se le decisioni in tema di pena di morte avranno davvero un impatto. Amnesty International continuerà a chiedere trasparenza sui dati, senza la quale sarà impossibile esprimere ogni giudizio. Vedremo anche come la Cina si comporterà, in sede di Assemblea generale delle Nazioni Unite, di fronte alla proposta di risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni. Auspichiamo che un paese che sta lentamente affrontando il tema della pena capitale non rallenti il passo veloce con cui il resto del mondo si sta avviando verso un mondo senza esecuzioni.

*Portavoce della Sezione Italiana di Amnesty International

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il