BusinessOnline - Il portale per i decision maker








Pensioni ultime notizie mini pensioni, quota 100, quota 41 e i diritti delle donne oltre il contributivo donna

L'allineamento delle età di pensionamento tra uomini e donne avrebbe dovuto accompagnarsi all'adozione di novità e misure correttive.




Sono i fatti a dimostrare come non solo esiste disparità tra uomini e donne in materia previdenziale, ma nel tempo le differenze di genere sono aumentate e le novità per le pensioni introdotte negli anni sono andate nella direzione opposta da quella del perseguimento dell'obiettivo della parificazione in termini di redditi percepiti. E le ragioni sono presto dette: l'ammontare della pensione è condizionato dalla misura delle retribuzioni percepite fino a quando il sistema di calcolo è stato di tipo retributivo, o dai contributi versati con il passaggio al contributivo, così come dall'interruzione di rapporti di lavoro e da forme di occupazione part time.

Tutte queste componenti sono più pronunciate nel caso della condizione femminile per via delle maggiori difficoltà incontrate dalle donne ad accedere e rimanere nel mercato del lavoro, per le differenze di stipendio anche a parità di mansioni svolte e per le maggiori complicazioni nell'accedere a posizioni di carriera più elevate. E il tutto mentre le attuali norme sulla previdenza spingono verso una convergenza dell'età della pensioni tra uomini e donne, destinato a completarsi nel 2018. Nell'immediata si assiste all'innalzamento del requisito anagrafico a 62 anni per le lavoratrici private e a 63 anni e 6 mesi per le lavoratrici autonome ovvero a un ritardo nell'accesso al trattamento previdenziale da un minimo di quasi 4 anni a un massimo di 7 anni rispetto alle regole in vigore.

In sede europea, poi, è stata avviata una procedura d'infrazione per il mancato rispetto della normativa comunitaria in materia di parità di trattamento tra uomini e donne. Eppure, fino all'introduzione delle attuali novità per le pensioni, la previsione di requisiti più favorevoli per l'accesso all'assegno di vecchiaia ha rappresentato la principale forma di compensazione per le lavoratrici ai fini del riconoscimento del loro maggiore impegno nella gestione delle esigenze familiari e nei lavori di cura, che spesso sostituiva servizi pubblici di assistenza non adeguati con un tasso elevato di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Va da sé che il processo di allineamento delle età di pensionamento tra uomini e donne avrebbe dovuto accompagnarsi all'adozione di misure correttive.

Il tutto mentre in Germania il ministro della Famiglia, Manuela Schwesig, propone l'erogazione di 300 euro al mese ai genitori che trascorrono maggior tempo con i figli ovvero se entrambi giovani riducono l'orario di lavoro. Il costo? Meno di un un miliardo di euro l'anno. A volere vedere chiaro sulla situazione italiane, anche in confronto a quanto accade negli altri Paesi europei, è stata la commissione Lavoro della Camera dei deputati che ha avviato un'apposita piattaforma di studio e di analisi e sta continuando a proporre la proroga o la strutturalità del contributivo donna con cui le lavoratrici con 57 anni e 3 mesi di età e 35 anni di contributi se dipendenti o a 58 anni e 3 mesi se autonome possono andare in pensione rinunciando a una parte dell'assegno previdenziale.

Ti è piaciuto questo articolo?




Commenta la notizia



Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il