TFR e fondi pensionistici: meno dell'8% ha aderito preferendo lasciarlo in azienda

Non poteva essere più esplicito e più completo il fallimento dell’operazione che mirava al trasferimento del TFR dei lavoratori dipendenti ai fondi d’investimento



Non poteva essere più esplicito e più completo il fallimento dell’operazione che mirava al trasferimento del TFR dei lavoratori dipendenti ai fondi d’investimento. Su dodici milioni e mezzo di lavoratori interessati, nei primi sei mesi dell’anno solo il 5% ha deciso di mettere il proprio TFR nei fondi chiusi e solo il 2.5% nelle altre forme pensionistiche previste dalla nuova normativa. A fornire il dato è stata qualche giorno fa la Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione), dati che sono stati accolti da un fragoroso silenzio. Dopo anni di lavoro per dirottare verso la finanza il trattamento di fine rapporto dei lavoratori dipendenti, dopo mesi e mesi di pubblicità tambureggiante ai nuovi “strumenti” pensionistici, meno di un lavoratore su tredici è stato convinto ad abbracciare la splendida opportunità che tanti soggetti si sono dannati per offrirgli. Diffidenza verso una finanza troppo creativa per essere ritenuta degna di fede, anche quando l’investimento sia più sicuro per effetto delle tutele offerte dalla legge, scarsa fiducia nell’affidare il proprio denaro a soggetti creati ad hoc, scarsa dimestichezza con strumenti finanziari poco trasparenti, ma anche una sana diffidenza verso sindacati in crisi di credibilità, hanno determinato una vera e propria Caporetto per i sostenitori della pensione fai-da-te.

Di fronte ad un esito del genere ci sarebbe da chiedersi quali siano le reazioni dei tanti politici e sindacalisti che per anni hanno speso sudore e lacrime per far passare una riforma dall’utilità tanto dubbia, ma non è dato di conoscerle. A parte il Ministro del Lavoro Damiano, che ne ha l’obbligo istituzionale, non si sono sentiti commenti al consuntivo presentato dalla Covip. Lo stesso Damiano ha fatto l’illusionista giocando con i dati, provando a presentare la Caporetto della riforma come un successo.

Damiano ha detto che i dati fanno ritenere che la riforma 'sia una scommessa riuscita', vantando l’incremento del 50 per cento dei lavoratori iscritti alle forme pensionistiche complementari. Puro illusionismo, se la legge che imponeva ai lavoratori la scelta ha portato ad un misero aumento del 50% della quota molto modesta di iscritti ai fondi prima dell’entrata in vigore della legge, non si capisce davvero dove sia il successo. Damiano dice che i fondi hanno reso e stanno rendendo di più delle altre forme a disposizione dei lavoratori. Ma, restando ai numeri, prima c’erano 1,8 milioni di iscritti, ora sono diventati 2,7 milioni, mentre oltre dieci milioni degli undici milioni di lavoratori che avrebbero dovuto fare i salti dalla gioia abbracciando la riforma, si sono guardati bene dal seguire i consigli di sindacati, partiti e media che li hanno bombardati per mesi e mesi sulla splendida e moderna opportunità offerta loro.

Damiano ha detto di sperare che a fine anno sarà del 40% la percentuale di lavoratori che ha aderito ai fondi, numero ottenuto partendo da un dato che Luigi Scimmia (presidente della Covip) ha detto essere oggi del 32%. Questo però vorrebbe dire che negli ultimi tre mesi (per i quali non ci sono dati “ufficiali”), si sono iscritti ai fondi 1,3 milioni di lavoratori contro i novecentomila dei primi sei mesi; un dato del quale è lecito dubitare, visto che al netto delle ferie i mesi sono in effetti solo due.

Altra magia con i numeri che però cozza con la “speranza” di Damiano, secondo il quale sarebbe un buon risultato se un altro milione di lavoratori si iscrivesse nei prossimi quattro mesi. Avremmo così una sequenza abbastanza paradossale: da gennaio a giugno hanno aderito (dati ufficiali) novecentomila lavoratori (0,9 milioni), da giugno a settembre 1,3 milioni (dato non ufficiale) più la speranza di Damiano che nei prossimi quattro mesi vede un buon risultato nell’adesione di un altro milione di lavoratori, per un totale a fine anno di cinque milioni. Di questi fino ad ora ce ne sono ufficialmente solo novecentomila che secondo i dati della Covip hanno aderito dall’entrata in vigore della legge a giugno, che salirebbero a 2,2 milioni di nuove iscrizioni, sommandosi al dato di 1.8 milioni di lavoratori già iscritti prima della riforma.

E’ vero che i numeri, soprattutto in Italia, spesso si prestano ad essere manipolati, ma difficilmente questi possono essere considerati i numeri di un successo e infatti è calato un silenzio di tomba sulla questione. Un silenzio strano, visto che sulla riforma del TFR hanno parlato in tanti e tanto a lungo; ma, come è noto, la vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è sempre orfana. Tacciono i confederali, tacciono i politici, tacciono i media. Ma non è il silenzio degli innocenti, è tutto un altro film.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il