L'iran si doterà della bomba atomica: ma come gestire la situazione? Scontro tra Usa e UE

Il dossier iraniano, dopo anni di sforzi diplomatici, sta creando nuove ondate sismiche nei rapporti tra Europa e Stati Uniti e tra gli stessi paesi dell'Unione



Il dossier iraniano, dopo anni di sforzi diplomatici, sta creando nuove ondate sismiche nei rapporti tra Europa e Stati Uniti e tra gli stessi paesi dell'Unione. Da molti anni i rapporti tra Iran e Occidente, in particolare con gli Stati Uniti, sono complessi e conflittuali. Tutto cominciò molti anni fa, nel 1979, con la rivoluzione degli ayatollah che cacciò il regime dello shah (imposto con un colpo di stato 25 anni prima da Gran Bretagna e Stati Uniti) e con la successiva occupazione dell'ambasciata americana di Teheran e la presa in ostaggio dei diplomatici. Poi, negli anni '80, ci fu la lunga e sanguinosissima guerra Iran-Iraq, scatenata dall'Iraq in cui gli Stati Uniti appoggiarono con forniture di armamenti il regime di Saddam Hussein. Culminò, nel gennaio 2002, con il discorso sullo stato dell'unione in cui il presidente americano Bush inserì l'Iran tra i paesi dell' "asse del male", assieme a Iraq e Corea del Nord.

Tre anni di intense pressioni antiraniane da parte degli Stati Uniti ebbero come effetto che nelle elezioni presidenziali del 2005 fu sconfitto il "moderato" Rafsanjani e fu eletto il "radicale" Mahmoud Ahmadinejad. Il quale abbandonò le blande aperture verso l'Occidente del suo predecessore e iniziò una politica di aggressioni verbali contro l'occupazione dei luoghi santi da parte degli "infedeli" (le basi americane in Medioriente) e contro il "sionismo", auspicando la distruzione dello stato di Israele. Ahmadinejad annunciò anche la ripresa del programma nucleare iraniano, anche se - dichiaratamente -- solo a fini pacifici. Dapprima cacciò gli ispettori dell'AIEA, l'agenzia atomica delle Nazioni Unite, poi li riammise in una complessa partita a scacchi fatta di aperture e chiusure, nel mentre che si intensificavano le preoccupazioni della comunità internazionale.

Alla radice di questo conflitto tra Iran e Occidente ci sono - e non da oggi -- vaste questioni di geopolitica che investono l'area mediorientale. La prima guerra del Golfo (1991) e la caduta dell'Unione sovietica favorirono l'espansionismo americano nella regione con la creazione di nuove basi militari in Arabia saudita, Kuwait, in Iraq e negli ex "stan" sovietici. Questo riposizionamento verso est dell'unico "egemone globale" doveva servire - nelle intenzioni dei teorici dell'impero americano - a garantire il flusso degli approvvigionamenti petroliferi e come contrappeso o linea di frontiera avanzata nei confronti della Cina e del rinascente nazionalismo russo.

Allo stesso tempo il vuoto creatosi con l'uscita di scena forzata dell'Iraq, avversario storico dell'Iran, ha offerto al regime di Teheran l'opportunità di candidarsi a paese egemone della regione, cui aspira per posizione geografica, per storia (è l'unico stato mediorientale ad avere una identità statuale plurisecolare), per popolazione e per ricchezze energetiche. Di questo progetto espansionistico iraniano, speculare a quello americano, che punta anche al riequilibrio tra la componente sciita dell'Islam e quella sunnita maggioritaria nella regione, non poteva non fare parte anche un programma nucleare.

Nonostante il trattato di non proliferazione nucleare del 1970, infatti, nel corso dei decenni tutti i paesi che hanno avuto ambizioni ad occupare il ruolo di "egemoni regionali" hanno lanciato programmi nucleari -- Pakistan, India, Sud Africa, Libia, Corea del Nord, Israele e, da ultimo, Iran. Altri (Iraq, Siria) si sono fermati, o sono stati fermati, ad uno stadio più iniziale. E' un fatto che in molti paesi la carta nucleare viene vista come elemento di prestigio e di superiorità tecnologica, oltre che per le sue valenze militari. E' del resto per gli stessi motivi che i cinque paesi del club atomico originario -- Stati Uniti, Unione sovietica, Cina, Regno Unito e Francia -- vollero difendere il loro privilegio inserendosi come membri permanenti del Consiglio di sicurezza con diritto di veto.

Nell'ultimo decennio le pressioni diplomatiche, unite alle minacce di intervento, hanno portato allo smantellamento dei programmi nucleari di Libia e Sud Africa, ma non di India e Pakistan, cui per interessi geostrategici gli Stati Uniti hanno sempre consentito di mantenere e (nel caso dell'India) anche di espandere i propri programmi nucleari. Da ultimo, dopo lunghissime trattative e anche a seguito di sanzioni economiche, la Corea del Nord ha accettato di cancellare il proprio programma nucleare e di smantellare gli impianti di arricchimento dell'uranio.

Quanto all'Iran, come è noto quel paese afferma di perseguire il suo programma nucleare per soli fini energetici, il che è consentito in base al trattato di non proliferazione, anche se i sospetti di una eventuale ricaduta militare sono più che legittimi. Il Consiglio di sicurezza ha ripetutamente chiesto l'interruzione dell'arricchimento dell'uranio e, di fronte al rifiuto di Teheran, ha imposto una prima serie di sanzioni economiche. Nel frattempo il gioco diplomatico si è fatto frenetico, con l'ingresso di numerosi attori internazionali, tra cui l'Unione europea, con allarmi e minacce lanciati soprattutto dagli Stati Uniti e posizioni più caute dell'AIEA.

Il pericolo che l'Iran si doti, prima o poi, della bomba atomica viene considerato da tutti reale. Il dissenso nasce sul come contrastarlo. Non sorprendentemente Russia e Cina, da sempre legate all'Iran da stretti vincoli commerciali, ma anche in funzione di argine contro l'espansionismo americano, sono restie ad applicare nuove sanzioni e tanto meno all'intervento armato, e per queste ragioni hanno annunciato il loro veto in Consiglio di sicurezza.

L'Europa, formalmente allineata con gli Stati Uniti, è in realtà divisa. Da una parte la Francia di Nicolas Sarkozy, che nel suo nuovo riposizionamento filoamericano e antirusso è intenzionata a chiedere nuove sanzioni, anche indipendentemente da una decisione del Consiglio di sicurezza (il ministro degli esteri Kouchner ha a questo fine chiesto una iniziativa comune dei 27 paesi dell'Unione). Dall'altra Italia e Germania, che non casualmente sono anche i maggiori partner commerciali europei di Teheran, spingono alla cautela e chiedono un più intenso sforzo diplomatico, anche perché le nuove sanzioni, senza un accordo con Russia e Cina, avrebbero effetti scarsi o nulli.

A rendere ancora più ingarbugliata la vicenda c'è l'esempio della Corea del Nord, che sta ad indicare come la strada della diplomazia, dell'applicazione di un giusto mix di condanne e sanzioni, per un verso, e di riconoscimenti e incentivi economici, per l'altro, possa portare ai risultati da tutti voluti. Bene ha fatto quindi il ministro D'Alema a chiedere che si esca dal gioco sterile delle contrapposizioni e si intavoli una trattativa globale con l'Iran per affrontare non solo le giuste preoccupazioni dell'Occidente, ma anche per dare una risposta alle aspirazioni legittime - laddove legittime sono - di Teheran.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il