Premio Nobel per la medicina all'italiano Mario Capecchi. Purtroppo ha sempre lavorato in Usa

Mario Capecchi, biofisico che lavora negli Stati Uniti, ha vinto il Premio Nobel per la medicina con altri due ricercatori grazie al suo lavoro sulle cellule staminali embrionali, ottenendo risultati che difficilmente avrebbe potuto conseguire in It



Mario Capecchi, biofisico nato a Verona e trasferitosi a sette anni negli Stati Uniti, dove lavora, ha vinto il Premio Nobel per la medicina. Il riconoscimento è stato assegnato ad un team di tre scienziati (Oliver Smithies, Martin Evans e Capecchi) grazie al loro lavoro sulle cellule staminali embrionali, che attraverso la tecnica del gene targeting, ha permesso di ottenere cambiamenti nel patrimonio genetico delle cavie da laboratorio.

Si tratta di un passo avanti notevole, che potrebbe essere sfruttato anche nel campo della medicina clinica: attraverso questa tecnologia è possibile costruire modelli di qualsiasi malattia genetica umana, studiarne l'evoluzione e l'efficacia delle potenziali terapie. Si potrebbero quindi correggere geni endogeni nel tessuto umano.

Noi abbiamo parlato con Carlo Flamigni, membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Cosa pensa di questo Premio Nobel?
E' un premio nobel che va ad un'avventura con grandi probabilità di essere positiva, poiché ci dà delle possibilità e delle speranze molto concrete per poterci occupare di problemi finora insolubili.

Può spiegarci quali sono questi problemi?
Partiamo dalle cellule staminali: sono cellule che si dividono in due parti, una uguale alla prima, l'altra parzialmente o completamente differenziata. La prima è in qualche modo una cellula eterna, l'altra rinuncia all'eternità per diventare una cellula lavoratrice. Le cellule staminali sono poi divisibili in base alla loro potenza, e le più potenti sono quelle embrionali. Noi abitualmente le prendiamo dagli embrioni, per la precisione dalla massa cellulare interna dei blastociti. Sono in grado di fare tutto: un embrione, un essere umano, ma non la placenta (ricavabile solo da embrioni a quattro, otto cellule - morule - , ma nascerebbe un problema morale perché un blastomero di una morula è capace di diventare un individuo).

Le cellule staminali esistono anche nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico, nel testicolo, nei tessuti, in tante altre parti, ma sono teoricamente meno potenti, e tutte le volte che le ricerche sulle cellule adulte hanno dato qualche frutto, non si è poi riusciti a ripetere l'intervento o ad avere gli stessi risultati.

Ma gli studi paralleli delle cellule staminali embrionali e delle cellule adulte si confidano continuamente dei segreti, e questo crea il problema della complicità. Per cui, se anche domani si dovesse arrivare a risultati straordinari grazie agli studi sulle cellule adulte, che sono quelle che vanno bene anche ai cattolici, nascerebbe il problema della cooperatio ad malum: ovvero, avendo ottenuto quel risultato, quel farmaco, quella cura anche attraverso ricerche inaccettabili sul piano morale, questi non si potrebbero usare. Dal momento in cui la contaminazione della ricerca è effettiva e quotidiana, ci si chiede se abbia senso continuare la polemica sull'abbandono della ricerca sulle embrionali e la continuazione di quella sulle staminali adulte. Bisogna far capire l'importanza fondamentale, indispensabile delle informazioni ottenibili attraverso gli studi sulle prime e la sollecitazione scientifica che questi permettono.

In Italia i problemi sollevati da ricerche di questo tipo sono soprattutto etici, ma esiste anche il problema della mancanza di fondi.
A proposito di fondi, ultimamente sono venute fuori informazioni poco comprensibili su una specie di potestà che ha il Ministro della Salute di affidare grandi quantità di denaro per scopi di ricerca all'Istituto Superiore della Sanità, il quale, senza concorso né valutazioni qualitative, sceglie la persona a cui affidare questa somma. E guarda caso, i ricercatori che si occupano, tra le altre cose, di cellule staminali, e che hanno dimostrato interesse e fatto richiesta, sono rimaste incomprensibilmente fuori.

In Italia questi ricercatori non solo vengono puniti moralmente, parlando di loro come di persone eticamente scorrette, ma vengono colpiti direttamente nel campo di lavoro, danneggiando le loro ricerche. Ci sono molte lettere indirizzate all'ISS, in cui si chiede in base a quali norme, a quali consuetudini possono avvenire cose del genere, ma non è ancora arrivata nessuna risposta.

E' possibile trovare un modo per emarginare la questione morale?
N
egli Stati Uniti ci sono moltissimi modelli sperimentali che dovrebbero consentire di bypassare in qualche modo il problema, ma fino ad ora non hanno trovato applicazione. In quel paese i maggiori investimenti si fanno proprio sulle cellule staminali embrionali, perché garantiscono risultati più sicuri, maggiori conquiste nel campo delle acquisizioni di informazioni scientifiche. Ma in Italia persino l'idea di usare cellule staminali embrionali prodotte altrove è stata considerata peccaminosa, e alcuni dei nostri parlamentari, sbagliando, hanno detto che questa operazione era proibita.

Restando in Italia, la Legge 40 sulla procreazione assistita prevede che gli embrioni in soprannumero, anziché essere destinati alla ricerca, vengano congelati, ma non se ne specifica l'utilizzo. Non sarebbe più plausibile, se non sensata, una regolamentazione invece del ricorso a un vero e proprio veto alla ricerca?
Noi stiamo cercando di elaborare un documento che permetta (non per questi embrioni, per i quali non si riesce a trovare una luce nella legge, che andrebbe modificata per consentirne l'utilizzo)di utilizzare a fini scientifici gli embrioni anomali, che al momento vengono lasciati morire nel brodo colturale. Il Comitato Nazionale di Bioetica, sul piano degli embrioni abbandonati e congelati, ha auspicato che questi vengano utilizzati per la vita. Ma adottarli per farli nascere significa poter garantire ai genitori che non presentano anomalie, il che implica un problema: noi non abbiamo linee guida, ma quelle americane pongono molte limitazioni al caso.

Secondo lei, ora che c'è di mezzo un Nobel, si placheranno le polemiche che criminalizzano queste ricerche? Cambierà qualcosa?
N
on credo. Dobbiamo renderci conto che in Italia c'è una grande novità, anche se non assoluta: l'attuale pontefice, tra i tanti modi per sostenere la verità della propria fede ha scelto quello più duro. Ha affermato che di verità ce n'è una sola e che lui ne è il portatore e il simbolo. L'etica della verità è molto dispendiosa e molto conflittuale, e soprattutto non si ferma mai. C'è una specie di crescendo che comincia con il non possumus, che va avanti con la definizione delle altre religioni come sette, che affronta temi come arte e scienza dicendo che senza fede e religione diventano degli accompagnatori ignobili della parte peggiore dell'uomo. Insomma, io credo che sia un crescendo che una volta iniziato non promette nulla di buono, e che non sia facilmente ostacolabile, almeno non nei tempi brevi.

Poi c'è un altro problema fondamentale nel nostro paese: la Chiesa si prende lo spazio che i politici le lasciano, e i nostri politici le lasciano tutto lo spazio che possono, spaventati dall'eventualità di essere considerati anticlericali, di perdere voti, di diventare impopolari. Io credo che ci siano problemi di dignità e di laicità che dovrebbero proibire ai politici comportamenti così disdicevoli.

La questione etica pesa più nel nostro Paese che altrove perché abbiamo il Vaticano?
Si, infatti Cavour avrebbe dovuto dire "libera chiesa in libero stato, possibilmente confinante", ma purtroppo si è dimenticato di aggiungere quest'ultimo particolare.

Quindi la sua ricetta è far passare la ricerca per la laicità dello stato?
Si, io ho girato molto, in sedi di partito da Pordenone e Messina. E ovunque quando iniziavo a parlare di bioetica la gente mi chiedeva di parlare di laicità. Secondo me il senso dell'importanza dello stato laico c'è, la gente vuole sentirne parlare e vuole capire il perché del tradimento operato dalle persone a cui ci affidiamo. Le persone che ci conducono politicamente ci tradiscono, fanno finta di niente, non ascoltano, sono disattente, hanno la sindrome dell'accettazione.

Ma è anche vero che la nostra gente, quando il suo segretario di partito dice qualcosa, lo segue. Bisogna vedere per quanto tempo e fino a che punto, anche perché non è chiaro dove tutto questo ci stia portando. E io non credo ci porti dalla parte giusta.

Non si rischia di confondere l'etica con la religione?
Certo, ma non solo. Laicità vuol dire non dare particolare valore a nessuna ideologia, nessuna religione, nessuna confessione, ma tutelarle e proteggerle tutte allo stesso modo. E vuol dire anche non dare niente alle istituzioni che si sono costruite senza democrazia, come Opus Dei e massoneria. Uno Stato che legifera in relazione al favore che può dare un'ideologia particolare è uno stato disonesto. Questo lo diceva Abbagnano, un grande filosofo, non lo dico io.

Insomma, non vede prospettive rosee..
No, sono pessimista, lo dico da tempo. D'altra parte avevo espresso opinione contraria anche rispetto al referendum, avevo detto che secondo me ci avrebbe portato in un budello chiuso.
A questo punto conto molto sul fatto che gli attuali politici passino a "miglior vita". Nel senso che vincano tutti al totocalcio (anche se forse non ne hanno bisogno) e che passino i loro ultimi cinquant'anni nelle isole del Pacifico. Sarebbe una vita decisamente migliore.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il