Turchia-Iraq: guerra contro i curdi del Pkk approvata dal Parlamento. La Siria approva, gli Usa no

Il Parlamento turco autorizza lo sconfinamento per combattere i ribelli del Pkk, ma Erdogan assicura che si tratta solo di 'autodifesa' e che l'esercito aspetterà le condizioni giust



Il Parlamento ha dato il nulla osta. Le truppe turche sono autorizzate ad entrare nel nord dell'Iraq per contrastare i ribelli curdi del Pkk. La decisione, nell'aria da tempo, è stata rinviata e poi anticipata di colpo, e, anche se da Ankara frenano sostenendo che l'attacco non è imminente, è un passaggio chiave nella crisi curda, che destabilizza ancor di più l'area e aziona un gioco di reazioni a catena tra eserciti e diplomazie. Tanto per cominciare, la situazione ha favorito l'aumento dei prezzi del petrolio a 88 dollari al barile (un record), e ha colpito la lira turca mentre gli investitori stanno valutando i rischi economici di un'operazione militare. E poi ha messo in allarme gli Usa, alleati dei turchi alla Nato, ma timorosi che un'incursione destabilizzi la parte meno accesa dell'Iraq e potenzialmente l'intera regione. L'autorizzazione parlamentare, arrivata a larga maggioranza (507 sì su 526 deputati, contraria solo una rappresentanza curda), è un salvagente legale per un'azione militare, che dà sostanzialmente all'esercito mano libera per agire come e quando lo riterrà opportuno. Ma il primo a rallentare è stato proprio il primo ministro Erdogan: "Il passaggio di questa mozione non significa che seguirà un'incursione immediata, ma agiremo al momento giusto e con le condizioni giuste", ha spiegato ieri il premier al suo partito, l'Ak, precisando che si tratta di "autodifesa" e addirittura dicendo di augurarsi che la mozione non venga mai applicata. Erdogan ha anche fatto appello ai "due governi iracheno e curdo a prendere le distanze dall'organizzazione terroristica mettendo un muro tra loro e il Pkk". Parole valutate positivamente anche dal portavoce del governo regionale del Kurdistan iracheno, Jamal Abdallah, soddisfatto perchè per la prima volta il premier turco ha parlato del governo regionale del Kurdistan accanto a quello iracheno, ma che ha definito "illegale e contrario al diritto internazionale" l'eventuale sconfinamento.

Alla vigilia del voto sulla costituzione, Erdogan sceglie quindi di rassicurare il primo ministro iracheno Nouri al Maliki, capo di un fragilissimo governo di coalizione impossibilitato a fare di più sulla vicenda, ma che ha inviato a sua volta una missione politica e di sicurezza di alto livello ad Ankara per discutere della crisi. I terroristi curdi usano le basi nord-irachene per le loro azioni contro il governo turco, che ritiene il Pkk responsabile della morte di più di 30mila persone dal 1984, quando il gruppo ha lanciato la lotta armata per una patria curda nel sud-est della Turchia. Dallo scorso settembre il governo iracheno si è vincolato ad Ankara firmando un accordo contro il terrorismo col quale i due Paesi hanno concordato di adottare tutte le misure necessarie per combattere i ribelli e altri gruppi militanti. "All'Iraq deve essere data la possibilità di fermare i terroristi del Pkk che superano il confine prima che la Turchia intraprenda qualsiasi azione", ha detto il vice presidente iracheno Tariq al-Hashimi, inviato ad Ankara. In realtà da tempo l'esercito curdo possiede avamposti militari nel nord dell'Iraq, alcune centinaia di soldati dislocati in quattro basi ad est di Zakho, città a trenta chilometri dal confine. Ma per stanare i circa tremila guerriglieri ribelli e soprattutto per dare all'operazione una legittimazione e un peso politico (e internazionale) sarà necessario irrobustire le truppe e mandare un messaggio all'Iraq, a dire di Ankara ancora troppo fermo nell'intervenire. Oggi Al Maliki ed Erdogan hanno avuto un colloquio telefonico, nel quale il premier iracheno ha detto che Baghdad è "assolutamente determinata" a porre fine alla presenza del Pkk, e ha aggiunto di aver dato ordine all'amministrazione indipendente curda presente nell'Iraq settentrionale di agire contro il gruppo. E' stata invece smentita da Erdogan la notizia di una possibile operazione congiunta turco-irachena per smantellare i campi ribelli, come aveva riferito la Tv turca Cnn-Tur.

La scelta di Ankara dà il via anche al risiko di alleanze contrapposte. La Siria si è già detta pronta ad appoggiare l'eventuale iniziativa turca, come ha annunciato il presidente Bashar al-Assad. Ad Ankara per una visita di tre giorni, Assad ha dichiarato oggi che la Turchia ha il diritto di compiere offensive militari al confine con l'Iraq per scovare i separatisti del Pkk, allargando di fatto la frattura già esistente tra Ankara e Washington. "Comprendiamo che tali operazioni sarebbero mirate verso un determinato gruppo che attacca i soldati turchi" ha detto il leader siriano, primo leader arabo a pronunciarsi sulla vicenda, e tradizionale avversario dell'Iraq (e degli Usa), ricordando che a Damasco esiste una minoranza di etnia curda, sebbene numericamente più ridotta. Un appello alla prudenza è arrivato dal segretario generale della Nato, Jaap de Hoof Scheffer, e dalla Ue, che ha invitato la Turchia alla moderazione. Senza dimenticare gli Stati Uniti, una cui rappresentanza diplomatica sta cercando una mediazione con Ankara che impedisca che il via libera del Parlamento faccia precipitare ancor di più la già bollente polveriera irachena. Al lavoro dei diplomatici, si è aggiunto il monito di Bush, secondo il quale "non è nell'interesse della Turchia mandare truppe nel nord dell'Iraq".

A margine, gli inviati statunitensi dovranno affrontare anche la questione dei massacri armeni, definiti "genocidio" dalla Commissione esteri della Camera: I turchi hanno annunciato ritorsioni e potrebbero negare agli Usa il transito nei suoi territori dei rifornimenti militari diretti in Iraq, il 95% dei quali le forze americane effettuano in Turchia. Il Pentagono starebbe già pensando a trovare soluzioni alternative, e l'alleanza turco-statunitense comincia a scricchiolare.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il