


Ancora una volta la Corte di Cassazione sopperisce, con una sentenza,
all'inettitudine della politica. E riaccende le polemiche su un tema, quello del
testamento biologico, colpevolmente lasciato cadere nelle aule parlamentari per
manifesta volontà di insabbiamento. Il caso di Eluana Englaro – la ragazza in
coma vegetativo da 15 anni e il cui padre chiede inutilmente da anni di poter
interrompere l'alimentazione forzata in modo legale – è riemerso dalle nebbie
del Palazzaccio con una sentenza dura, che tuttavia è velata di un'attenzione
all'umanità e alla dignità della persona. Tutti concetti assenti, invece, in
quella classe politica che dovrebbe dare risposte sui grandi temi che
interessano alle persone. Ma non lo fa. Per paura del Vaticano. Che ieri, con
puntualità svizzera, ha voluto ribadire che l'Italia non è affatto uno Stato
laico. E che, anzi, i giudici della Cassazione, si dovrebbero vergognare per
aver emesso una “sentenza indegna, inaccettabile, che orienta il legislatore
verso l'eutanasia” e che dimostra, se ce ne fosse bisogno, in quale “vuoto di
valori” sia caduto il Paese. “Attribuire a ognuno una potestà indeterminata
sulla propria esistenza – si legge nella nota dell' Osservatore Romano
- avrebbe conseguenze inimmaginabili”. Su che cosa? Sulla perdita del loro
potere temporale? Il problema, a ben guardare, sembra essere solo questo.
La Cassazione, per fortuna, la vede un po' diversa. Ed ha infatti
stabilito che la salute di un individuo non può essere “oggetto di imposizione
autoritativo-coattiva” e che “il diritto di autodeterminazione del paziente non
incontra un limite nel sacrificio della vita”. Parole apparentemente di
difficile comprensione ma che, tradotte, significano che nessuno può
somministrare alcun trattamento a un malato contro la sua volontà. Sulla base di
questo si può, quindi, riconsiderare la possibilità di staccare la spina ad
Eluana Englaro, proprio per rispettare il desiderio della ragazza stessa,
espresso ai suoi cari quando era ancora in salute, di non dover subire la sorte,
per lei indegna, di una vita sospesa in eterno.
Al di là della ragionevole soddisfazione dei parenti della vittima, che
hanno accolto la sentenza della Cassazione definendo quello dei giudici “un
sussulto di umanità”, resta il problema: in Italia non esiste una legge sul
testamento biologico. E anche la volontà espressa precedentemente all'incidente
dalla giovane vittima, non può essere considerata legalmente valida ai fini
dell'interruzione della terapia. Paradossalmente, se anche Eluana Englaro avesse
lasciato un testo scritto con le sue precise volontà di non essere tenuta in
vita forzatamente in caso di coma vegetativo, l'osservanza di queste ultime da
parte dei medici curanti non li avrebbero in alcun modo salvati dalla
possibilità di essere incriminati per omicidio volontario. Neppure colposo,
addirittura volontario! Il perchè è chiaro: non esistendo una legge di
riferimento sul testamento biologico, i medici sono costretti a “salvare una
vita” comunque, anche se chiamarla vita, nel caso di Eluana Englaro, sembra
davvero una beffa.
La sentenza della Cassazione, che non colma comunque un vuoto legislativo,
ma consente almeno di rivedere la pratica attraverso un nuovo processo, ha un
valore aggiunto oltre a quello, sottolineato dal padre della vittima, di
costituire un “sussulto di umanità”. Ed è di aver messo alla sbarra le divisioni
trasversali esistenti nell'attuale composizione parlamentare che bloccano
volutamente l'iter della legge sul testamento biologico per pressioni vaticane
fin troppo note e sempre meno sopportabili. Ancora oggi, al Senato, dopo un anno
di lavoro, 49 audizioni e dieci ipotesi di disegno di legge, quella sul
testamento biologico è una normativa ancora lontanissima da un possibile
approdo. Anzi, sarebbe più giusto dire che è del tutto arenata in commissione
Sanità.
Ora, a parere del presidente della medesima commissione, il professor
Ignazio Marino, e dell'ex ministro della Salute, Umberto Veronesi, in assenza di
una normativa che stabilizzi e renda vincolanti le volontà del paziente, si
potrebbe considerare l'eventuale testamento biologico come estensione del
consenso informato alle cure che dovrebbe essere firmato da ogni persona prima
di intraprendere qualsivoglia terapia. Ma anche su questo intelligente
escamotage si è abbattuta, con tutto il suo peso, l'idea oscurantista clericale
secondo la quale sarebbe più alto “il pericolo di strumentalizzazioni sul valore
intrinseco della vita” piuttosto che la doverosa osservanza delle volontà ultime
di una persona tanto sfortunata da essere condannata a vita a una “non morte”.
Conclusione: sulla legge sul testamento biologico non se ne farà nulla.
Almeno per ora. Ma dopo la sentenza della Cassazione sul caso Englaro nulla sarà
come prima. Perchè è chiaro, fin da adesso, che il nuovo processo voluto dal
padre della vittima avrà un esito diverso dal precedente e che, quindi, tutti i
casi simili a quello della Englaro potranno essere riletti alla luce del
dispositivo, in nomine legis , della Suprema Corte. Resta l'amarezza di
dover costatare, ancora una volta, che è la supplenza dei giudici a dover tenere
alta la bandiera della laicità dello Stato e non il Parlamento che, soprattutto
in occasioni come queste, dovrebbe esserne il garante assoluto. Ai parenti delle
vittime, tuttavia, resta una consolazione non secondaria: quella di sapere che,
da oggi, sono protetti dai principi della Carta Costituzionale e da una
magistratura che dimostra di volerne difendere i principi.
Di certo non mancheranno le alzate di scudi e nuovi tentativi di cambiare
le carte in tavola da parte delle solite associazioni bigotte, come “Scienza e
Vita”, che si ergono a difensori dei valori dell'umanità dimostrando sempre di
averne poca quando c'è di mezzo la sofferenza altrui, dei vivi che restano e di
quelli che loro vorrebbero condannare ad una vita senza dignità. Ma saranno, le
loro, pallottole spuntate. E' vero che non c'è una legge sul testamento
biologico, ma oggi c'è una sentenza della Cassazione. Se fosse arrivata prima,
anche la vicenda di Piergiorgio Welby, probabilmente, sarebbe stata meno
lacerante e dolorosa. Cosa che, ovviamente, alla Chiesa non interessa. Semmai la
preoccupa.