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Referendum votare no: perchè nel referendum costituzionale votare no, quali motivi per scegliere

Il fronte del No ha lanciato l'allarme sul rischio di deriva autoritaria per l'Italia nel caso in cui il Sì risulti maggioritario dopo la consultazione referendaria del 4 dicembre prossimo




È stata definita un’accozzaglia a causa della variegata estrazione politica delle forze che sono scese in campo per dire No al progetto di riforma costituzionale licenziato dal Parlamento e oggetto dell’appuntamento referendario che ormai è alle porte. Un fronte che, seppure non omogeneo, rappresenta un blocco molto forte che potrebbe essere in grado di penetrare a fondo nella società e ottenere un consenso maggioritario. Favorito dalla politicizzazione dell’appuntamento che si è trasformato ben presto in un voto pro o contro Renzi e il suo governo. Tardive sono arrivate, a questo proposito, anche le precisazioni del premier.

Le ragioni di quelli che sostengono il No si incanalano su alcune direttrici molto chiare. Che partono dalla considerazione che una riforma che prevede la modifica di ben 47 articoli sui 139 complessivi della costituzione italiana, non può essere considerata una semplice ‘revisione’, ma la riscrittura di un nuovo testo. Critiche che vengono avanzate anche per le modalità con le quali la riforma ha visto la luce. Una costituzione dovrebbe essere la legge fondamentale di una nazione. Che unisce piuttosto che dividere. Il progetto messo in campo da Renzi, mira invece a dividere perché prima di tutto è stato partorito da una minoranza. Quella uscita dalle elezioni politiche del 2013 indette con una legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, dichiarato in seguito incostituzionale. Le modalità con le quali Renzi ha forzato il percorso in Parlamento fanno ritenere agli oppositori di questa riforma, che vada respinta in blocco al di là dei contenuti espressi all’interno del testo. Che comunque rappresentano un modello futuro di assetto istituzionale non recepibile.

A partire anche dal quesito referendario costruito apposta per trarre in inganno il cittadino elettore. Inoltre viene stigmatizzato un altro dei cavalli di battaglia dei sostenitori del Sì: quello della semplificazione dell’iter legislativo che farebbe seguito all’abolizione del Senato. Il bicameralismo perfetto non verrebbe per nulla abolito, ma si trasformerebbe in una serie di rivoli direttamente proporzionali ai diversi procedimenti legislativi introdotti dal nuovo articolo 70. Un procedimento farraginoso che potrebbe dare luogo a ulteriore confusione in materia di contenziosi.

La nuova configurazione del Senato, non più elettivo ma formato da consiglieri regionali e sindaci, costringerà i nuovi senatori a veri e propri tour de force nella Capitale con l’effetto di non poter più svolgere al meglio la funzione per la quale sono stati eletti. L’accentramento statale poi confligge in maniera abbastanza chiara con il concetto di rispetto per le autonomie locali che è insito nella costruzione del nuovo senato.

Ma l’aspetto più pericoloso, che metterebbe a rischio addirittura il funzionamento democratico del Paese, è il ruolo assolutamente predominante che assumerebbe il Governo e il Primo Ministro che potrebbe contare su una maggioranza assoluta in Parlamento e su un potere incontrollato ed illimitato. Una maggioranza assoluta che avrebbe la facoltà di scegliere anche il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità “indipendenti” facendo saltare così il delicato sistema di pesi e contrappesi che garantisce la normale dialettica politica tutelando il diritto delle minoranze che, in mancanza di queste misure, non potrebbero incidere in nessun modo.

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Autore: Luigi Mannini
pubblicato il