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Banche fallimento a rischi Bail In conti correnti MPS e Carige, CariFerrara, Banca Marche,Vicenza,Caricheti Novembre-Dicembre 2016

Le banche a rischio fallimento e quelle più sicure in Italia: influenze e ripercussioni dell’esito del referendum di domenica prossima 4 dicembre




Sarebbero ben otto le banche a rischio fallimento in Italia, da Monte dei Paschi di Siena, alla Banca Popolare di Vicenza,  Banca Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara, se al referendum costituzionale di domenica prossima 4 dicembre dovesse vincere il no. Secondo il Financial Times, in particolare, un eventuale vittoria del no al voto di domenica potrebbe portare al fallimento della ricapitalizzazione di Monte dei Paschi di Sienza da 5 miliardi che, a sua volta, porterebbe al crollo della fiducia nell’Italia che metterebbe a rischio anche altre banche sofferenti, rischiando di farle precipitare con in una sorta di un effetto domino. E il timore è che il contagio dei problemi delle banche più piccole possa minacciare l’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit, fissato per l’inizio del 2017. Per la Bce. Le migliori banche italiane, più sicure, sono, al momento, Mediolanum, seguita da Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi Banca, Banco Popolare, Credem, Mediobanca, Bnl, Credito Valtellinese.

La valutazione della banche, più o meno sicure, dipende dalla valutazione di diversi parametri per la valutazione del patrimonio netto degli istituti e la loro affidabilità, e che sono il Core Equity Tier 1 ratio (Cet1), che mette in rapporto le attività della banca ponderate per il rischio con il capitale proprio di pronto utilizzo; il Tier 1, che comprende altri tipi di asset della banca come le azioni di risparmio; e il Total capital ratio (Tcr), che rappresenta tutto il patrimonio della banca. Il Cet1, in particolare, è l’indicatore più popolare e il minimo stabilito dalla Bce è l’8%, soglia da cui si sono allontanati istituti come la  Popolare di Vicenza (6,65%), che si sono orientati su piani di aumenti di capitale. La questione che, chiaramente, è più nel mirino di ogni attenzione è quella relativa al piano di salvataggio di Mps.

Secondo gli analisti della JP Morgan, o al referendum di domenica prossima vince il sì ed Mps può tornare a crescere grazie al nuovo piano di capitalizzazione da 5 miliardi, o questa stessa operazione potrebbe saltare  ei potrebbe approdare al temutissimo bail in, che prevede la possibilità di ‘recuperare’ i soldi necessari per il salvataggio della Banca stessa da azionisti e obbligazionisti della banca fino a un massimo di 13 miliardi di euro. E’ stato il premier Renzi a non volere un immediato ricorso al piano di bail in per salvare Mps, preferendo affidarsi a Jp Morgan e Mediobanca, senza, dunque, coinvolgere lo Stato nel capitale della banca. La strada di una soluzione ‘privata’ piuttosto che pubblica potrebbe, però, rivelarsi fallimentare se al referendum di domenica dovesse vincere il no.

L'eventuale sconfitta del premier alla consultazione popolare del 4 dicembre significherebbe un blocco delle riforme, una caduta dell'attuale stabilità politica, seppur precaria, una inevitabile caduta dei valori di Borsa e un ulteriore aumento dello spread, rendendo, di conseguenza, impossibile attuare l'operazione da 5 miliardi di euro messa a punto. In caso di vittoria del no al referendum di domenica, dunque, se la vittoria fosse leggera e il premier avesse il tempo di comunicare al presidente della Repubblica la costituzione di un nuovo governo con il compito di portare avanti le riforme attualmente in ballo e di traghettare l’Italia alle prossime elezioni del 2018 senza anticiparle, allora il piano di salvataggio da 5 miliardi potrebbe essere attuato anche i tempi, con grandissima probabilità, si dilateranno.


Ma se la vittoria del no fosse decisamente schiacciante, molto più probabilmente il piano di salvataggio per Mps da 5 miliardi di euro sarebbe sostituito dal bail in, con grandi timori e paure dei clienti della stessa banca che rischiano di veder svanire tutti i loro investimenti, e sarebbe a rischio anche l’aumento di capitale da oltre 10 miliardi di Unicredit, eventi che, come facilmente immaginabile, avrebbero conseguenze su tutto il sistema bancario europeo. Occhi puntati, dunque, sull’esito della votazione di domenica.  

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il