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Referendum costituzionale: i pro e contro del perché votare Sì e perché votare No

La polarizzazione degli schieramenti a sostegno o meno della riforma costituzionale, ha fatto saltare i classici schemi della politica italiana. Le ragioni del Si e quelle del No spiegate in sintesi




L’Italia è a un bivio. Uno dei più importanti della sua storia recente. Quello fissato dalla scadenza referendaria del prossimo 4 dicembre, giorno in cui gli italiani avranno la possibilità di esprimere il proprio giudizio sul progetto di riforma costituzionale licenziato dal Parlamento nell’aprile scorso dopo due anni di lavoro. Il referendum che ha come oggetto riforma costituzionale attesa da almeno un ventennio, ha generato, tra gli altri, anche un effetto polarizzatore dell’elettorato con la composizione di due schieramenti poco omogenei. Un dato scontato visto che la scelta, questa volta, sarà ristretta semplicemente a un Sì o a un No.

Un referendum confermativo che, è bene ricordarlo, non necessita del raggiungimento di alcun quorum. Anche un voto in più, quindi, potrebbe essere decisivo ai fini dell’affermazione dell’uno e dell’altro schieramento. E se il fronte del No è stato definito un’accozzaglia vista la coabitazione tra forze politiche le più distanti possibili, dalla Lega di Salvini e Casa Pound alla sinistra radicale, quello del Sì non può giudicarsi esente da mescolanze spurie, visto che tra i maggiori sostenitori c’è un certo Denis Verdini.

Ovvie conseguenze di una scelta che dovrebbe non tenere conto degli aspetti puramente politici. Il condizionale, in questi casi, però è d’obbligo. La decisione di Renzi di personalizzare l’esito referendario promettendo di lasciare addirittura la politica nel caso in cui la riforma fosse stata bocciata dal responso delle urne, non è stata certo di grande aiuto al Premier. Che infatti ha provato a rettificare il tiro, senza troppo successo. Troppo ghiotta l’occasione perché i suoi avversari che si battono per ottenere il suo scalpo, non provassero ad approfittarne. E così la Costituzione e le profonde modifiche contenute nella riforma passano in secondo piano rispetto alla sorte del governo.

Tra le motivazioni più rilevanti che animano le ragioni del Sì c’è senza dubbio il superamento del bicameralismo paritario utile a garantire un più efficace funzionamento delle istituzioni italiane e necessario per sostenere la sfida della globalizzazione che impone scelte rapide da parte dei diversi parlamenti nazionali. Inoltre sarà possibile correggere l’eccessivo regionalismo, figlio della riforma del titolo V voluta dal traballante governo Amato nel 2001 più per arginare la spinta della Lega che per esigenze riformiste, Più poteri allo Stato e risoluzione dei conflitti di attribuzione sulle competenze che hanno ingolfato il lavoro della Consulta negli ultimi anni. L’abbattimento del numero dei parlamentari, il risparmio in termini economici ottenuto anche con la soppressione di enti non più al passo con i tempi come il Cnel la cui attività legislativa è stata scarsa fino ad oggi, sono gli altri punti principali di chi questa riforma la sostiene.

Ragioni di metodo e di contenuto che spingono gli oppositori della riforma a temere una deriva autoritaria dal nuovo assetto istituzionale che garantisce un potere troppo sbilanciato all’esecutivo nei confronti di un Parlamento che in sostanza verrebbe svuotato da ogni prerogativa. Una riforma che va respinta anche perché è stata partorita non da una volontà del Parlamento, ma del governo che non ha ricercato la massima condivisione con le altre forze politiche come invece bisognerebbe fare. L’esempio più fulgido è proprio la costituzione che si vorrebbe modificare nata dal compromesso tra le forze politiche, anche di quelle più distanti per cultura e valori, dopo il disastro della dittatura fascista e della guerra. Anche per quel che riguarda i rapporti tra potere centrale ed autonomie locali la riforma lascia temere che vi sia lo stesso tasso di conflittualità sperimentato nei nove anni passati.

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Autore: Luigi Mannini
pubblicato il