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Referendum sì o no 4 Dicembre: i pro e contro, cosa votare tra no e sì

Il 5 dicembre l'Italia si risveglierà e nulla sarà più come prima. Sia in caso di vittoria del Sì che del No, le ripercussioni sul futuro del Paese saranno profonde. Renzi si gioca il tutto per tutto




Il 5 dicembre l’Italia si sveglierà facendo i conti con la più grande riforma della propria architettura istituzionale dal dopoguerra oppure sarà il giorno del Giudizio per Matteo Renzi e il suo Governo? L’eventuale bocciatura della proposta di riforma che porta il nome del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, infatti, sarebbe infatti interpretata come una bocciatura per l’esecutivo e per il Presidente del Consiglio, non solo per la personalizzazione impressa dallo stesso Premier quando aveva il vento in poppa per i sondaggi, ma anche perché di sicuro il ddl Boschi è il provvedimento sul quale il Governo ha giocato il tutto per tutto. Una sorta di all-in che, e i giocatori di poker ben conoscono questa espressione, consente di prendere tutto o perderlo. Un rischio non calcolabile che l’ex sindaco di Firenze ha dovuto assumersi anche per legittimare la propria leadership.

La polarizzazione, inevitabile quando la scelta si restringe tra un secco Sì o un No, è stata senza dubbio incoraggiata anche da questi aspetti politici che, forse, in un altro paese, ma non in Italia, non avrebbero per nulla inquinato un dibattito che sarebbe dovuto rimanere sui binari della costituzione e della sua profonda revisione che è l’oggetto del referendum di domenica 4 dicembre.

Fronti contrapposti che non si sono risparmiati colpi bassi e polemiche velenose che hanno offuscato le ragioni che, da una parte e dall’altra hanno spingeranno milioni di cittadini elettori a votare a favore o contro questo provvedimento.

Semplificazione del quadro istituzionale, risparmio in termini di costi per il funzionamento della macchina politico-amministrativa, abolizione di enti inutili e costosi come il Cnel o le Province che verrebbero definitivamente cancellate dopo il provvedimento che ne ha modificato significativamente le competenze, sono alcuni degli argomenti principali alla base delle motivazioni che hanno spinto l’azione dei comitati sorti a favore della riforma costituzionale durante questa campagna elettorale. Una riforma che dovrebbe garantire anche una maggiore partecipazione popolare alla vita pubblica grazie al provvedimento che obbliga il Parlamento non solo a prendere in considerazione le leggi di iniziativa popolare, per presentare le quali sarà necessario raccogliere 150mila firme rispetto alle attuali 50mila, ma dovrà anche votarle in aula. Inoltre, il chiarimento delle competenze che spettano allo Stato centrale e quelle che invece sono appannaggio degli enti locali, produrrà un effetto benefico sulla risoluzione delle migliaia di contenziosi aperti che hanno ingolfato e non poco la giustizia amministrativa. Una pesante eredità lasciata dalla precedente riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal Governo Amato nel 2001 che venne approvata in fretta e furia prima delle elezioni politiche di allora che videro trionfare Silvio Berlusconi.

Temi che vengono respinti al mittente senza appello dagli oppositori che ritengono pericolosa questa riforma, capace, una volta entrata in vigore, di mettere a rischio la vita democratica del Paese. Questo perché lo svilimento del ruolo del Senato, la maggioranza bulgara che una legge elettorale come l’Italicum garantirebbe alla Camera alla forza politica che uscirà vincitrice dalle urne. Dal fronte del No arrivano anche smentite sulla semplificazione istituzionale e sulla velocizzazione dell’iter legislativo che è già realtà grazie alle continue fiducie che il governo mette sui propri provvedimenti. Il risparmio dei costi poi, non sarebbe quello previsto dal Governo stimato attorno ai 500 milioni di euro all’anno, bensì di soli 50 milioni stando ai calcoli fatti dalla Ragioneria dello Stato.

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Autore: Luigi Mannini
pubblicato il