Sblocco, aumento contratti stipendio pubblico con licenziamenti e aumento per pochi statali, polizia, forze ordine, docenti,vigili

Tra le questioni aperte l'aumento degli stipendi di 85 euro che la maggioranza intende medi e non minimi e il rapporto con il bonus di 80 euro.

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AGGIORNAMENTO:  Ed è di poco fa la dichiarazione di alcuni forze sociali delle forze dell'ordine e in modo particolare della polizia di votare no al referendum, in modo chiaro e netto visto i licenziamenti che si avranno e la presa in giro secondo loro dell'aumento. E anche per gli statali non tutte le forze sociali sono d'accordo sulla positivià di questi aumenti e rinnovo contrattuali man mano che passano le ore

AGGIORNAMENTO:  Uno dei problemi di cui nessuno o pochi parlano sono i prossimi licenziamenti che dovrebbero riguardare le forze dell'ordine, in particolare la polizia con la chiusura di più di 250 sedi già decisa, ma che si cerca di mediare con una riunione settimana prossima da parte delle forze sociali di settore. Non solo. L'aumento dopo i 7 anni di blocco, essendo di 85 euro solo per pochi, secondo le ultime analisi, sta ricevendo parecchie critiche dopo un generale entusiamo. 

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AGGIORNAMENTO: Deciso finalmente il rinnovo dei contratti per tutti i dipendenti pubblici, polizia e insegnati, docenti compresi. Cosa cambia oltre l'aumento dello stipendio? Quali regole, premi e incentivi nuovi? Come si gestiranno gli 80 euro di bonus? Tutto spiegato in questo articolo al seguente link

Non solo rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici prevedendo un aumento medio di 85 euro. Nel faccia a faccia tra Ministero per la Funzione Pubblica e forze sociali sono finiti anche i temi più caldi del comparto. L'idea è infatti di un accordo complessivo che includa anche il personale della scuola, le assunzioni nelle forze dell'ordine come da manovra, i premi di produttività nella scia di quanto avviene nel comparto privato, l'attenzione per quelle fasce di retribuzione che hanno sofferto più di altre la crisi economica e il blocco della contrattazione, malattie, congedi e permessi. A breve è atteso il verbale dell'incontro.

Eppure viene continuamente agitato lo spettro della sentenza dell'Alta Corte che ha bocciato la riforma della pubblica amministrazione nella parte in cui non prevede l'intesa delle Regioni nell'approvazione dei decreti attuativi. A rischio ci sarebbe anche il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Il timore è dello stesso ministro per la Funzione Pubblica, secondo cui sull'aumento degli stipendi la situazione è complicata in quanto la sentenza è arrivata nel mezzo di una trattativa con le forze sociali dove è prevista una parte economica, gli aumenti medi di circa 85 euro, e un aparte normativa per modificare alcuni istituti, come la valutazione o il salario accessorio.

In ogni caso, dopo la sentenza - fa notare - occorre comprendere cosa fare sulla parte normativa, se prima non si raggiunge l'intesa con tutte le Regioni. Sta diventando un tutti contro tutti alla luce delle accuse che lo stesso ministro e il premier accusano il governatore del Veneto, che ha proposto il ricorso, di difendere i fannulloni. A suo dire si tratta solo di difendere l'autonomia della Regione. E poi si domanda: vuole licenziare statali, dipendenti di Comuni, Province, Città metropolitane? Lo può fare liberamente, argomenta, e non rispondere al vero che se un dipendente non timbra un cartellino per licenziarlo sia necessaria l'intesa con le Regioni.

A essere più preoccupati sono le forze sociali, secondo cui la sentenza dell'Alta Corte non coinvolge la parte contrattuale. Il riferimento va insomma ai decreti legislativi che disciplinano i rapporti di lavoro, il reclutamento del personale e i concorsi pubblici, ma non gli aspetti legati a contratti di lavoro, retribuzioni e relazioni sindacali. Il ragionamento è semplice: i contratti di lavoro si fanno su specifici atti di indirizzo. La situazione resta comunque il clima della battaglia referendaria non aiuta. Per questo alle forze sociali non sarebbe dispiaciuto rinviare ogni discussione a dopo il 4 dicembre. A quel punto si potrebbe ritrovare la serenità per affrontare i nodi veri della trattativa: l'estensione dell'intesa alla scuola, e l'aumento di 85 euro che il governo vorrebbe come aumento medio.

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di Chiara Compagnucci pubblicato il