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Referendum sì e no, cosa votare e perchè, i pro e contro. Sondaggi aggiornati vietati clandestini, orario domani voto e risultati

Il 4 dicembre si vota per il referendum sulla riforma costituzionale. A poche ore dall'apertura dei seggi c'è chi ha bisogno di informazioni per maturare la propria consapevolezza sulla scelta da fare




Le ultime ore che separano da un grande appuntamento sono sempre quelle più concitate. Così, a poche ore dallo scoccare delle sette del mattino di domenica quattro dicembre, orario dell’apertura dei seggi in tutta Italia, una buona fetta dell’elettorato deve ancora sciogliere le riserve e decidere quale posizione assumere sulla riforma costituzionale. Sono i cosiddetti indecisi e, paradossalmente hanno il potere di decidere ogni appuntamento elettorale.

Così si scopre che sarà proprio questo grande contenitore, dato al 25 per cento secondo le ultime rilevazioni ufficiali effettuate prima dell’entrata in vigore del divieto previsto dalla legge, a far pendere la bilancia verso le ragioni del Sì o quelle del No.

I due schieramenti, talmente non omogenei da avere sovvertito ogni logica di appartenenza e, probabilmente, contribuito alla confusione in parte dell’elettorato, hanno avuto modo, attraverso migliaia di dibattiti, manifestazioni e incontri pubblici, di spiegare le motivazioni che giustificano le rispettive scelte.  

Improntate da un lato, quello del Sì, a concetti quali la semplificazione e la modernizzazione del quadro istituzionale del Paese, attraverso il superamento del bicameralismo paritario e la velocizzazione del processo legislativo, in conseguenza al nuovo ruolo assegnato al Senato. Che non potrà concedere più la fiducia al Governo, mentre avrà potere di legiferare solo in una percentuale bassissima di occasioni, intorno al 3 per cento. E sarà composto da consiglieri regionali e, in parte minore, da sindaci.

Da non sottovalutare, inoltre, gli aspetti del risparmio in termini economici. Il nuovo Senato sarà composto da 100 membri, a fronte degli attuali 315, che percepiranno un solo stipendio per ricoprire i due incarichi.

Verranno aboliti enti inutili e dispendiosi come il Cnel e le Province. Sarà poi finalmente fatta chiarezza sulla legislazione concorrente che ha provocato una serie enorme di conflitti di attribuzione di competenze che, in quindici anni, ha ingolfato l’attività della Corte Costituzionale, costretta ad emettere centinaia di sentenze di annullamento.

Lo Stato si riapproprierà di materie di rilevante interesse nazionale, come le infrastrutture strategiche, l’energia e la sanità. È evidente che il riparto di competenze è molto rigoroso così come descritto dall’articolo 70 proprio per evitare possibili equivoci interpretativi.

Risparmi che non vengono per nulla riscontrati da coloro che, al contrario, si riconoscono nelle ragioni proprie del fronte del No. Il risparmio, infatti, non sarebbe quello di cinquecento milioni di euro previsto dal Governo. Bensì di appena cinquanta milioni, come più realisticamente, almeno secondo chi ha deciso di rigettare la riforma, risulta dai calcoli fatti dalla Ragioneria dello Stato.

Un risultato talmente mediocre, da non giustificare lo stravolgimento dell’architettura istituzionale con la concessione di un potere enorme al Premier e alla sua maggioranza. Mortificando il ruolo del Parlamento che sarebbe esautorato da ogni protagonismo legislativo e rischiando di precipitare il Paese verso una pericolosa deriva autoritaria.

Un altro tasto su cui sono soliti battere i sostenitori del No è quello della falsa semplificazione del processo legislativo. La scarsa chiarezza sulle prerogative del nuovo Senato, infatti aprirebbe la strada a nuovi conflitti di competenza tra le due Camere. Infine lo stesso percorso di costruzione delle leggi risulterebbe complicato rispetto a quanto accade oggi.

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Autore: Luigi Mannini
pubblicato il