Referendum risultati Genova, Napoli, Torino, Milano, Firenze, Bologna, Roma. Si o No vincitore?

Mancano poche ore al referendum costituzionale grazie al quale gli italiani potranno scegliere se accogliere o rigettare la proposta contenuta nel ddl Boschi. Seggi aperti dalle 7 alle 23 di domenica

Referendum risultati Genova, Napoli, Tor


AGGIORNAMENTO ORE 23:59 Ecco i primi dati reali delle principali città italiane: Roma il No vince al 59,6%, a Genova il No al 59,1%, da Milano non è pervenuta ancora nessuna sezione, a Torino il No è in vantaggio del 54,2%, mentre a Firenze è il Sì in vantaggio del 56,5% e anche Bologna il Sì è in vantaggio con il 52% delle preferenze. Ricordiamo che i dati sono ancora parziali.

AGGIORNAMENTO ore 14:28: Si è chiusa la prima affluenza, il dato della prima affluenza alle ore 12-12,30 con il 20%. Si potrebbe arrivare dicono gli analisti tra un 50% e 60%, comunque un affluenza molto alta per quetso referendum sì e no sulla Costitituzione. Noi seguiremo tutti gli aggiornamenti in tempo reale

AGGIORNAMENTO ore 12:16 Stanno arrivando i primi dati sull'affluenza alle urne per il referendum di oggi. Circa il 19% degli italiani aventi diritto al voto si è già recato al seggio. Il dato è ancora parziale perchè basato su quanto è stato comunicato da circa 2500 seggi su quasi 8.000 presenti. Ricordiamo anche che le prime stime riportano un'elevata affluenza anche per i voti dall'estero.
Le regioni del nord sono quelle con la più alta affluenza registrata, al momento intorno al 21/22% (24% in Lombardia) mentre a partire dalla Toscana a scende l'affluenza cala man mano che ci si sposta verso il sud. Se secondo Renzi un'alta affluenza significa migliori possibilità per il Sì, dall'altra parte il fatto che al Nord l'affluenza sia alta non dà grandi speranze per chi vuol approvare il quesito referendario.

Al referendum sulla riforma costituzionale previsto per domenica 4 dicembre può essere assegnato, senza dubbio, un grande merito. Aver acceso, cioè, un faro di approfondimento su un testo che ogni buon cittadino dovrebbe conoscere a menadito: quello della Costituzione italiana. Per molti, una sconosciuta. Si tratta dell’insieme di leggi alla base della convivenza civile di una nazione. Un corpus che contiene le regole del gioco necessarie a fissare gli aspetti della vita politico-amministrativa e i valori comuni fondamentali per la coesione nazionale.

Domenica quattro dicembre gli italiani saranno chiamati quindi ad esprimersi sulla bontà o meno del ddl che prende il nome del ministro delle riforme Maria Elena Boschi. Nel caso in cui a prevalere sarà il Sì la legge entrerebbe in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Alcuni provvedimenti, come l’abolizione del Cnel e quella delle province, sarebbero immediatamente validi.

Per altri bisognerà aspettare la prossima legislatura. Quello che è certo è che le modifiche al Titolo V non saranno applicate alle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e Bolzano fino a quando non ci saranno ulteriori decisioni. In caso di vittoria del No, resterà in vigore la Costituzione che conosciamo oggi.

Sommario di approfondimento:

Perché riformare la Costituzione?

Quella che si presenta come la più incisiva riforma della carta costituzionale da settant’anni a questa parte, rappresenta solo l’ultimo tentativo, in ordine cronologico, di adeguare la carta costituzionale repubblicana, nata quando l’Italia doveva rialzarsi dalle ceneri della seconda guerra mondiale e dal Ventennio, alle esigenze di uno stato moderno.

Velocità decisionale e semplificazione del quadro istituzionale in primis. La Costituzione che oggi regola il funzionamento dello Stato italiano è quella promulgata il primo gennaio del 1948, frutto del compromesso tra le due forze politiche egemoni di allora, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista che non tennero fuori dal dibattito le altre forze politiche.

Una decisione che ha avuto ripercussioni positive sulla versione finale della carta che da più parti è stata spesso definita la Costituzione più bella del mondo. Proprio perché rappresenta un capolavoro di mediazione e di ottimismo. Lo stesso che spingeva i politici italiani dell’epoca a guardare al futuro con entusiasmo e vogliosi di lasciarsi alle spalle stenti e sofferenze di venti anni di dittatura e cinque di guerra tremendamente cruenta.

Il tentativo di Berlusconi

Forse non tutti lo ricordano, ma nel 2005 un tentativo analogo è stato messo in campo da Silvio Berlusconi che, all’epoca del suo secondo Governo, un anno prima delle elezioni politiche previste nella primavera del 2006, fece approvare una riforma che prevedeva un Senato elettivo ma non dotato della prerogativa di votare la fiducia al governo, un rafforzamento dei poteri delle regioni e degli enti locali e del potere del Primo Ministro. Riforma che venne sottoposta al giudizio degli elettori che la bocciarono, senza troppe esitazioni, con un secco 62% di voti contrari.

Come funziona il voto del 4 dicembre?

Questa volta, rispetto al recente esempio della consultazione sulle trivelle, non sarà necessario raggiungere il quorum. Ai due schieramenti che si sono battuti in una campagna elettorale lunga e sfiancante, condotta senza esclusioni di colpi, basterà prendere un solo voto in più per vedere affermate le proprie ragioni.

Per questo motivo le forze politiche non hanno tergiversato organizzando centinaia se non migliaia di manifestazioni pubbliche per spiegare le proprie ragioni. I leader, con Renzi in testa, non hanno lesinato in apparizioni sui media locali e nazionali, nella pubblicazione di opuscoli e materiale informativo. Un bombardamento continuo e martellante. Tutta un’altra musica rispetto al clima dimesso che aveva contraddistinto il referendum sulle trivelle. Ma è normale visto che in palio, questa volta, c’è una posta molto più alta. Almeno per i futuri equilibri politici.

Come si vota? Quando?

Si voterà domenica 4 dicembre 2016. I seggi resteranno aperti dalle sette del mattino fino alle ventitrè. Per votare sarà necessario, come sempre, presentare un documento di identità valido e la tessera elettorale, che può essere sostituita, senza alcun costo aggiuntivo, in caso di smarrimento o di esaurimento degli appositi spazi. Basterà recarsi presso l’ufficio elettorale del proprio comune di residenza che resterà aperto anche di domenica per l’occasione.

Nella giornata elettorale verranno effettuate alcune rilevazioni, tre per l’esattezza, una a mezzogiorno, una alle diciannove e l’ultima proprio alle ventitrè, per conoscere i dati dell’affluenza alle urne. Un aspetto significativo visto che la partita, come sempre in bilico, verrà probabilmente decisa proprio da coloro che ancora non si sono fatti un’idea chiara e che scioglieranno questa riserva solo a ridosso di domenica. Lo spoglio inizierà subito dopo la fine delle operazioni di voto.

Il risultato ufficiale dovrebbe essere reso noto già nella notte. Prima ovviamente si scatenerà la ressa delle previsioni dell’esito finale che inizieranno a riempire le cronache delle trasmissioni televisive interamente dedicate all’evento e le pagine dei siti web che seguiranno quasi in diretta le operazioni di voto.

Motivi per votare Sì

La revisione profonda della costituzione riguarderà, in soldoni, l’architrave istituzionale e parlamentare dell’Italia, il processo amministrativo e legislativo e il nuovo rapporto tra Stato centrale ed istituzioni locali. Su questi temi si è accesa la battaglia, che ha tenuto bloccato per mesi il Paese, tra il fronte del Sì e quello del No.

Due schieramenti talmente trasversali che hanno fatto saltare gli schemi destra-sinistra, già fortemente in crisi a dir la verità, ai quali i cittadini elettori sono abituati in genere. I sostenitori della riforma, con Matteo Renzi in testa ovviamente, sono sicuri che il ddl Boschi riuscirà ad imprimere una svolta epocale al Paese.

Il superamento del bicameralismo paritario permetterà di colmare un gap divenuto ormai insopportabile con le altre democrazie occidentali. Maggiore velocità di decisione è quello che chiedono i mercati e gli investitori stranieri spaventati, secondo il parere dei membri di questo schieramento, dalla palude della burocrazia nella quale affonderebbero anche le migliori intenzioni.

La semplificazione del quadro istituzionale va a braccetto con un risparmio in termini di costi della politica ottenuto seguendo due strade parallele.

La prima con la ridefinizione del ruolo del Senato che sarà composto da consiglieri regionali e sindaci, oltre a qualche senatore nominato dal governo tra coloro che hanno dato lustro al Paese (che potranno rimanere in carica per sette anni), mentre gli ex Presidenti della Repubblica resteranno senatori a vita. Senatori che da 315 scenderebbero a 100, e percepirebbero solo il loro stipendio da amministratore rinunciando a qualsiasi altro emolumento. Potranno invece contare sull’immunità parlamentare.

La seconda con l’abolizione degli Enti ritenuti inutili. Due su tutti: il famigerato Cnel e le Province oggetto già di una profonda rivisitazione attraverso il provvedimento Delrio. L’introduzione del referendum confermativo, la risoluzione dei conflitti di competenze tra Stato e Regioni, nati dopo la riforma del titolo V voluta nel 2001 dal Governo Amato, e la promessa di una maggiore governabilità del paese con governi dotati di maggioranze solide in grado di garantire la naturale scadenza delle legislature sono gli altri temi forti di questo schieramento.

Motivi per votare No

Motivazioni ovviamente ribaltate da chi invece si è battuto per l’affermazione della bocciatura di queste riforme. I comitati del No non hanno potuto contare su nessun leader carismatico, ma si sono avvalsi dei pareri di costituzionalisti e di esponenti dei vari partiti all’opposizione del Governo.

I rappresentanti di questo fronte hanno sottolineato come questa riforma rappresenti un rischio per la tenuta democratica del Paese, aprendo la strada a una sorta di autoritarismo che non lascia presagire nulla di buono.

Un provvedimento da bocciare senza riserve anche perché licenziato da un Parlamento non legittimato perché eletto con una legge, il famoso Porcellum con il quale però sono stati eletti anche i parlamenti del 2006 e del 2008, che la Consulta ha giudicato incostituzionale.

Il superamento del bicameralismo perfetto poi sarebbe solo una chimera se si considerano i conflitti di competenza che verrebbero a sussistere tra lo Stato centrale, gli enti locali e il nuovo ruolo del Senato. Provvedimenti confusi che non faranno altro che complicare ancora di più il quadro rispetto ad oggi.

Anche la semplificazione del processo legislativo sarebbe smentita dai sette procedimenti diversi previsti dalla nuova regolamentazione del Senato.

Critiche piovono anche sull’abbattimento dei costi della politica, stimato intorno ai 500 milioni di euro all’anno dal governo. Per i sostenitori del No, che fanno riferimento ai calcoli resi pubblici dalla Ragioneria dello Stato, questo risparmio si tradurrebbe in un ben più misero totale di 50 milioni circa.

Particolare rilievo viene dato all’aumento del numero di firme necessarie per presentare un disegno di legge di ispirazione popolare il cui tetto è stato fissato a 150mila rispetto alle 50mila necessarie oggi. Un aspetto che viene letto in chiave anti democratica.

Concetto rafforzato dal combinato disposto con la nuova legge elettorale, l’Italicum che concentrerebbe tutto il potere nelle mani di una sola persona. Legge elettorale che comunque Renzi ha promesso di modificare dopo l’esito referendario. Chissà se il proposito varrà anche in caso di sconfitta.

Cosa succede se vince il Sì? Gli scenari

Nelle ultime settimane nell’agone politico italiano si sono fatte sentire anche voci provenienti da oltre confine. Chiaro l’endorsement a favore del Sì dell’autorevole Financial Times che ha tracciato un quadro a tinte fosche nel caso in cui a vincere fosse il No. Parere riequilibrato dall’Economist, non nuovo ad intrusioni nella vita politica italiana, per il quale la riforma Renzi-Boschi, sarebbe troppo pasticciata e per questo va respinta al mittente senza alcun tentennamento.

In realtà nell’uno e nell’altro caso non dovrebbe succedere nulla di escatologico. L’unico a rischiare qualcosa è proprio Matteo Renzi. Sia per le dichiarazioni rilasciate quando i sondaggi soffiavano a suo favore, anche se poi sono state parzialmente ritrattate, e sia perché quella sul referendum è stata la battaglia sulla quale l’ex sindaco di Firenze si è giocato il tutto per tutto.

Cosa succede se vince il No?

In caso di sconfitta Renzi, probabilmente, rassegnerebbe le dimissioni. Già sarebbe pronto un governo tecnico presieduto dall’attuale ministro dell’economia Piercarlo Padoan che dovrebbe traghettare l’Italia verso nuove elezioni, forse addirittura attendendo la scadenza naturale della primavera 2018.

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di Luigi Mannini pubblicato il