"Shock Economy: l'ascesa del Capitalismo dei Disastri" il nuovo libro dell'autrice di No logo

E' il 'capitalismo dei disastri', che Naomi Klein analizza in maniera lucida e approfondita nel suo ultimo lavoro, gettando una nuova luce su numerosi eventi che hanno segnato la storia degli ultimi cinquant'anni.



Che cosa hanno in comune l'11 settembre, l'Iraq dopo l'invasione americana, lo Sri Lanka post-tsunami, New Orleans dopo l'uragano Katrina e le dottrine ultra-liberiste della Scuola di Chicago?

Lo spiega Naomi Klein - l'autrice di No Logo, la "Bibbia di un movimento", come l'ha definita il New York Times - nel suo ultimo libro "Shock Economy: l'ascesa del Capitalismo dei Disastri", edito da Rizzoli (624 pagg, € 20.50) e presentato mercoledì a Roma. Ma cominciamo dall'inizio.

Negli anni ‘50 un gruppo di neurologi finanziati dai servizi segreti statunitensi inizio a condurre un gran numero di esperimenti utilizzando le ultime tecniche in fatto di "terapia elettroconvulsivante", comunemente nota come elettroshock.

Ma gli psichiatri della Cia non ambivano a curare l'epilessia. Il loro scopo era diverso e ben più ambizioso: capire se era possibile riuscire a riprogrammare completamente una persona, cancellando prima la sua personalità tramite l'induzione di scariche elettriche, quindi riscrivendola da zero, a proprio piacimento.

Sperimentazioni folli, degne del Grande Fratello di George Orwell, che, a distanza di anni, sono state però recuperate e adattate alla dottrina economica da un fanatico del libero mercato come Milton Friedman e dai suoi discepoli, i famigerati "Chicago Boys", che per tutti gli anni '80 e '90 hanno avuto il controllo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

Perché privatizzazione, liberalizzazione, deregolamentazione sfrenata del sistema economico di un paese - questo il credo della scuola di Chicago - possono essere ottenuti proprio a partire da uno shock: guerre, colpi di Stato, torture e dittature militari, ma anche eventi naturali come terremoti o tsunami, sono non solo catastrofi per l'umanità, ma anche strumenti più che validi - delle "buone possibilità" le chiamano, con un cinismo che mette i brividi - per ridisegnare l'economia in senso neoliberista, per "riprogrammarla" a proprio piacimento.

"Solo uno shock può trasformare il politicamente impossibile in politicamente inevitabile", amava dire lo stesso Friedman: un insegnamento che i suoi seguaci hanno saputo mettere in pratica con sconcertante abilità.

Così, il trauma dell'attacco al World Trade Center newyorchese ha permesso a Bush di appaltare ad aziende private la sicurezza interna e le guerre all'estero; il cataclisma che ha colpito il sudest asiatico sul finire del 2004 ha permesso di allontanare - ufficialmente "per ragioni di sicurezza" - centinaia di migliaia di pescatori, liberando le spiagge per nuovi villaggi turistici.

E che dire dell'uragano Katrina del 2005? "Dio ha fatto per noi ciò che noi non sapevamo come fare. Ha smantellato il sistema delle case popolari a New Orleans", sintetizzava all'epoca un senatore repubblicano. Mentre "l'Iraq è stato meglio del previsto", scriveva un analista della Halliburton nell'ottobre 2006. Agghiacciante.

E' il "capitalismo dei disastri", che Naomi Klein analizza in maniera lucida e approfondita nel suo ultimo lavoro, gettando una nuova luce su numerosi eventi che hanno segnato la storia degli ultimi cinquant'anni.

"È possibile allora che la filosofia del Libero Mercato metta a rischio l'idea e il futuro stesso di una società libera?" si chiede l'autrice di No Logo. Il Cile di Pinochet, l'Indonesia di Suharto, passando per l'Argentina, l'Uruguay, il Brasile, la Bolivia e ancora la Cina, la Russia e i paesi dell'ex Urss, il Sudafrica, fino all'Iraq dei giorni nostri: tutti paesi in cui politiche neoliberiste sono state adottate solo in seguito a forti "shock", che hanno gettato paura e scompiglio nella popolazione, portandola a "scegliere" di accettare tali dettami economici.

È questo, infatti, il grande inganno della dottrina neoliberista: il suo presentarsi sempre come l'alternativa migliore. Anzi, come l'unica scelta possibile.

Producendo in breve tempo povertà estrema e crescita delle disparità sociali, abbassamento della speranza di vita ed espropriazione di tutte le risorse strategiche dei paesi "liberalizzati". A fronte di meravigliosi profitti per pochi. Ma, d'altra parte, quale popolo venderebbe volontariamente la propria terra e la propria "anima" alle multinazionali?

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il