Turchia: l'obiettivo finale è annettere il Kurdistan come era nel passato

La crisi, che si protrae ormai da anni, si è aggravata da dopo l’imboscata del 7 ottobre scorso



Fino a qualche giorno fa la via diplomatica auspicata da Washington per risolvere la crisi che coinvolge la Turchia e l’Esercito dei lavoratori curdi (Pkk) sembrava essere ancora percorribile, ma da dopo il raid turco del 24 ottobre la situazione appare ormai definitivamente compromessa. Ora che il ghiaccio è rotto, Ankara potrebbe decidere di dare il via ad una vasta operazione militare per chiudere definitivamente in capitolo del separatismo; un’operazione che destabilizzerebbe l’intera regione e che metterebbe fine, almeno per il momento, alla speranze curde di nazione, sovrana e indipendente; una campagna che potrebbe durare diversi anni e il cui esito non è del tutto scontato. Il raid turco che ha preso il via il 21 ottobre, è la risposta ai recenti attacchi subite da parte dei miliziani (peshmerga) curdi che operano a ridosso del confine con l’Anatolia. Ankara, che ha promesso di non escludere la via diplomatica per chiudere “la questione curda”, ha deciso di attaccare nonostante le forti pressioni del Segretario di Stato americano Condoleezza Rice, la quale aveva chiesto alcune settimane di tempo per cercare di convincere i combattenti del Pkk a deporre le armi e a rinunciare alla lotta armata.

La crisi, che si protrae ormai da anni, si è aggravata da dopo l’imboscata del 7 ottobre scorso, nella quale erano morti 15 soldati turchi, e dal doppio attacco sferrato alcuni giorni dopo l’approvazione del parlamento turco alla mozione con cui si autorizza un’operazione militare contro le azioni terroristiche che dall’inizio dell'anno hanno ucciso più di 130 soldati, spesso militari di leva non ancora ventenni.

Il 21 ottobre, elementi appartenenti all’organizzazione separatista, provenienti dal Kurdistan settentrionale, sono entrati nella provincia turca di Hakkari, Anatolia sud-orientale. Qui hanno assalito un convoglio dell’esercito turco, uccidendo 12 militari e hanno colpito, con una bomba esplosa in pieno giorno, un corteo nuziale provocando la morte di un civile e una decina di feriti. Ankara ha subito risposto all’attacco autorizzando una rappresaglia e tra domenica e lunedì l’aviazione turca ha colpito diverse postazioni del Pkk situate in un raggio di 50 chilometri all’interno del territorio iracheno. Al bombardamento hanno fatto seguito le incursioni delle Forze speciali turche che si sono lanciate all’inseguimento dei ribelli ritenuti responsabili dell’agguato compiuto poche ore prima, penetrando nella regione autonoma del Kurdistan iracheno per circa 20 chilometri e uccidendo più di 30 peshmerga.

Le incursioni oltre confine, che non sono previste dall’accordo di sicurezza turco-iracheno firmato a settembre e che l’esercito turco considera solo una ritorsione alle azioni dei ribelli separatisti, servono sicuramente a fermare la sanguinosa campagna messa in atto dai militanti del Pkk che, sotto pressione, sono costretti a lasciare le basi vicine al confine turco per arretrare all’interno del Kurdistan, dove è più facile trovare rifugio ed appoggio logistico. l raid di questi giorni, che potrebbero andare avanti per alcune settimane, non escludono comunque l’attuazione dell’offensiva decisa dal parlamento turco il 17 ottobre, che rappresenta il nodo politico della questione che vede coinvolti la Turchia, l’Iraq e gli Stati Unititi. Un mediazione che vede Washington in seria difficoltà visti gli interessi economici che gravano su una regione ricca di petrolio come il Kurdistan e l’importanza strategica della Turchia all’interno dell’Alleanza Atlantica, un partner a cui la Nato non può rinunciare.

Sul fronte iracheno il primo ministro Nuri al-Maliki, preoccupato per gli sviluppi della crisi, ha già disposto la chiusura degli uffici di rappresentanza del Pkk in Iraq e ha garantito che verranno prese tutte le azioni possibili per fermare le attività dei ribelli. Stessa posizione è stata presa da altri due personaggi politici curdo-iracheni: il presidente Jalal Talabani, che ha invitato l’organizzazione separatista a lasciare il Paese, e il capo della regione autonoma del Kurdistan, Massud Barzani, che vuole chiudere al più presto questa crisi. L’iniziativa non sembra comunque sufficiente a fermare la Turchia che intanto continua ad ammassare le sue truppe a ridosso della frontiera; nelle province di Sirnak e Hakkari sarebbero già arrivati più di 100 mila soldati, mezzi corazzati e armamenti pesanti. Inoltre, il premier turco Erdogan sta prendendo in considerazione la proposta dell’amministrazione americana che prevede un’azione militare congiunta ma anche per questa soluzione non mancano perplessità, sui tempi di attuazione e sull’assegnazione del comando delle operazioni.

Qualora Ankara decidesse di dare il via ad una azione militare in vasta scala il primo obbiettivo sarebbe quello di creare una zona cuscinetto, penetrando in territorio iracheno per circa 20 chilometri. Anche se dal punto di vista numerico la Turchia dispone del secondo esercito della Nato, stanare i ribelli non sarebbe comunque facile; i combattenti del Pkk, circa 3500 peshmerga nel solo Iraq settentrionale, hanno raggiunto una elevata preparazione nel sviluppare azioni di guerriglia in un territorio montagnoso come quello che abbraccia il Kurdistan e l’Anatolia. Inoltre va considerata l’incognita Iran che, malgrado la sanguinosa repressione post rivoluzionaria, potrebbe cogliere l’occasione per danneggiare gli interessi americani in Asia dando appoggio logistico e sostegno, non solo economico, ai separatisti.

Comunque, nonostante la Turchia disponga di un elevato numero di bombardieri F-4E/2020 e di caccia multiruolo F16 C/D e sebbene sia dotata di una componente terrestre con una altissima capacità operativa, Erdogan sembra ancora titubante. I precedenti infatti non giocano a favore dei turchi; la questione dell'indipendenza del popolo curdo risale alla fine dell'Impero Ottomano (1920) e i separatisti combattono dal 1980, anno in cui i militari di Ankara, saliti al potere con un colpo di stato, vietarono ogni forma di rappresentanza politica, decretarono la chiusura del Pkk e proibirono l'utilizzo della lingua curda, sia scritta che parlata. Nelle 24 operazioni in territorio iracheno lanciate prima del 1999, molte delle quali hanno coinvolto più di 50 mila uomini, i turchi hanno distrutto gran parte delle basi del Pkk che i ribelli hanno però subito ricostruito.

Una dimostrazione del fatto che in questa zona i guerriglieri godono dell’appoggio della popolazione e che il controllo di un territorio arido e impervio come quelli divide la Turchia da Iraq, Siria e Iran, è estremamente difficile. Il Kurdistan settentrionale, dove uomini e donne si sono rifugiati dopo aver abbandonato tutto per perseguire il loro sogno di libertà, potrebbe trasformarsi in pantano dal quale sarebbe difficile uscire, che terrebbe occupato l’esercito turco per diversi anni e renderebbe l’area impraticabile; una storia già vita in altre regioni del mondo e che certo non giova agli interessi delle multinazionali del petrolio.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il