Barack Obama avrebbe falsificato la sua biografia secondo il New York Times. Alcune considerazioni

Un'affermazione che sa di propaganda elettorale in questa fase particolare della campagna per le elezioni presidenziali dell'anno prossimo.



Barack Obama non la conterebbe giusta, il senatore nero dell'Illinois e candidato alla corsa della Casa Bianca avrebbe falsificato la sua biografia.

Insomma un'accusa di pubblica ammenda mossa dal New York Times. Un'affermazione che sa di propaganda elettorale in questa fase particolare della campagna per le elezioni presidenziali dell'anno prossimo.

Si noti en passant che il New York Time è molto vicino alla ex first lady Hillary Clinton. Perciò è legittimo sospettare che si tratti di mera propaganda elettorale contro un candidato che gode di grande consenso nell'elettorato americano.

In ogni caso, non è la prima volta che i media attaccano Barack Obama. Ci ha provato con grande insistenza la Fox da quando Obama aveva fatto capire la possibilità di una sua candidatura. Allora si era detto che avrebbe nascosta la sua vera identità religiosa in quanto, essendo musulmano, si sarebbe fatto passare per cristiano per l'accettabilità pubblica del suo personaggio.

La prova, secondo la nota tv americana, stava nel fatto che da piccolo aveva frequentato una madrassa (scuola coranica) in Indonesia dov'è cresciuto con la madre e la sua famiglia in seconde nozze con un musulmano. Poi, sempre Fox, per infangare il candidato tirava fino alla noia la sua storia con la droga che, tra l'altro, Barack stesso aveva rivelato nel suo primo libro "Il ricordo di mio padre" nel quale raccontò la difficile adolescenza e l'assenza della figura paterna.

Barack ammise che in quel momento difficile aveva avuto una breve storia con la cocaina. Un fatto che avrebbe poi ammesso anche in diverse interviste televisive, un'ammissione che pare gli abbia valso la fiducia di molti elettori che ne hanno intravisto l'onestà intellettuale e la profonda umanità.

Poi giù di lì il secondo nome, Hussein, che Obama avrebbe nascosto perché ricordava quello del dittatore di Baghdad condannato a morte. Insomma, tutto questo era prevedibile in una corsa, come quella per la Casa Bianca, che non risparmia colpi bassi e tentativi di delegittimazione dei candidati da parte degli avversari.

Poi la storia goffa del colore della sua pelle, che si diceva che non essere sufficientemente nera poiché aveva una mamma bianca in un'America dove per secoli è prevalso la "one drop rule" come criterio per la classificazione razziale.

Si rammenta che in America per legge si deve dichiarare a quale razza si appartiene, cosa che per tanto tempo ha risolto la questione del meticciato con la logica del prevalere di tutti i colori sul non colore bianco.

Chiunque abbia avuto un parente nero, rosso o giallo non poteva essere bianco, probabilmente per questioni di purezza della "razza" bianca. Questa era la "one drop rule"! Goffo allora disquisire sull'appartenenza razziale di Barack Obama che, com'è noto, è figlio di padre nero del Kenya e di madre bianca del Kansas. Barack non solo non è bianco, ma non deve permettersi di definirsi nero. Ahimé! L'elettorato nero è consistente e potrebbe fare la differenza nel caso in cui i numerosissimi astensionisti decidessero di votare.

Poi se parliamo del Partito Democratico che ne ha il quasi monopolio allora si capisce perché questo elettorato debba essere contendibile per evitare che subentri il fattore Black.

Infine gli attacchi a Barack denotano un fatto evidente, cioè che se prima nessuno avrebbe scommesso sulla serietà della sua candidatura, oggi tutti sanno che Barack ha dalla sua molte carte da giocare.

Una fra tutte il fatto che sia stato l'unico tra i candidati in corsa ad essersi opposto alla guerra in Iraq. La politica estera è diventata una sorta di cartina di tornasole perché l'opinione pubblica americana non ne può più e tutti hanno notato il disastro che l'invasione dell'Iraq sta producendo. Poi in questa campagna Obama incarna davvero la speranza di una politica diversa.

Ha saputo creare una "gioiosa macchina da guerra" a partire dal grande social network che fa leva su internet per comunicare con gli elettori.

Parla un linguaggio chiaro e prende posizioni nette anche contro le lobby che girano attorno al Pentagono. Punta tutto sulla responsabilità della gente, la sua voglia di contare per cambiare le cose a Washington.

Insomma, agli occhi dei più Barack sarebbe il vero presidente della svolta che l'elettorato americano desidera così fortemente.

E prima che ciò avvenga Barack dovrà fare i conti con un percorso a ostacoli per la nomination Democratica. Per portare a casa la nomination Hillary Clinton, la sua principale avversaria, conta sulla forza delle lobbies per frenare il ragazzo magro con il nome strano!

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il