Tasse su gasolio, benzina, gas, energia elettrica in Italia: superiori di un terzo rispetto all'UE

L'energia in italia è tassata del 30% in più rispetto alle altre nazioni europee. In primis gasolio, ma anche benzina, gas, energia elettrica e anche l fonti rinnovabili alternative



Secondo una indagine svolta da Confartigianato la tassazione sui consumi energetici peserebbe sulle famiglie e sulle imprese italiane ben oltre il resto d’Europa con una spesa media stimata di 31 miliardi di Euro l’anno.

Quanto è tassata l’energia nel nostro paese?

Almeno il 30% in più rispetto al resto d’Europa, eccezion fatta per la Danimarca. Le entrate fiscali legate ai consumi di energia (elettricità, gas, carburanti) sono infatti pari a 241 euro per tonnellata equivalente di petrolio. Utilizzando questa unità di misura, la tassazione italiana risulta superiore del 30 per cento rispetto alla media europea, del 19,3 rispetto alla Germania, del 36,2 rispetto alla Francia e addirittura del 63,9 per cento rispetto alla Spagna (v. articolo).

Le imposte risultano particolarmente onerose nel caso del gasolio, visto il suo ampio utilizzo come carburante per autotrazione: al 15 ottobre scorso, il prezzo del diesel era in Italia il più alto del continente (1,203 euro al litro) e questo non invidiabile record è dovuto alla somma tra un prezzo industriale di 0,579 euro, che è il più elevato d’Europa dopo Malta a causa della scarsa concorrenza nel settore dei carburanti, e tasse per 0,623 euro, cifra superata solo in Svezia e Germania.

In sostanza, sul gasolio paghiamo il 22 per cento in più di imposte rispetto alla media europea.

Di male in peggio quando si considera il gasolio da riscaldamento, sottoposto ad un’incidenza fiscale sul prezzo del 51,9 per cento, il doppio rispetto ai maggiori paesi europei. Il risultato così è che paghiamo di più per riscaldare uffici e abitazioni: 1,1 euro al litro contro una media europea di 0,7 euro.

Pure sul gas lo Stato italiano non scherza, con un’imposizione fiscale che è quasi doppia rispetto alle medie europee: le imposte sul gas consumato dalle famiglie italiane pesano per oltre il 35,7 per cento, contro il 21,9 europeo.

Due le imposte indirette che gravano sulle imprese per l’energia elettrica in proporzione ai consumi: una erariale di consumo e una addizionale provinciale. L’impatto di questo sistema di imposizione sull’industria è pesante: escludendo l’iva, un’impresa che consuma 160 megawattora all’anno paga il 25,4 per cento di imposte sui suoi consumi elettrici, contro una media del 9,5 per cento in Europa. La Confartigianato fa notare che in nessun’altra parte del continente si paga così tanto e che in 12 paesi l’accisa è addirittura zero.

Non è finita. Dal 2001 l’Italia fa pagare meno tasse ai grandi consumatori di elettricità. In sostanza, chi consuma più di un certo livello di kilowattora al mese non paga né l’imposta erariale né l’addizionale provinciale.

Il risultato è riassunto in una esauriente tabellina pubblicata nel rapporto della Confartigianato: un’azienda industriale che divora 2,3 milioni di kilowattora al mese paga 2.280 euro di accisa, mentre una piccola impresa che di kilowattora ne consuma solo 180 mila versa al fisco 2.610 euro. In sostanza, la piccola azienda paga un’imposta media che è 15 volte quella pagata da una grande società che consuma 12 volte tanto. Tra gli effetti distorsivi di questo sistema c’è una particolare forma di evasione fiscale: aziende che sovradimensionano i consumi elettrici per pagare meno imposte.

Certo l’energia ha un peso non indifferente su bilanci aziendali e familiari ma cosa succede se si ha la malaugurata idea di approvvigionarsi da erogatori di energia rinnovabile?

Lo scorso anno i consumatori di energia hanno speso 3,7 miliardi di euro nelle loro bollette per coprire la differenza tra quanto pagato dal Gse (gestore servizi elettrici) per comprare l’energia da fonti rinnovabili (più costosa) e il prezzo (più basso) a cui è stata rivenduta sul mercato. Una cifra enorme, che supera il totale delle imposte indirette sull’elettricità (2,7 miliardi).

Si tratta, in teoria, di un costo accettabile perché finanzia l’energia meno inquinante. Il problema, molto spesso sollevato ma finora non risolto, è che il sistema permette di finanziare non solo le fonti davvero rinnovabili, come il fotovoltaico, l’idroelettrico o l’eolico, ma anche le fonti “assimilate”: i cosiddetti combustibili di processo e residui della lavorazione del petrolio. Ovvero combustibili fossili che inquinano.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il