Elezioni presidenziali Usa: le primarie per candidati democratici e repubblicani si avvicinano

Chi sarà il candidato dei democratici che si confronterà con quello repubblicano per diventare presedente degli Stati Uniti d'America ?



In lizza al momento ci sono una mezza dozzina di candidati per ogni partito, ma quelli che ormai contano, perché hanno raccolto più soldi per la campagna elettorale e sono i favoriti nei sondaggi, sono tre per i democratici: Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards; e quattro per i repubblicani: Rudolph Giuliani, Mitt Romney, John McCain, e Fred Thompson. Hillary Clinton è la meglio piazzata tra i democratici e stacca nei sondaggi il secondo, Barack Obama, di circa 20 punti.

Non dappertutto però: nell'Iowa, il primo stato a decidere, i due sono testa a testa e se Obama vincesse questo gli darebbe lo slancio per essere competitivo anche altrove.

A quel punto potrebbe anche per lui crearsi un effetto di trascinamento, sia sull'elettorato, sia sulla macchina del partito, che al momento, grazie anche all'influenza di Bill Clinton, appoggia Hillary.

Tra i repubblicani la battaglia è più aperta, con Rudolph Giuliani leggermente in testa rispetto al secondo Mitt Romney, ma i giochi sono ancora tutti da fare e la battaglia verrà combattuta stato per stato fino all'ultimo delegato.

Quanto all'esito finale - quello che deciderà chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti - il partito democratico gode di maggior favore rispetto al partito repubblicano; non tanto per suo merito, quanto per la sfiducia crescente dei repubblicani nel loro partito e nel loro presidente, George W. Bush. Mentre nelle elezioni del 2000 c'era stato un sostanziale pareggio (con un vantaggio numerico di Al Gore trasformato in vittoria per Bush dalla Corte suprema), e in quelle del 2004 Bush aveva vinto per qualche milione di voti senza però spostare sensibilmente l'elettorato, nelle ultime elezioni di medio termine del 2006 la forbice si era allargata. I democratici avevano riconquistato la maggioranza del Congresso e hanno adesso un margine di 5-6 punti sui loro avversari, nonostante il giudizio generalmente negativo dell'elettorato anche nei loro confronti.

Se da un lato i due "front-runners" democratici sono abbastanza atipici - Hillary Clinton è una donna, la prima donna candidata, e Barack Obama un nero - e potrebbe creare loro qualche problema, le difficoltà dei repubblicani legate al profilo dei loro candidati sono molto maggiori. Non solo perché Rudolph Giuliani è un cattolico e un "italiano" (il primo e unico presidente cattolico è stato John Kennedy e non c'è mai stato un candidato italo-americano), ma perché ha un passato politico troppo "liberal" per l'elettorato repubblicano conservatore. Da sindaco di New York ha sostenuto l'aborto, i diritti dei gay e contrastato l'uso e la vendita di armi da fuoco. La sua religiosità poi è molto di facciata e non convince i 70 milioni di cristiani evangelici che costituiscono una delle lobby più potenti del partito.

Quanto a Mitt Romney, è un mormone, cioè appartiene ad una setta cristiana considerata eretica, che in più professa la poligamia (non lui personalmente), e da governatore del Massachusetts ha appoggiato le stesse politiche liberal di Giuliani. A queste difficoltà si aggiungono anche quelle legate alla "moralità" dei candidati riguardo i temi "sotto la cintura" tanto cari ai repubblicani. Giuliani e Thompson in due totalizzano cinque matrimoni oltre a varie avventure di dominio pubblico e Thompson in particolare è sposato ad una bella bionda di 25 anni più giovane di lui - il che non piace sicuramente al suo elettorato potenziale.

I giochi dovrebbero quindi essere fatti per i democratici, ma non è detto. Intanto la campagna elettorale è lunga e non è ancora entrata nel vivo delle cattiverie e dei colpi bassi che contraddistinguono la politica americana. Kerry perse le elezioni del 2004 a causa della sua inefficacia nel rispondere alle accuse (peraltro calunniose) di non avere meritato le sue medaglie di guerra. Hillary Clinton, a detta degli osservatori, sta conducendo una campagna impeccabile, ma potrebbe farsi prendere la mano dal suo carattere forte e decisionista e "spaventare" quella parte dell'elettorato democratico che vede in lei una donna fredda e calcolatrice, quindi poco sincera.

Ma l'incognita maggiore è legata a quello che potrebbe succedere sulla scena internazionale o nel campo della sicurezza. Se la crisi con l'Iran dovesse peggiorare e Bush decidesse di lanciare i bombardieri per distruggere il potenziale nucleare iraniano potrebbe scatenare una rivolta nell'opinione pubblica che danneggerebbe ulteriormente il candidato repubblicano; ma potrebbe anche sortire l'effetto opposto di chiamare a raccolta lo sfiduciato elettorato di destra intorno al suo capo convincendolo ad andare a votare per un successore repubblicano. Lo stesso traino patriottico si avrebbe se gli Stati Uniti -- che ne sono stati immuni dall'11 settembre -- fossero colpiti da un attacco terroristico di vaste proporzioni. Sicuramente nessuno tra i candidati repubblicani lo vuole, e l'Amministrazione farà di tutto per impedirlo, ma se dovesse succedere vorrebbe dire che non tutto il male vien per nuocere...

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il