Conferenza di Pace di Annapolis per la pace tra Israele e Palestina: tanti punti interrogativi

La conferenza di pace di Annapolis è un punto interrogativo ancor prima di nascere



La conferenza di pace di Annapolis è un punto interrogativo ancor prima di nascere. Dovrebbe essere inaugurata da una cena offerta da George Bush e Condoleeza Rice alle circa 30 delegazioni che verranno invitate al meeting, ma il governo americano sta prendendo tempo per cercare di ottenere il maggior numero di risposte positive. Strane manovre e scarse certezze, che alimentano le perplessità su un vertice ancora indefinibile, su cui gli Usa puntano molto, ma che è già stato rinviato una volta (doveva tenersi ai primi di novembre) e sul quale israeliani e palestinesi non sembrano riporre la necessaria fiducia.
Nelle intenzioni di Bush, ad Annapolis sarà rivelata la bozza accordo tra palestinesi ed israeliani, alla quale ha lavorato la diplomazia statunitense, dando inizio ad un negoziato che dovrebbe durare un anno, fino alla fine del suo mandato. Nei suoi piani, il risultato sarà la nascita di uno stato palestinese, accanto ad uno stato di Israele che potrebbe contenere la definizione di "ebraico". Ancora si discute sull'opportunità di un documento conclusivo, che lanci il processo negoziale vero e proprio. L'idea è di confermare le direttive della Road Map, che "invece della sequenzialità delle fasi favorisca una simultaneità della trattativa". E' un punto controverso, perché Israele ha sempre chiesto garanzie di sicurezza prima di riconoscere lo stato palestinese, e perché sottoscrivere un simile patto sarebbe da parte di Olmert un grande gesto di fiducia nei confronti di Abu Mazen, incaricato di gestire l'ordine in Cisgiordania, e addirittura riprendere il controllo di Gaza. Al documento seguirebbe una seconda parte, con principi e condizioni dell'accordo, la cui applicazione sarebbe poi garantita dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu). Come noto le questioni principali sul tavolo sono i confini dei due stati (con riferimento a quelli del 1967), le misure di sicurezza per Israele, la situazione degli insediamenti ebraici in Palestina, la gestione delle risorse idriche. Ma soprattutto il diritto di rientro dei rifugiati palestinesi, e lo status di Gerusalemme, contesa tra Isreale che vorrebbe farne la capitale del futuro stato ebraico e l'Anp, che la vuole annessa alla Cisgiordania e che chiede la riapertura dei suoi uffici di rappresentanza in città. A complicare le cose, la dichiarazione del capo negoziatore palestinese Ahmed Qurie, che ha annunciato che non ci sarà alcun documento congiunto, "perché la trattativa non ha portato ai risultati auspicati", quasi facendo eco ai palestinesi che attraverso un sondaggio hanno approvato la presenza dell'Anp ad Annapolis, ma hanno rivelato di non nutrire speranze nel vertice.

Olmert e Abu Mazen si sono incontrati oggi per la settima volta in pochi mesi, ma i dissensi non sono stati sanati, per quanto Israele abbia parlato di "progressi". Ne deriva che la soluzione non è affatto scontata, per quanto Olmert sembri disponibile alle aperture. Il premier israeliano si è pubblicamente impegnato a congelare le colonie ebraiche in Cisgiordania, in conformità con gli impegni assunti quattro anni nel Tracciato di pace, e ostinatamente disattesi. La promessa di non costruire nuovi insediamenti nella Giudea-Samaria (Cisgiordania) e non confiscare altre terre è alla base di un dialogo vero con l'Anp, ma Olmert è atteso alla prova dei fatti. Analogo ragionamento per la garanzia, data oggi dal governo, di liberare oltre 450 detenuti palestinesi, molti dei quali appartengono ad al Fatah, il partito di Abu Mazen, mentre non vi sono membri di Hamas o della Jihad islamica, o comunque palestinesi coinvolti nell'uccisione di cittadini israeliani. Il rilascio (criticata dal ministro per gli Affari Strategici, Avigdor Lieberman) è offerto come gesto distensivo in vista della conferenza, benché i palestinesi avessero chiesto la scarcerazione di 2mila prigionieri e la revoca di molte misure di oppressione nei confronti della popolazione palestinese, a cominciare da molti posti di blocco dell'esercito e dagli insediamenti illegali dei coloni. A sentire gli osservatori internazionali, da D'Alema a Solana, che hanno incontrato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, ci sarebbe di più. Secondo fonti diplomatiche Israele starebbe pensando a giocare la carta della liberazione di Marwan Barghuti, ritenendo sia il momento giusto. Il più popolare leader di Fatah, in carcere in Israele per aver ordinato atti terroristici, è ritenuto l'unico ritenuto in grado di bloccare l'espansione dei fondamentalisti di Hamas, e potrebbe a sorpresa diventare un jolly nelle mani del governo di Olmert, rimescolando le carte in tavola.

Tra le altre nazioni, sarà presente anche l'Italia, dalla quale si aspetta un contributo diplomatico e uno sforzo economico, come da tutti i paesi del G8. Come al solito molto dipenderà dalla partita delle alleanze. Nei prossimi giorni i ministri degli Esteri della Lega Araba decideranno come rispondere agli inviti di Bush: potrebbe esserci la Siria, che ha cancellato la contro-conferenza convocata a Damasco con Hamas per contrastare Annapolis, ma non si sa se Damasco si unirà ai paesi arabi moderati (Egitto, Giordania, Qatar) che fiancheggeranno le proposte americane. Cruciale sarà l'adesione dell'Arabia Saudita, fedele a Washington, e perciò legata al fronte moderato che vuole comunque rafforzare Abu Mazen e opporsi alla nascita di un mini stato di Hamas a Gaza, ma equilibrista nel non voler tradire troppo i paesi arabi, e nel non voler fare una brutta figura. "Se non emergeranno risultati tangibili, tutti i governi musulmani che vi hanno partecipato ne saranno seriamente danneggiati", fanno sapere il Re giordano Abdullah e il presidente di Damasco Bashar Assad. Anche per questo c'è chi avanza l'ipotesi di uno slittamento del vertice al 2008.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il