Stagflazione negli Stati Uniti e in Europa. Il rischio è reale come sostiene Alan Greenspan

Arrivano infine negli Usa le conseguenze tanto attese dopo le continue riduzioni del costo del denaro.



Negli Stati Uniti è accaduto ciò che si temeva. Nonostante fossero giunti segnali confortanti dopo le successive riduzioni del costo del denaro decise dalla Fed, con i pur probabili e rischiosi effetti in termini di aumento dei prezzi che tardavano a manifestarsi, alla fine queste conseguenze sono arrivate.

Il campanello d’allarme e’ scattato con i dati sui prezzi alla produzione che hanno mostrato un inatteso aumento a novembre, favorito in modo particolare dal rialzo dei prezzi dei prodotti energetici. Questi ultimi hanno subito un incremento del 14,1 per cento, con la benzina schizzata del 34,8 per cento. Aumenti di questo tenore non si registravano dal 1990, pochi giorni prima che scoppiasse la prima guerra del Golfo.

Conferme sono giunte poi dai prezzi al consumo che, cresciuti dello 0,8% su base mensile, hanno toccato i massimi degli ultimi due anni. Anche in questo caso a pesare sono stati i costi dell’energia, aumentati del 5,7% rispetto al +1,4% di ottobre, che hanno mostrato un incremento su base annua pari al 21,4 per cento.

I mercati sono preoccupati per il fatto che questi dati riducono le possibità della banca centrale americana di ricorrere nuovamente alla leva dei tassi per combattere la crisi. Ma ancora di più, sono impauriti da uno spettro che torna a riaffacciarsi: quello della stagflazione, cioè di quella situazione in cui al rallentamento della crescita economica si coniuga un aumento delle pressioni inflattive.

Anche Alan Greenspan sostiene che vi sono primi segnali premonitori in questo senso. L’ex presidente della Fed peraltro ha dichiarato che le probabilità di una recessione per l’economia statunitense sono aumentate al 50% rispetto al 33% indicato nelle scorse settimane.

Non è riuscito a far tornare il buonumore agli investitori il segretario al Tesoro Henry Paulson che, pur sostenendo che la crisi dei mutui subprime continuerà ad avere un impatto negativo sulla congiuntura nel breve periodo, ha sottolineato che i fondamentali dell’economia a stelle e strisce sono comunque buoni. Tesi quest’ultima condivisa anche dal presidente Bush, secondo il quale il tessuto economico americano ha ancora solide basi.

Anche nel Vecchio Continente tuttavia si torna a parlare di staglflazione. Il rialzo segnato dai prezzi al consumo nell’Unione Europea, saliti a novembre del 3,1% rispetto al +2,6% di ottobre, si coniuga al continuo calo della fiducia dei consumatori dell’Eurozona. Situazione questa che rende altamente improbabile un nuovo ritocco verso l’alto del costo del denaro da parte della Bce, impegnata nel frenare l’inflazione, ma incapace di raggiungere questo obiettivo senza porre un freno alla crescita. Se la strategia attuata sinora non dovesse dare i frutti sperati, secondo alcuni l’istituto di Francoforte potrebbe anzi optare per un taglio dei tassi.

Intanto, per ora si guarda agli effetti del piano presentato dalle banche centrali dei principali Paesi industrializzati per fronteggiare la crisi del credito, attraverso l’immissione di liquidità nel sistema. Ma dopo la reazione positiva seguita all’annuncio durante la scorsa settimana, sono ora in tanti gli operatori a credere che l’azione congiunta non risolverà i problemi del mercato creditizio. Almeno non tutti.

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