Bhutto, la leader dell'opposizione in Pakistan, uccisa da un attentato. Guerra civile vicina ?

Muore a 54 anni in un attentato kamikaze la leader del partito di opposizione Benazir Bhutto. Al Qaeda rivendica il gesto



L'attentato. Aveva 54 anni Benazir Bhutto. Con la sua morte, oggi in un attentato kamikaze a Rawalpindi, si spegne uno dei simboli politici del grande Paese di Islamabad. Personaggio storico ritornato da questa estate al centro della scena politica e planetaria, dopo anni di esilio dalla nazione che pure in passato aveva guidato come primo ministro, la Bhutto è certamente stata una figura controversa, ma al contempo per molti speranza di un ritorno alla normalità in una società che, come il Pakistan, da tempo vive una condizione di incertezza, costantemente scossa al suo interno da focolai terroristici mai sopiti e guidata ormai da anni da un potere che ha il suo emblema unico nel generale Pervez Musharraf, asceso alla presidenza con un putsch nel 1999.

L'attacco è stato rivendicato dalla rete del terrore di Osama bin Laden, ma il marito della Bhutto ha lanciato un'accusa esplicita indicando nell'esecutivo le responsabilità dell'atto: "è opera del governo", ha affermato Asif Ali Zardari poco prima di partire da Dubai, dove una parte della famiglia vive in esilio, alla volta del Pakistan. Secondo quanto ha dichiarato il principale portavoce di Alquaeda Sheikh Saeed in un colloquio telefonico da una località sconosciuta con AKI-Adnkronos International, è stato il numero due della rete terroristica, Ayman Al Zawahiri, a ordinare l'uccisione della Bhutto. "Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani", ha detto lo sceicco. Secondo Sheikh Saeed, l'assassinio è stato realizzato da un militante della cellula terroristica Lashkar-i-Jhangvi del Punjab.

Secondo le prime ricostruzioni e le dichiarazioni rese dalla polizia locale, la Bhutto, impegnata nella campagna elettorale in vista del prossimo 8 gennaio, quando nel Paese si terranno le elezioni legislative, aveva appena terminato un comizio in un parco a Rawalpindi, alle porte della capitale, ed era salita sulla propria auto di servizio, dove è stata raggiunta da una serie di colpi d'arma da fuoco (da quanto si apprende, un fucile mitragliatore Ak75, cioè un kalashnikov), per rimanere poi coinvolta nell'esplosione di due kamikaze. Inutile il ricovero in ospedale, dove è arrivata completamente priva di conoscenza, come ha raccontato il marito. L'esplosione al Liaquat Bagh ha provocato, oltre alla morte della leader dell'opposizione, una strage: 16 persone sono state uccise dall'esplosione e molte sono rimaste ferite, tra queste anche alcuni esponenti del Pakistan Peoples Party, come il portavoce del partito Sherry Rehman.
In un primo momento la notizia è stata data da Sky tv britannica per essere poi confermata dalle televisioni pakistane Geo-tv e Dawn News. Quest'ultima emittente ha parlato nello specifico della presenza sul luogo di 30 corpi privi di vita, mentre secondo altre fonti le vittime sarebbero 15 e i feriti 30.

La risposta dei sostenitori della leader del PPP non ha tardato a organizzarsi. Una folla inferocita si è infatti radunata a Peshawar, dando fuoco a poster, simboli e cartelloni pubblicitari legati al presidente Musharraf, provocando così la reazione della polizia, intervenuta per disperdere il gruppo di contestazione con lacrimogeni e cariche. Ma in tutto il Paese si registrano episodi di violenza e protesta.

Reazioni. La comunità internazionale con una sola voce ha espresso indignazione, condanna e timore per quanto accaduto e potrà ancora accadere in Pakistan. Dagli Usa all'India (tradizionale nemico di Islamabad per il contenzioso sul Kashmir), fino all'Italia e alla Ue, passando per Iran e l'Afghanistan, le espressioni utilizzate a caldo sono state quelle della preoccupazione e dell'inaccettabilità del gesto. Così come sostenuto dallo stesso Musharraf, che molti sostenitori della Bhutto indicano come il mandante dell'omicidio odierno, o comunque responsabile di quanto accaduto. A riprova della gravità della situazione, poi, la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di riunirsi per discutere dell'evento che ha sconquassato il Pakistan a pochi giorni dalle elezioni e dopo un periodo tormentatissimo, che lo ha visto esposto ad una raffica di attentati.

La storia. La figlia del deposto primo ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, giustiziato dal generale Muhammad Zia-ul-Haq nel 1979, è stata la più giovane (35 anni) nonché la prima donna a diventare capo di governo in un Paese musulmano. Un' esperienza che è andata dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, quando si è dimessa per via degli scandali di corruzione di cui è stata accusata e rispetto ai quali però si è sempre detta estranea. Nel 1999 la Bhutto ha lasciato definitivamente il Pakistan, dove è ritornata, a distanza di otto anni, nel luglio scorso, per mezzo di una trattativa intessuta con l'attuale presidente: il suo ritorno, grazie ad una amnistia, in cambio della rielezione, per la terza volta, di Musharraf a capo dello Stato, avvenuta il 6 ottobre scorso. Per mesi, del resto, con il sostegno degli Stati Uniti, la leader pakistana aveva condotto un negoziato con il generale presidente per trovare un accordo di condivisione del potere prima delle elezioni politiche del prossimo 8 gennaio.
Ripristinare la democrazia e combattere gli estremisti islamici, così storicamente attivi nel Paese che ha dato i natali al potere talebano del vicino Afghanistan, erano le sue promesse. I rapporti con Musharraf avevano però subito negli ultimi mesi un progressivo logoramento, dopo la scelta presidenziale di indire lo stato di emergenza (era il 3 novembre scorso) in risposta ai diversi attentati terroristici che hanno costellato la nazione. A distanza di dieci giorni, il 13, la Bhutto gli aveva risposto esortandolo alle dimissioni, per altro dopo che gli erano stati imposti il giorno prima gli arresti domiciliari per impedire la sua partecipazione al corteo contro lo stato di emergenza.
Un appello a cui Musharraf ha reagito scegliendo per la rinuncia alla carica di comandante in capo dell'esercito e, il 15 dicembre, ha revocato lo stato di emergenza convocando le elezioni.
Un quadro complesso reso ancor più critico dal ritorno nel Paese di un altro ex premier, Nawaz Sharif, a capo oggi della Lega musulmana del Pakistan, costretto ad abbandonare la patria dopo aver ordito un complotto ai danni dello stesso Musharraf. Considerato un nemico storico della Bhutto, Sharif, nell'immediato dall'assassino della leader del PPP, si è già detto pronto a ereditare "monopolisticamente" la battaglia dell'opposizione. Ora gli scenari più possibili sono quelli che si condensano intorno alla probabile scelta del presidente di ricorrere di nuovo allo stato di emergenza e revocare o prorogare il voto, mentre si attende di sapere se e chi sostituirà la Bhutto nella corsa alle elezioni legislative.

Scenari. Molti analisti e politici pakistani sono inclini a vedere dietro l'assassinio di oggi la mano lunga dell'estremismo islamico contro cui la ex premier si è scagliata tante volte in passato, facendo della lotta al terrore un pilastro della propria politica e della recente campagna elettorale, in una realtà che da sempre è fucina e organismo ospitante del virus terroristico. Condizione drammatica che ha spinto lo stesso Musharraf a scegliere, dopo l'11 settembre, l'asse con Washignton, col rischio di scatenare, come poi è stato, un' ondata di ferocia terroristica all'interno del Paese.
"Nel 1989 Osama bin Laden lasciò il Pakistan per andare in Arabia Saudita: ma qualcuno gli chiese di tornare. Dobbiamo sapere chi c'è dietro questa continuità: è una battaglia in cui girano molti soldi, grazie al traffico di droga e di armi, e ci sono molti nomi che devono venire alla luce". Erano queste le parole con cui, il 26 ottobre scorso all'AdnKronos, la Bhutto commentava il sanguinoso attentato di pochi giorni prima a Karachi.
Non solo, in quell'occasione confermò di aver "fatto i nomi nella lettera che ho spedito al presidente Musharraf (il 16 ottobre, ndr.) e credo che debba essere avviata un'inchiesta nei loro confronti", aveva aggiunto. L'obiettivo dell'attentato, spiegò ad Aki l'ex premier, "era quello di impedire i raduni politici dei partiti dell'opposizione: le forze che vogliono trarre profitto dall'esplosione non vogliono che le forze moderate si mobilitino nelle strade. Sono le stesse che dal 1992 al 1996 hanno destabilizzato il mio governo: sono anti-democratiche e non vogliono che in questo paese si affermi una cultura politica".
Collusione tra poteri di Islamabad e terrorismo alquedista, dunque, ma anche una politica dal pugno di ferro: sono stati questi i contenuti del messaggio lanciato nelle ultime settimane dalla leader del PPP. "Oggi - ha sostenuto recentemente- (...) crediamo piuttosto che i miliziani debbano prima consegnare le armi. Solo allora discuteremo con loro, perchè non abbiamo intenzione di sederci a parlare con milizie irregolari".

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Fonte: pubblicato il