Fmi: occorre agire non compiacersi sulla stabilità raggiunta

L'organismo di Washington riconosce i progressi raggiunti ma invita a non accontentarsi perché non c'è ancora solidità e i rischi sono ancora troppi.

Fmi: occorre agire non compiacersi sulla

Fmi: ripresa in corso, ma ancora lenta



C'è poco da stare allegri perché subito dopo che racconta come la tempesta sia alle spalle, l'Fmi si affretta ad aggiungere che occorre non compiacersi. La stabilità c'è, ma paradossalmente e con un giro di parole è ancora instabile. L'Italia è riuscita a collocarsi sui binari della normalità, tuttavia basta poco per deragliare. Ed è facile capirne le ragioni: la produzione cresce, ma troppo poco ovvero fa registrare un bel -7% rispetto a quella del livello raggiunto subito prima che esplodesse la crisi. Dai numeri alla quotidianità reale, è evidente come la disoccupazione reale e percepita, soprattutto giovanile, continua a mostrare percentuali imbarazzanti. E il sistema bancario che dovrebbe contribuire a sostenere l'economia porta in pancia un numero spropositato di crediti deteriorati, i famigerati Npl.

Ripresa in corso, ma ancora lenta

Il Global Financial Stability Report dell'Fmi è quindi rivelatore dei punti di forza e di debolezza dello stato di salute del nostro Paese. Se la stabilità migliora, la guardia non va abbassata. Le grandi banche si sono rafforzate, ma un terzo di quelle importanti potrebbe faticare e questo potrebbe diventare un rischio anche se il quadro è positivo. Continua quindi a muoversi su quel sottile equilibrio tra soddisfazione e rischio l'analisi del Fondo monetario internazionale. L'invito è di non compiacersi e di non accontentarsi dei progressi e dei risultati raggiunti. Anche perché basta affacciarsi al di fuori dei confini nazionali per un impietoso confronto. Il sistema finanziario degli Stati Uniti è quello in forma, quello dei Paesi dell'area euro continua a fare i conti con un livello di redditi deteriorati elevato. E l'Italia non è esente.

Da sciogliere il nodo Npl

Il problema dei crediti in sofferenza non è uniforme in tutta Europa. Alcuni Paesi ne hanno pochi nei bilanci delle banche: basti vedere il sistema svedese, quello più virtuoso. Il nodo riguarda invece soprattutto i Paesi del Sud, Italia inclusa. Anche se fa registrare 65 miliardi di Npl da qui alla fine dell'anno, siamo al di là dell'asticella della media europea. E che il problema sia di grande attualità, c'è la Commissione europea che sta cercando la quadra. Il pacchetto prevede uno schema in vista della nascita di veicoli nazionali dedicati alla gestione di crediti inesigibili; misure legislative per promuovere mercati secondari su cui negoziare titoli di credito di cattiva qualità; la possibilità di chiedere alle banche ulteriori paracaduti prudenziali.

Delle nove banche individuate dal Fondo monetario internazionale che rischiano nel medio termine di faticare, la maggioranza è in Europa, tra cui Unicredit e Deutsche Bank, e in Giappone. Sulla base di quanto emerge da una tabella del Global Financial Stability Report, i nove istituti di credito potrebbero presentare un indice return on equity sotto l'8 per cento e diventare un problema per la stabilità nel lungo periodo. Sulla stabilità pesano altri rischi: dalla finanza della Cina alla caccia ai rendimenti che, bacchetta l'Fmi, si è spinta troppo oltre anche per la politica monetaria accomodante. L'organismo di Washington invita le autorità a trovare equilibrio fra sostegno e lotta alle debolezze. Ed è importante che la Banca centrale europea mantenga l'impegno per una politica accomandante anche a fronte di una possibile riduzione di acquisti di asset nel 2018, spiega il Fmi avvertendo i mercati che, con una volatilità bassa, sembrano snobbare possibili shock. Fra i rischi, il debito in aumento nei G20 e l leverage nel settore privato salito a livelli più alti di quelli precedenti alla crisi globale.

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di Chiara Compagnucci pubblicato il