Nuovo V-Day di Beppe Grillo per denunciare il rapporto tra informazione giornalistica e politica

Beppe Grillo ha indetto un nuovo V-Day per denunciare l'ingerenza della politica nell'informazione.



Beppe Grillo ha indetto un nuovo V-Day per denunciare l'ingerenza della politica nell'informazione.

L'annuncio è stato dato ieri ma l'episodio che ha suscitato la polemica è la negata intervista da parte di Grillo ad Alessandro Giglioli dell'Espresso.

Il comico, ampiamente fagocitato dai media in questi mesi, risponde a suo modo, e non è in questo articolo che si entrerà nel merito della questione. La notizia offre però un ottimo spunto per una riflessione sullo stato dell'informazione nel nostro paese: che questo sia ben oltre l'anomalia e che quello dei giornalisti rappresenti un settore che andrebbe completamente sradicato e riformato dal basso è invece un dato di fatto la cui conferma è data quotidianamente dai giornali e dalla televisione.

Da diversi anni larga parte dell'informazione pare essersi allineata, a volte persino con ingenuità, a degenerazioni che partono direttamente dal mondo politico: nella terminologia il tutto si risolve nella riduzione di questioni anche complesse a parole che, semplificando, finiscono per alterare il senso delle cose. Per qualche tempo si è ad esempio molto parlato di "par condicio".

Sembrava che la parola-concetto in questione dovesse risolvere il problema del politicamente corretto, una nuova frontiera nella regolamentazione del dibattito politico: falso allarme ed ennesimo mezzo truce per alterare l'informazione in fase pre-elettorale, con tanto di annessa propaganda in libera circolazione. In questo periodo si parla molto di "antipolitica".

Dentro questa definizione si tende a racchiudere tutto ciò che si contrappone alla politica ufficiale ed ufficializzata, dalle associazioni ai movimenti. La parola in sé contiene già un manifesto tentativo di delegittimazione di tali realtà che è, oltretutto, qualunquistico. Il fatto che molta stampa abbia adottato questa definizione denota un atteggiamento non solo complice (perché non usare, ad esempio, la definizione di "altrapolitica"?), ma anche denigratorio: si tende cioè a bollare con una connotazione dispregiativa numerose realtà effettive che sono espressione spontanea di un malcontento proveniente dalla quasi totalità dell'elettorato di un paese, e che in questo periodo stanno svolgendo (con modi diversi e non sempre utili, efficaci o meno populisti di quelli ufficiali) una funzione che dovrebbe invece appartenere proprio alla stampa. Quella cioè di informare assolvendo allo stesso tempo ad un compito di monitoraggio.

Se tempo addietro era poi riscontrabile una certa distinzione tra l'informazione televisiva (che ha visto moti degenerativi ben più rapidi) e quella stampata, la differenza è oggi praticamente nulla.

Aldilà poi delle parole, nei fatti può capitare incredibilmente di peggio. Che un episodio sciagurato come quello della firma del "patto con gli italiani" sia avvenuto all'interno di una trasmissione che, volenti o nolenti, finisce per rappresentare uno dei maggiori canali divulgativi del dibattito politico nel nostro paese è non solo sconfortante: è il segno che la soglia del tollerabile, per quanto riguarda veti e regole dell'informazione, in Italia ha da tempo superato il limite massimo.

Una soglia che, nel tempo, è stata continuamente ridefinita e rimodellata sulla base di un apparato politico che ha portato allo sfacelo il concetto stesso di politica, e che oggi registra un minimo storico mai raggiunto prima. L'informazione ha così finito per essere il braccio destro di tale apparato, con un vantaggio: quello di essere svincolata da responsabilità che investono in prima persona.

Si può essere d'accordo o meno con un personaggio come Beppe Grillo (preso a riferimento dai media come esponente massimo della cosiddetta "antipolitica"). E' però innegabile che le sue iniziative (magari con modalità ed esiti da lui neanche previsti) continuino a mettere in risalto la fragilità non solo della politica istituzionale, che pur avendo i mezzi necessari per rispondere con i fatti preferisce trincerarsi dietro una ridicola delegittimazione, ma anche di molti media.

Che hanno finito per assorbire un linguaggio (e quindi un modo d'essere) fallato in partenza, fatto di giri di parole e circonvoluzioni verbali che nasconde un'inconsistenza del discorso e degli intenti alla radice.

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il