Referendum sistema di voto: i partiti politici più piccoli rischiano grosso

In pericolo ben 47 parlamentari grazie al si sul cambiamento della legge elettorale



Se la consultazione popolare sulla legge elettorale andasse in porto, sarebbe necessario oltre il 4% dei voti per poter varcare le soglie di palazzo Madama e Montecitorio, una soglia che superano solo pochi partiti e che, dati alla mano, oggi farebbe saltare le poltrone di ben 47 parlamentari fra deputati e senatori.

A rischiare sarebbero così partiti come Verdi e Pdci – anche se già impegnati nella costruzione di una forza unica della sinistra, ‘Sinistra Arcobaleno’ – ma soprattutto le formazioni 'piccolissime', a volte rappresentate da singoli deputati o senatori, che trovano posto all'interno dei gruppi Misti di Camera e Senato. A Palazzo Madama, ad esempio, non troverebbero più posto né l'ex Pdci Fernando Rossi (gruppo Misto) né l'ex Prc Franco Turigliatto (Sinistra critica), entrambi determinanti nel voto sulla politica estera che, nel febbraio dello scorso anno, fece andare sotto il governo al Senato.

Niente da fare anche per Pietro Fuda (ex Fi e oggi esponente del Pd meridionale); per il presidente della commissione Difesa Sergio De Gregorio (che ha lasciato l'Italia dei valori per fondare la componente Italiani nel mondo), per Roberto Manzione (ex Pd e oggi esponente dell'Unione democratica per i consumatori) e Willer Bordon.

Poltrone bollenti anche per cinque terzetti ospitati nel gruppo misto di Palazzo Madama: l'Udeur con l'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, Tommaso Barbato e Stefano Cusumano; La Destra, con i transfughi da An Francesco Storace, Stefano Losurdo e Stefano Morselli; l'Italia dei Valori con Aniello Formisano Fabio Giambrone e Giuseppe Caforio; il Partito socialista con il vice presidente dell'Assemblea Gavino Angius insieme ad Accursio Montalbano e Roberto Barbieri; i Liberaldemocratici del presidente della commissione Esteri Lamberto Dini, a fianco del quale ci sono Natale D'Amico e Giuseppe Scalera.

Rischiano meno, ma rischiano, a meno di 'trasferimenti' in liste più corpose, anche i dieci senatori della Dc per le autonomie guidati dal segretario Gianfranco Rotondi e i dieci di Sinistra democratica di Cesare Salvi. Stessa storia anche a Montecitorio, dove lo tsunami del referendum travolgerebbe 27 deputati. I primi a vedersi chiudere in faccia le porte della Camera sarebbero Daniele Capezzone (ex Rosa nel pugno), Giorgio Carta (ex Ulivo), Cosimo Mele e Riccardo Conti (ex Udc), Salvatore Cannavò (ex Prc) e Antonio Merlo, non iscritti ad alcuna componente e inseriti nel gruppo Misto. Problemi anche per i Repubblicani, liberali e riformatori di Giorgio La Malfa, Francesco Nucara e Giovanni Ricevuto, così come per i tre Socialisti per la Costituente Valdo Spini, Franco Grillini e Fabio Barbatella.

E lo sbarramento del 4% potrebbe essere difficile da superare anche per i 6 deputati dell’Mpa - Vincenzo Oliva, Pietro Rao, Giuseppe Reina, Carmelo Lo Monte, Riccardo Minardo e Sebastiano Neri –, per gli altrettanti Dc - Paolo Cirino Pomicino, Lucio Barani, Francesco De Luca, Giampiero Catone, Mauro Del Bue e Massimo Nardi - e per Teodoro Buontempo, Daniela Santanchè, Roberto Salerno e Antonio Pezzella, ex di An affluiti ne La Destra di Storace.

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