Confine Stati Uniti-Messico: un muro che vorrebbe bloccare gli immigrati. Reportage

Reportage di un'esperienza di un mese per provare di persona cosa vuol dire emigrare, senza mezzi termini, solo la realtà.



Nuevo Laredo si trova in un punto nevralgico, in cui si è concentrato tutto il peggio che possa accadere ad una persona, soprattutto per chi arriva dall'Europa e non è abituato a "vivere" ciò che viene descritto dai giornali e rappresentato in certi film.
Il territorio è realmente governato dal narco-traffico, che qui aggiunge alle sue conosciute attività anche quella del contrabbando delle armi. Questi due fenomeni non solo influenzano i candidati alle elezioni delle Istituzioni locali, ma partecipano direttamente alla corsa elettorale, alla luce del sole e della polizia. La conseguenza è che le forze dell'ordine sono corrotte, e che il migrante deve avere paura di incontrarle per strada, così come se dovesse incontrare una pattuglia dell'esercito. Le due forze armate, che dovrebbero essere al servizio del cittadino, non solo si fanno concorrenza tra loro sulle spalle dei più deboli, ma devono competere con le organizzazioni dei "coyotes" che, al pari degli scafisti di nostra conoscenza, si propongono di accompagnare i migranti attraverso il deserto.
Al migrante arrivato alla frontiera "del sogno americano", camminando a piedi per vari giorni e notti, si presentano questi soccorritori armati che, dopo averli percossi e derubati, li costringono a farsi dare il telefono e l'indirizzo delle loro case per ricattare le famiglie.

Il confine tra Messico e Stati Uniti è tracciato da un ostacolo naturale, il Rio Bravo. In questo fiume, solo nel primo semestre di questo anno, sono morti affogati 28 migranti che, pur bravi nuotatori, non hanno resistito ai fortissimi gorghi.
Oltre agli ostacoli naturali, gli Stati Uniti hanno pensato bene di erigere barriere tecnologiche sia moderne che tradizionali.
Le due città frontaliere sono unite da tre ponti, uno per il treno, uno per le auto e uno per i pedoni. Ai lati della città americana, Laredo, per tre chilometri si estende il controllo delle telecamere, e al centro del fiume sono state poste delle reti che suonano se qualcuno le aggancia. Dalla riva statunitense, che è stata disboscata, circa tremila guardie di confine perlustrano la zona. Queste misure di sicurezza vengono intensificate da volontari armati che difendono il loro Paese, lo stesso paese che vanta libertà e diritti civili e in cui vige ancora la pena di morte.
Ogni anno muoiono 500 persone soltanto su questo tratto di frontiera.

Ogni migrante fugge dalla propria Patria non per sua volontà, ma per necessità stante le guerre, la fame atroce, il disastro economico dei loro Paesi. Quando chiedevo loro perché lasciavano il loro Paese, il 99% mi ha risposto: "Per poter avere una vita dignitosa per la mia famiglia e per me!".
Mi sono domandato: il migrante è un problema o è la vittima del problema?
Un'analisi seria ed onesta di questo fenomeno deve partire dalla constatazione che chi si mette in cammino lo fa perché è stato privato del diritto di vivere una vita dignitosa nel suo Paese d'origine. Pertanto se la sua Patria lo costringe ad andarsene, là dove troverà il pane quella sarà la sua nuova patria.
In tempi in cui la globalizzazione produce circa 200 milioni di migranti, si deve rispondere a questo esodo con programmi di aiuto allo sviluppo e di riconversione economica a favore dei Paesi che misurano una alta espulsione di persone.
Davanti al primato dei beni materiali che impone la creazione di pseudo valori, bisogna rimettere al primo posto la supremazia della persona umana in tutta la sua dimensione umano-spirituale.

Il migrante è la conseguenza di un grave e profondo problema, di cui finisce per essere considerato egli stesso la causa. Problema che lo converte in un essere costantemente vulnerabile e privato del suo diritto di essere umano.
Possiamo quindi dire che la vittima soffre di una doppia ingiustizia.
In Europa i migranti vengono da un altro continente, dall'Africa, dagli ex Paesi del blocco socialista, dal Caucaso, dall'Oriente. Vengono da lontano e da vicino, parlano altre lingue, hanno altre religioni che da noi saranno ancora per un po' minoritarie. Hanno altri usi, costumi, cercano aiuto da quelli che una volta venivano chiamati infedeli e usurpatori: era il tempo in cui andavamo da loro armati di lancia e di croce per prenderci quello che dicevamo fosse roba nostra, roba sulla quale abbiamo fondato la nostra cristianità.
Quelli che ho visto lì, transitavano da un Paese all'altro dello stesso continente, parlavano la stessa lingua, quella portata dagli sterminatori di popoli interi e dai ladri di terre e di risorse, e anche questi lo hanno fatto in nome e con i simboli della stessa civiltà europea.
Ho parlato con contadini che andavano a fare lavorare in un'altra terra, che non è la loro, per qualche dollaro da mandare a casa e poter così mantenere la famiglia. Contadini che non vanno a cercare quel sogno patinato che i media globalizzati gli propongono, né a rispondere ai messaggi subliminali della pubblicità e comprare l'ultimo tipo di cellulare o di auto.
Contadini sotto pagati che servono a battere le tariffe sindacali dei contadini statunitensi. Contadini sfruttati in eterno poiché rimarranno a lavorare soltanto se accetteranno di rimanere illegali, senza documenti, alla mercè del padrone che dispone della loro persona come vuole. Il rischio per ogni ribellione è quello di veder comparire la polizia nel ranch, chiamata dal padrone, per denunciare la presenza di un clandestino nel suo terreno.

Nessuno se ne va con allegria dal suo Paese, anche se questo è vessatorio nei suoi confronti, ma quando mi hanno fatto vedere le foto delle loro famiglie e, con gli occhi umidi mi parlavano del futuro negato dei loro figli, mi urlavano che erano costretti ad andare via, e non andavano a cercare i facili guadagni lavorando per la mafia, ma che con grande e faticosa dignità si andavano a sottomettere al più forte pur di mangiare.

Ho visto la fame vera, quella che ci raccontavano i nostri nonni o le nostre mamme nel periodo della guerra. Alla fine dei nostri conflitti mondiali, abbiamo costretto milioni di italiani ad andare in giro per il mondo a cercare un pezzo di pane e la certezza del domani.
Oggi abbiamo la pancia piena e la memoria corta che, insieme alla paura dettata dall'ignoranza, ci fanno urlare come le oche del Campidoglio al pericolo straniero. E' così che si tradiscono le origini e si va allegramente incontro ad una società senza più solidarietà e amore per il prossimo.
Nessun migrante vorrebbe sradicarsi dalle sue radici, dalla terra dei suoi avi, dalla sua cultura, da se stesso e ricevere in cambio indifferenza e repulsione.
Per capire gli altri occorre immedesimarsi in questi, solo così la civiltà dell'uomo può progredire.
Ho visto una realtà ignota per noi che siamo concentrati sui nostri sbarchi.
Ho raccolto le lacrime di tutte le donne ospitate nella casa che, invariabilmente erano state stuprate da uomini in divisa, che non possono denunciare perché questi, una volta uscite dalla nostra protezione, sono pronti ad aumentare la dose se si parla e si denuncia.

La situazione del continente latino-americano denuncia cifre da raccapriccio, ma vanno conosciute se si vuole essere seri, coerenti nelle scelte politiche e non ipocritamente solidali.
La CIA dichiara che ogni anno 50.000 tra donne, bambine e bambini sono vittime della tratta verso gli USA. L'Interpol denuncia che 35.000 donne colombiane sono vittime della tratta. 60.000 donne dominicane e 75.000 brasiliane vengono deportate all'estero per fare le prostitute. Nel 2002 circa 2.000 bambine e bambini dei Paesi del centro America, in maggioranza migranti, furono trovati nei postriboli del Guatemala.
Secondo "Casa Alianza", a San Josè in Costa Rica, ci sono circa 2.000 bambine, figlie di migranti, che lavorano nella prostituzione.

Ho visto la schiavitù, non quella letteraria, ma quella figlia della globalizzazione e della corruzione dei governi.
Oggi non ci sono più le navi dei negrieri a portare gli uomini alla schiavitù del lavoro nelle piantagioni dei bianchi. Oggi quelle navi sono state sostituite dalle multinazionali che sfruttano le risorse, corrompono i governi, affamano le genti e ti costringono a consumare i loro prodotti per la vendita dei quali costruiscono sogni e fabbisogni.
Mi sono indignato quando ho letto il nuovo provvedimento dell'attuale presidente degli Stati Uniti, contestato anche dall' AFL-CIO, che porterà alla costruzione di un nuovo muro lungo più di 1.200 chilometri.
Questa nuova prigione costerà milioni di dollari.
Offenderà un intero popolo ed un continente.
Porterà indietro la storia dei rapporti bilaterali tra Paesi confinanti.
Farà ridere amaro chi ha gioito alla caduta del muro di Berlino che era stato eretto dall'Impero del Male.
Rinnoverà l'orgoglio nazista della linea Sigfrid.
Offuscherà la grandezza dei confini imperiali se paragonato al vallo di Adriano.

Si andrà ad aggiungere ad altri muri della vergogna, dell'impotenza e dell'intolleranza: il muro che separa l'Africa dall'Europa, costruito nel nord del Marocco e finanziato dalla Comunità Europea; il muro di Cipro, pattugliato dalle truppe dell'ONU che stanno lì a dimostrare l'impotenza di questa istituzione; il muro del 38° parallelo tra le due Coree, monumento alla guerra fredda. E ancora: il muro che separa l'Arabia Saudita dallo Yemen, alto 6 metri e lungo 400 chilometri, costruito sul terreno di tribù che sono state separate; il muro di Gaza in Cisgiordania che, pur essendo stato criticato con la richiesta della sua demolizione dal Tribunale Internazionale dell'Aia, sta lì coi i suoi 680 chilometri per 6 metri d'altezza; il muro tra l'India e il Cachemire, lungo 550 chilometri e costruito per proteggere la nazione dagli attacchi dei pachistani.

Quanti muri innalza l'uomo, chilometri di fili elettrici per impedire all'altro di entrare, muri di diffidenza che fanno più male del dolore fisico, ostacoli per non vedere e continuare a vivere nella paura, muri di difesa e di attacco, forme di guerra moderna per mantenere la legge del più forte che vuole continuare a sfruttare l'altro uomo.
Ho visto una realtà per noi sconosciuta ma che è largamente superiore sia nei numeri che per brutalità a quella che vediamo sulle nostre coste, e su quella c'è necessità di richiamare un'attenzione più larga, in quanto si dovrà abbattere l'ennesima barriera che, in questo caso, è costituita dalla complice omertà dei mass media di quei Paesi, che soffocano e sminuiscono la realtà.
L'emigrazione è un fenomeno attuale, simile sotto ogni parallelo, e non lo si può affrontare avendo in mente l'orticello di casa.

Domandiamoci quali sono le cause che costringono interi popoli a scappare dalla propria terra.
Individuiamo, con analisi serie e oggettive, la reale situazione del mondo sotto ogni punto di vista, così come si sta facendo per l'ambiente, anche se poi, anche per questo settore ci troviamo di fronte gli stessi ‘no' che difendono gli stessi interessi.
Chiediamoci perché ci sono le guerre, a chi servono, da chi sono finanziate.
Domandiamoci se gli interessi di una multinazionale possono andare contro un'intera popolazione.
Chiediamoci come potrà dissetarsi una popolazione, e noi con essa, quando avremo concesso la "libertà" di privatizzare l'acqua, e magari andiamo a chiederlo a quelli che nascono in terre ricche di risorse poi "concesse" a multinazionali che agli indigeni lasciano le briciole, ma soltanto dopo essere stati costretti a farlo.

A quando una seria riflessione che ponga al centro l'uomo e faccia dipendere tutto il resto a questa priorità unica ed irripetibile?
Il nostro bisogno di consumare senza sapere se abbiamo realmente bisogno di comprare, ci sta facendo vivere in competizione auto distruttiva sin dentro quel sistema sacro che una volta rispondeva al nome di famiglia.
Durante la cena si scambiavano timori e si ricevevano rassicurazioni, si era riuniti attorno e dentro un nucleo originario che non tradiva, che dava il senso dello scambio, ci si teneva legati e ognuno si specchiava nell'altro, venivano tramandati valori, ci si confrontava.
Il rituale della cena come momento di condivisione tra famigliari non c'è più, non c'è più un orario stabilito dove le cose meno importanti rimangono fuori. Ora, anche stando seduti attorno allo stesso tavolo, si ascolta e si vede la televisione, calamitatrice delle nostre attenzioni e, se scambiamo impressioni, lo facciamo su argomenti che le ci porta in casa che spesso non sono quelli che vorremmo o dovremmo scambiare.
In sostanza siamo solitudini anche a casa, regrediamo, nulla più ci unisce, condividiamo una fuga dalle realtà e dalle responsabilità, non ci conosciamo più, ci annoiamo un secondo dopo aver comprato l'ultimo feticcio.
Oggi "compriamo" l'amore dei figli, gli diamo tutto quello che vogliono altrimenti si sentono ghettizzati ed infelici. Non abbiamo più tempo per loro dopo che le tecnologie ci hanno messo a disposizione più tempo libero, ma per farne che? Che valori sono? A cosa stiamo rinunciando? A quale cervello del marketing abbiamo appaltato la nostra felicità? Cosa ce ne facciamo dell'uso della ragione? Stiamo rinunciando al libero arbitrio scambiandolo per quante lenticchie?

Nella fame vera ho scoperto una tale dignità che può sostenere un futuro possibile.
Senza l'apporto dei migranti, molte chiese cattoliche potrebbero chiudere, non avrebbero più quel supporto umano necessario a giustificare una presenza religiosa. Sono loro, i migranti, a sostenerle realmente. Parlo di cinesi e indiani, persone che vengono da contesti radicalmente diversi, sono loro che portano cultura, sono loro che dal basso stanno minando le illusorie fondamenta consumistiche.
Il migrante conserva un tesoro di conoscenze che anche noi avevamo ma che abbiamo voluto distruggere perché non era moderno o, forse è meglio dire modernista: è quello dei valori che pongono l'uomo al centro non dei desideri ma dei bisogni reali.
E' questo che non sappiamo più fare e riconoscere, e senza questo non sappiamo più chi siamo.

E' il migrante con la sua serietà, i suoi valori, la sua estrema povertà che ci può ancora indicare una strada semplice da seguire, già battuta da secoli, che potrebbe essere modernizzata e sostenuta mettendo a frutto veramente ciò che l'uomo è riuscito a fare in molti campi.
La scienza, la ricerca, il sapere cosa è importante veramente, il saper essere bambini e sapere cosa si ha e cosa si vorrebbe, ma essere coscienti che anche potendo avere tutto ciò che si desidera, non serve per la ricerca di se stessi e della serenità.

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