Fondi di investimento italiani meno convenienti di quelli esteri: per risultati, costi e tasse

Crisi per i fondi di investimento italiani: sono sconvenienti rispetto a quelli esteri



Si teme che l’industria del risparmio gestito vada ko e che si possa arrivare nel settore a un danno complessivo di 170 miliardi di euro (stima di Borsa e Finanza) che, dopo aver stremato le gestioni patrimoniali in fondi (Gpf), si allarghi alle gestioni patrimoniali mobiliari (Gpm). Già il 2007 si era chiuso con una raccolta netta dei fondi promossi da intermediari italiani (fossero di diritto estero o italiano) che presentava un rosso da 53,1 miliardi di euro.

Il campanello d’allarme poi è scoccato con la cifra record di riscatti a gennaio 2008: un deflusso da 19,1 miliardi di euro che ha finalmente smosso le autorità sull’argomento e spinto la Banca d’Italia e la Consob a mettere mano all’annoso problema. D’altronde la crisi del risparmio gestito all’italiana è ormai tanto grave che qualcuno teme che, più che un campanello d’allarme, quello di inizio anno sia stato il rintocco di una campana a morto.

Qualcun altro, però, si è già rimboccato le maniche e ha cercato, in buona o in cattiva fede, di trovare nuove soluzioni a questa vecchia crisi. Finisce così sul banco degli imputati la Mifid (la direttiva europea sui mercati finanziari) che rende quasi impossibili le retrocessioni, ossia i versamenti delle commissioni o di loro quote dalle Sgr (Società di risparmio gestito) alle banche che le controllano.

In pratica la società di gestione del risparmio, ossia quella con cui le famiglie hanno a che fare quando comprano o vendono quote di fondi e altri strumenti finanziari, versa tramite la retrocessione (in inglese inducement) una percentuale notevole delle commissioni alla banca madre, ossia alla banca che la controlla. Marco Liera in un articolo sul Sole 24 Ore del settembre 2006 (quindi assai prima della Mifid in Italia) aveva definito le retrocessioni “oneri impropri” ed evidenziato che Sanpaolo Imi Asset managment incassava il 92,1% delle commissioni dalla propria Sgr e che Pioneer registrava una retrocessione media del 61,3 per cento. Se si considera che il patrimonio delle gestioni in fondi di Intesa Sanpaolo e di Unicredit a cui rispettivamente fanno riferimento i gestori di cui sopra è oggi di 36,7 miliardi e di 24,7 miliardi contro una media di neanche 2 miliardi della concorrenza, si capisce perché questi sino i primi due nomi che vengano i mente. Gli gestori, tuttavia, mostravano già a fine 2006 retrocessioni nella maggior parte dei casi superiori al 60 per cento.

Un sistema diffuso di sfruttamento delle proprie Sgr, insomma, che però adesso la Mifid rischi di far saltare e che quindi ha già spinto le banche a correre ai ripari, col rischio di affondare la già malata industria del fondo italiano. Le banche, infatti, hanno cominciato a smontare i propri fondi per cercare delle soluzioni alternative. I vari gestori temono che, essendo diventati meno convenienti per le banche e godendo purtroppo di prestazioni per vari motivi assai inferiori a quelle della concorrenza straniera, sia suonata l’ora della ritirata.

Per il risparmiatore il rischio rimangono i prodotti della finanza strutturata, delle assicurazioni e dei prodotti “a capitale garantito o protetto, ovvero con strumenti con una struttura dei costi più opaca” (definizioni di Assogestioni). Potrebbe infatti essere questi - è il timore di Assogestioni - l’unico nuovo lido possibile per il pubblico risparmio.

Si potrà certo dire che la tassazione italiana a volte svantaggia i fondi nazionali su quelli esteri. Si potrà anche dire che il clima pesante delle borse non favorisce i fondi a componente azionaria. Di certo, però, le prestazioni dei fondi italiani sono da anni inferiori ai benchmark. Di certo la struttura integrata fra banche ed sgr ha destato più di un sospetto di conflitto di interessi. Di certo, in definitiva, il rendimento di questi strumenti (di diritto estero o nazionale che fossero) si è dimostrato inferiore a quello dei colleghi esteri.

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